Emilio Bodrero.
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I giardini di Adone.
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1913. Bontempelli e Invernizzi Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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I Giardini di Adone.
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DIALOGO METAFISICO DI LUCIANO DI SAMOSATA ED ALESSANDRO DI ABONUTEICO.
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ALESSANDRO. - Or su, Coccona, fa entrar quell'epicureo che mi va diffamando, poich voglio prima persuaderlo non esser io un impostore e, quando l'avr rabbonito, giocargli un tiro per il quale tutta la sua filosofia non varr a farlo giungere ad Amastri per dove intende oggi stesso partire.
LUCIANO. - Che cosa accade, dunque, o Alessandro, perch tu voglia parlarmi e cortesemente abbi mandato per me? Bada, ho uomini armati ad attendermi i quali difficilmente lasceranno mi si torca un capello ma al primo mio grido ti porranno la casa a ferro e fuoco.
A. - Su via, buon Luciano, nulla hai a temere da me: ho voluto vederti sol perch stimo che uomini onesti e di merito quali siamo tu ed io, se bene professando opinioni diverse, non debbano esser nemici fra loro ma conoscersi e stimarsi a vicenda.
L. - Gran merc, Alessandro carissimo, ma anche questo tuo discorso mi puzza d'impostura, n per quanto tu faccia riescirai a disarmare il mio sospetto.
A. - Per vero, Luciano, mi pari incorreggibile quando, se v' qui alcuno che dovrebbe sospettare, quell'uno son io: e pure ora me ne sto qui solo ed inerme con te venuto in casa mia grave d'armi come un oplite. Credimi, in verit, non altra intenzione ho avuto nel farti chiamare, se non quella di conoscerti, farmi conoscere da te di persona, scambiar le nostre idee, sperando di far sorgere nell'animo tuo a mio riguardo una stima eguale a quella grandissima che sento per te. Domanda al mio fido Coccona, bizantino di nascita ma non tale nelle parole, se m'ebbi altro pensiero nel pregarti di venire.
L. - Che vuoi, n'ho udite tante sul tuo conto e tante te n'ho viste fare, che non sarebbe poi infondato il mio timore.
A. - E bene? Che udisti e che vedesti? Dimmelo pure e non me n'avr a male, anzi sar lieto di spiegarmi con te.
L. - Da vero? Bada, te ne dir d'ogni colore!
A. - Di' pure e mi farai cosa gratissima e dilettevole.
L. - Tu non sei figlio come desti ad intendere, di Podalirio figlio di Asclepio, s bene di un povero facchino di Abonuteico. Ma padre di tutte le panzane gabellate per oracoli e maestro di tutte le capestrerie con che di piacere a gli uomini,  stato un Tianeo, discepolo e grande amico di quell'altro impostore di Apollonio. Morto costui, Coccona bizantino t' stato compagno di ribalderie ed ora lo tieni come schiavo o meglio come compare. Fuggisti da Abonuteico, ancora fanciullo e dopo esser stato un po' da per tutto a spese di Macheta di Pella, una vecchia libidinosa e incapricciata di te, vi sei tornato spacciandoti per nipote di Asclepio e, per parte di madre, discendente di Perseo. A quei credenzoni di Paflagoni tuoi concittadini, sei apparso come un dio, preannunziato da certe notizie trovate presso Calcedonia su di una tavoletta di bronzo che tu stesso avevi sotterrata e giungesti con i capelli arricciati, con una tonaca a liste di porpora, con un mantello candido, con una falce in mano come Perseo e con un serpente ammaestrato. Morto questo te ne congegnasti un altro di tela e di stecche e combinasti una gustosa comedia per far credere d'averlo trovato nei pressi della citt ed esser quello Asclepio in persona, con il nome di Glicone venuto a cercar del nipote. Hai abbindolato poi Rutiliano senatore e uomo potentissimo, il quale giura su le tue parole e su i tuoi oracoli, al punto d'aver sposato la figlia che dici d'aver avuto da Artemide, frutto in vece del tuo adulterio con Rutilia, moglie di un procuratore di Cesare. E a forza di sfrontatezze e d'inganni, in Paflagonia, in Bitinia, in Galazia, in Tracia non v' ora nessuno di te pi potente.
A. - Sei ben edotto su l'esser mio, o Luciano, e da vero in tutta questa tua succinta narrazione della mia vita m'hai rammentato cose tanto piacevoli ed instruttive su la credulit degli uomini, che n'avrei riso di cuore se non me n'avesse trattenuto quel tuo tono di censore e di moralista, forse ancor pi grottesco della mia storia ma tale da esigere il mio rispetto.
L. - Come?! Tutto ci  vero, e ne convieni e ne ridi?
A. - Ma guarda, Luciano, guardati in torno, guarda me e pensa alla vita che conduco e poi paragona tutto ci alla tua condizione. Io ho un palazzo, ricche vesti, molto oro, belle femine, adorazione quasi divina in molta parte dell'Impero, e tu sei constretto a pronunziar discorsi o a difender cause o a scrivere opuscoli e dialoghi, girando il mondo come un esule per campare miseramente la vita. A me l'industria delle parole ha reso molto pi che a te, e ben a ragione mi vanto della verit di quanto m'hai detto come un'accusa, in cui non vedo nulla di trascendente all'operare ingegnoso di un uomo fornito di singolari attitudini ed in ispecial modo animato da un prepotente bisogno di diventar qualche cosa. Io mi son uno che ha saputo far bene i suoi interessi; e degno d'ammirazione mi stimo se, come gi Protagora Abderita sofista, da umile figlio d'un facchino son divenuto un nome, non pur nella Grecia, ma in tutto quanto l'Impero.
L. - O che imbroglione sfacciato! E ti pare anche bello farti credere preso da un delirio che gli Dei ti mandano e mostrarti in convulsioni e con la bocca piena di schiuma, quando son smorfie da istrione che fai masticando un pezzo di radice di struzio? E far vedere che, come Pitagora, hai una coscia d'oro, l dove si sa ci non esser altro se non una larga cinghia di cuoio dorato? E tener sempre il capo coperto per far supporre d'aver capelli ed essere in vece calvo come l'Occasione, senza n meno un ciuffo come costei?
A. - Esser calvo non  delitto. Ma queste che chiami imposture sono in vece raffinatissime arti per dare a gli uomini felicit immensa.
L. - Come sarebbe a dire? Sarei curioso che ti spiegassi!
A. - Vien qui, Luciano, e ti dar un saggio dell'arte mia. Lasciam da parte il serpente di stoppa: quello  per la gente grossa: ma incomincia con darmi a veder la tua mano. Oh, amico, hai una mano stupenda! Ma i Numi hanno per te riserbato ogni fortuna! Vedi, questa linea significa che avrai lunghissima vita, quest'altra che la tua fama sar immortale, quella, che se bene qualcuno ti sia nemico, conquisterai eccelsa posizione nello Stato, quell'altra che fra pochi anni, all'impensata, ti cadr a dosso un'eredit vistosissima. Oh di quante fortune ti vedo ricolmo, o Luciano! Dimmi un po' ora, in che mese sei nato?
L. - Voglio ridere ancora, amico! In Ecatombaion.
A. - In Ecatombaion? Il mese in cui nascono i segnati alla grandezza e alla potenza. Chi nasce in Ecatombaion  predestinato a raggiungere tra i mortali le maggiori altezze e tutti gli Dei lo proteggono e lo aiutano. Alessandro re dei Macedoni nacque in tal mese e divenne signore di buona porzione d'Europa e dell'Asia. Hanno i nati sotto quella luna carattere aggressivo e irruento, animo sitibondo di gloria, cuore fornito d'ogni virt, disprezzo delle grandezze non procacciate con il proprio valore, spirito pronto, ardito, valido nel resistere ad ogni avversit e nel superarle: e per di pi assai piacciono alle donne e sanno amarle ed esserne amati sino alla demenza pi cara.
L. - Basta, basta, troppa grazia, Alessandro.
A. - No, non basta. Vedi queste squame che porto sul petto come una piccola lorica? Son esse del serpente ove con il nome di Glicone vive il divino mio avo Asclepio e se le tocchi con animo propenso a venerazione per la divinit onde provengono, spera, o Luciano, spera con fiducia nel tuo destino, ch tale atto di rispetto e di affetto ti recher gran giovamenti! Poich, qual ora tu in quell'instante pensi alle cose maggiormente desiderate, queste ti si faranno facili a conseguirsi e, come assoggettate, diverranno tue nel tempo pi breve, si tratti di qual si voglia felicit abbi da conservare o sventura da evitare o ambizione da sodisfare. Cos pure se baci questo anello ch'io m'ebbi in dono da Artemide in persona quando venne a trovar me, novello Endimione...
L. - C' altro? Non hai finito d'impinzarmi di bubbole? Su via, quanto di devo dare per il tuo disturbo?
A. - Ne ho ancora per altri cento, pi furbi di te! Vogliam vedere che mai ti predicano le viscere di un gallo nero da sacrificare in tuo nome ad Asclepio? O la sabbia di quel vasetto sparsa su questa lastra, su la quale poi io soffi e pronunci magiche parole egizie o fenicie? O, se hai dolori in qualunque parte del corpo, vuoi esser unto con i citmidi, i miei unguenti miracolosi che tornano a vita in un attimo?
L. - Non darmela a bere:  grasso di capra a cui hai dato questo nome!
A. - Come vorrai e pure guarisce. O preferisci ti dica in qual citt  nato Omero, o quali statue avresti foggiate se ti fossi messo a far lo scultore, o quanti anni ti restano a vivere, o se la tua donna t' fedele? Tutto, tutto io posso dirti e all'animo tuo dare ogni contezza.
L. - Oh, in vero con poca fatica! E chiami questo una virt e ti adonti se ti dia dell'impostore e vuoi la mia amicizia? Cos spudorato sei dunque da farti bello dei tuoi delitti?
A. - Ecco, filosofuzzo amatissimo, dove t'inganni! Non delitti ma benefici dovresti chiamarli. In fatti, lasciami tentar di persuaderti del mio pensiero. Tu sei tal filosofo tra cinico, epicureo, stoico e scettico, quale difficilmente saprei ascrivere ad una scuola qual siasi. In ogni modo, sei un di coloro che voglion dire le cose come sono e non come dovrebbero essere, secondo quanto ha sentenziato un poeta, e vai cos distruggendo ogni impostura, ponendo in un fascio Dei, filosofi, tiranni, ciurmadori, eroi, senza avvederti di recare in tal guisa a gli uomini il maggior danno.
L. - Che vai dicendo? Se in vece apro loro gli occhi alla verit e tutti li dirigo sul sentiero della virt!
A. - Del vizio, Luciano mio, solo del vizio, poich la tua verit s'appoggia alla ragione la quale non vorrai sostenermi sia la sola dominatrice dell'umana vita, l dove vi son altre verit che la ragione pu osservare, senza per questo distruggerle e che s'appoggiano ad altri organi pi efficaci della ragione.
L. - Ignorantaccio! Non sai dunque che lo spirito  uno?
A. - So che la filosofia dice cos e la vita opera altrimenti. Onde la filosofia ha torto. E guarda; se tu tolga all'uomo una ragione superstiziosa ad isperare in se stesso, egli si volger a creder buoni gli altri, ci che sino ad ora non , od a cercar di soprafarli, ci che  gi accaduto, ma al meno sinceramente, con il sacro diritto della forza. Ora tu vuoi dire a gli uomini la verit. Male, io dico:  sempre male dire la verit, poich essa asservisce tutti gli uomini alla tirannide di un sillogismo che ognuno comprende in grado diverso, l dove gli stimoli dell'illusione, quanto quelli del sesso o del ventre, fanno tutti quanti gli uomini eguali dinanzi a un ideale, ed anche pi quelli del sentimento. E se la tua verit spoglia le essenze oscure dalle fantasie con cui gli uomini hanno voluto significarle o mascherarle, non sar essa abile a rendere un solo uomo pi logico, od anche giungendo a tale, migliore.
L. - O bello, o bello! Dunque la verit  un pregiudizio?
A. - Come la virt, come la libert, come la giustizia, come ogni astrazione da rintracciarsi applicata nella pratica della vita. La verit ha le gambe corte. Vuoi tu sostenere che gli Dei non sono? D'accordo, fra te e me, essi saranno stati inventati di sana pianta; ma, intendiamoci, inventati da una lunga generazione di uomini, i quali li hanno creati perfetti per la illusione di tutti, e non con il cervello sol tanto.
L. - Via, via, vuoi tornare alle facolt dell'anima.
A. - E buttale via, se sei buono! Gli Dei son creazione dell'umanit tutta intera e, per dire il vero, ingegnosa e tale da sodisfar per molto tempo ogni genere di mortali. Sei buono a trovare altro e tanto? Poich a nulla l'uomo  valido se una illusione non lo assista, e tale discorso anche alla fede si riferisce, la quale non ha su che fondarsi, quando l'oggetto ne sia logico e palese. Hai tu un'idea da valere universalmente quanto quelle che vuoi distruggere e, pur se l'abbia, sapresti poi diffonderla e renderla a gli uomini pi cara di quelle che osteggi? Se non sei da tanto, perverso io ti proclamo, o Luciano, perch vuoi scalzare le basi d'ogni superstizione quando non hai fondamenti per construire una nuova fede. Chi distrugge convien sappia riedificare per quanto ha distrutto ed ogni negatore  un demone malvagio che rapisce all'uomo una scintilla d'essenza vitale, se non abbia animo da suscitarne una pari a quella che ha soffocato.
L. - Io non vedo sia poi tanto necessario aver certi fumi per la testa.
A. - Ah non  necessario? O non son fumi codeste tue idolatrie irragionevoli per la verit? O non  lo stesso? Con la differenza che pochi uomini posson essere cos stolti da gettarvisi anima e corpo e che per esse lasci nell'ignavia pi vile, strumenti preziosi dello spirito tuo. Or voi tutto volete sia ragionevole, lampante, ridotto in ischemi, persuasivo per le vie comuni della conoscenza e non comprendete che l'uomo ha anche bisogno dell'assurdo per tenersi quanto pi pu lontano dall'impossibile. Per questo tu mi fai ridere, o Luciano, quando non fai alcun cenno di rispetto dinanzi ai simulacri degli Dei, anche se tu non vi creda, poich con tale superbia vieni meno al rispetto che devi aver di te stesso, rifiutando una prova d'obedienza e ostentando un atto villano di sprezzo. Non gli Dei, che poniamo pure non esistano, ma universalmente l'idea che rappresentano, la forza invincibile che significano, la disciplina e la fede altrui cui corrispondono, devi ossequiare, le quali, non per offenderti, ma son ben a te superiori se tu non ne hai in te di equivalenti, n, anche avendole, se queste non son cos efficaci da valere egualmente per la moltitudine negli Dei ancora fidente. Se cos fosse, saresti un dio, o Luciano, ed io stesso ti adorerei, ma per quanto senta di te, non credo sii ancora giunto a tale. Son essi assurdi? Sia pure, per te e per me; ma noi non abbiamo il diritto di dimostrare questa nostra credenza se non riteniamo possibile ad altri appagarsene. Ed io provo piet e disprezzo per coloro che ostentano incredulit, quando non posson loro attribuirsi intelligenza, cultura, e spesso onest sufficienti perch sia lecito ad essi fare a meno di Dio. Oltre a ci, in cambio della sua religione, vorrai tu donare al volgo la tua filosofia, ben meschina cosa e non mai a bastanza compiuta come quella che a mala pena sopperisce ai bisogni dell'animo tuo di continuo tormentato da dubbi e fantasmi paurosi? E poi, ammesso tu sappia resistere a codesta tua vita interiore di lotta tra l'assurdo e la logica, ma stimi da vero ognuno degli uomini disposto a togliersi l'illusoria certezza data a lui dalla superstizione per accettar cos di leggeri le tue convinzioni mal ferme? Oh io credo che non per amor degli Dei ma di se stessi, gli uomini ti lapiderebbero se tali cose andassi tra loro predicando!
L. - Mi darebbero la gloria poich li avrei assolti dalla servit meno degna e posti liberi in conspetto alla sorte e alla vita.
A. - E via, un uomo arguto qual sei, mi diventa ora retorico come un demagogo! Poich non  da te il pensare in ognuno tal forza d'intelletto da compiacersi della solitudine del suo cuore, a scapito di gioie e di speranze quali pu darne una fede, quantunque falsa come ritieni, ma sta pur certo che se l'uomo crede negli Dei (e con ci ti dico nella religione, nella morale, nella piet, nell'autorit e nelle altre cose strette in torno a gli Dei per il concetto dall'umanit construito) se l'uomo crede negli Dei, ci accade perch essi lo liberano dalla noia di darsi volta per volta una legge da s e perch sin ora nessuno ha trovato nulla di migliore e di pi bello e di pi persuasivo e di pi universale in cui far credere.
L. - Ah, mal vivente, e ti par degno lasciar vivere gli uomini in questa ignoranza, pi tosto che sappiano di non essere null'altro se non atomi di una vita materiale che li assorbe, e credano in se stessi, nella virt, nel progresso, nell'esistenza multiforme del bene fisico?
A. - Prvati dunque, e va ad un agricoltore e, convincendolo, digli: - Buon uomo in cielo non  Zeus, n altrove; gli Dei non sono, e tu null'altro sei se non atomo d'una vita materiale che ti assorbe; - dopo avrai un bel dirgli di credere in se stesso, nella virt, nel progresso, nell'esistenza multiforme del bene fisico, ma egli piangendo i lari dell'anima sua da te gettati a terra e spezzati chieder rimproverando: - O che ho a farmene io di tali parole che non intendo, di tali pensieri che non sento, di tali forze che non sono in me, se in vece quanto hai cancellato mi bastava e mi sodisfaceva?
L. - Ma non vedi, balordo, che a poco a poco verranno gli uomini ad adorar la virt, il progresso, l'esistenza multiforme del bene fisico, a ci dando le energie prima consacrate ai falsi Dei?
A. - O allora perch toglier di mezzo gli Dei che al meno son chiari per tutti, son belli, hanno bei nomi, buona reputazione se bene immeritata, e son sostenuti dalla tradizione? O non  meglio allora adorar Zeus, Era, Apollo, Dioniso, Ermes, Artemide, Afrodite e gli altri, a preferenza di tutte coteste brutte parole incomprensibili e poco sicure per la gran maggioranza dei mortali? Tutto si riduce, a veder mio, a cambiar nomi, dal momento che quanto tu chiami virt, progresso e il resto, non altro  se non quanto gli Dei rappresentano, manifestato per con minor bellezza e con scarsa forza di convinzione, di fronte a quelle potentissime e magnificamente fantastiche, quali su ogni uomo esercitano gli Dei!
L. - Io non credevo fossi cos logico, o Alessandro, e, tale, quanto a sofismi, da potermi stare a petto. Potrei ora dirti che s come noi non crediamo negli Dei e conosciamo l'errore in cui vivono i pi degli uomini, cos v' colpa da parte nostra nel lasciarveli e che se qualcuno non incomincia per quanto pu ad inalzare il pensiero a gli Dei nuovi e pi veri, non mai gli uomini potranno aver giuste e precise credenze. Ma hai gi detto a questo proposito molte cose assai stravaganti, n vorr teco disputare di simile argomento poich trovo che, se ben possa difenderti alla meglio quanto all'essenza della tua religione, non vali per altro e tanto per i frutti che ne raccogli e per le imposture con cui approfitti della credulit degli altri. Sian pur necessari gli Dei come vorresti, ma non vedo qual necessit si congiunga alle tue profezie, ai tuoi falsi miracoli, ai tuoi commerci d'illusioni. Con i tuoi discorsi hai menato il can per l'aia, senza rispondere a ci onde t'avevo accusato. Ed allora ti bollo ancora una volta come indegno ciurmadore, se prevalendoti d'un fascino da istrione ravvolgi d'inganni quanti si dirigono a te e li rimandi persuasi di assurde fantasie e di turpi menzogne.
A. - O Luciano, non mi fa ora meraviglia se lo zio materno a cui, fanciullo, t'avevano confidato i tuoi perch ti facesse scultore, t'abbia reso un giorno alla famiglia ben gravato di busse. Dissero ch'era perch gli avevi spezzato un masso di marmo prezioso, ma io inclinerei ora a credere ci accadesse perch avevi voluto con logica precoce e ostinata, discuter con lui di qualche filosofema; e se il masso si spezz, fu certo su la tua cervice, sin d'allora assai dura, in argomento soccombente di persuasione. Oh Luciano, come sarebbe noioso il mondo se, come te, tutti volessero ragionare ad ogni costo!
L. - Certo, perderesti ogni clientela.
A. - E gli uomini sarebbero allora assai infelici! Ma non riconosci che io concedo a chi si rivolge a me gioie tali quali nulla saprebbe dare, impulsi in null'altra guisa possibili a suscitarsi? Segui per un instante il mio dire, ed essendoti accostato con la mia sentenza esser la felicit solamente illusione, considera a parte i due modi della mia pratica. Poich vengono taluni a chiedermi qualche cosa riguardo alla fortuna avvenire ed io sempre la prometto loro, non per veruna sicurezza io possieda quanto alla verit della profezia, ma perch so che nulla rende pi lieta una vita, d'una vaga speranza in cui abbiamo a credere; e questa io dono a chi non saprebbe crearsela. Non solo: ma se io ti dicessi ora che diverrai procuratore imperiale e sarai in schiavit insigne e ragguardevole e sodisfatto dell'onore, del comando e della lauta provvisione, pur se tu ora non creda a quanto ti predico, ne ritrai per un breve sussulto di piacere, n mai le mie parole ti si cancellan dal cuore. E, per quanto scettico, andrai dicendo sempre a te stesso, anche nei momenti di maggiore sconforto, che vi fu un giorno un pazzo, un impostore, il quale ti vaticin per l'avvenire qualche felicit. Ma se tu poi creda al mio dire, ti parr la vita pi facile a sopportarsi, ai tuoi mali avrai pi sbito sollievo, pi constante e sicura fede nel tuo destino. Credi a me, Luciano, una piccola illusione vale immensamente meglio di una realt pur desiderata e felicissimo pu chiamarsi colui il quale su ogni minimo evento sa constituire una chimera e molte sa mantenerne e di esse nutrire il suo desiderio. Non per diversa cagione gli uomini favoleggiano d'un altro mondo di l dal punto della morte. Se tu senta in te stesso che la tua vita non pu continuare nella presente umilt e che a molte gioie la tua ventura dovrebbe chiamarti, e se di ci t'assicuri ancora una voce autorevole, o un caso oscuro, od un avviso, per qualche maniera, sopranaturale, che importa poi se il futuro smentir la tua speranza, quando e dell'uno e dell'altra hai in tanto goduti i pi sicuri e durevoli frutti? Guarda a qual miserabile cosa si riduca la vita dell'uomo, se tu la spogli d'ogni credenza superstiziosa e d'ogni fede nel mistero della sorte e considera in vece come essa transcorra pi serena e animata quanto pi s'adorni d'imaginazioni e d'attese! Ma in queste, o Luciano, la vita consiste, in queste sole, ove l'uomo rinviene l'incitamento pi efficace a operare, il conforto pi nobile per aspettare, il pi mirabile rimedio per non disperarsi.
L. - Parli bene da vero, Alessandro, e s'io non fossi Luciano, vorrei ben essere un altro per aver la felicit di crederti. Poich se pure fosser giuste le cose dette, ed io non vorrei n meno discuterle, avrei allora caro di sapere perch ti arroghi il diritto di profetizzare e come, a coloro che si rivolgono a te, osi dare elementi di certezza esaminando le linee della mano, soffiando su la sabbia, scrutando per entro le viscere dei galli, o con altre ridicole stregonerie.
A. - Sei proprio incontentabile, amico mio! E bene, lasciami dire innanzi tutto che, quantunque non so in modo preciso come ci avviene, pure in quanto io profetizzo un fondo di vero c' sempre. Poich credo per fermo che, comunque assurda possa parere, non sia mai dato all'uomo il dire una cosa assolutamente impossibile. Come non pu pensarsi se non quanto , cos non pu dirsi se non quanto  vero: n  mai da escludersi la possibilit di nulla fra tutto ci che l'uomo pu dire. Le parole son strumenti tali da non potersi combinare fra loro se non per formare, quando dicano una cosa sensata e comprensibile, l'espressione d'una realt o d'una possibilit. La grammatica e la sintassi son le leggi della conoscenza ed ogni affermazione formalmente accettabile non pu non contenere una verit.
L. - Alessandro, mi prendi per uno stolto. Se mi dici che non morir mai, per quanto fedele sia questo tuo dire alle leggi della logica formale e della grammatica, pure disgraziatamente  contrario alla verit.
A. - E perch? In tanto per ora non sei morto e fino a che tu non muoia ci non pu dirsi. Ma se poi dicendo tu io dica il tuo corpo, la materia di cui si compone, la forza che lo sorregge, e se dicendo morire io dica disperdersi, transformarsi, raggrupparsi, io avr detto precisamente la verit e per di pi ti avr dato per niente un'attendibile spiegazione dell'immortalit dell'anima. Cos dunque ogni cosa che si dica ha una relativa probabilit d'esistenza.
L. - Bellissimo, meraviglioso, insuperabile. E cos la sabbia, le viscere, le mani?
A. - Quanto a queste, credi pure, anche ragionando, non  da escludersi poi in modo reciso che non contengano elementi per giudicar di cose le quali vi sembrano estranee. L'uomo  macchina cos coerente in ogni sua parte che tutte le sue membra si plasmano alla sua indole. Come posson indagarsi i caratteri dai lineamenti dei visi, le professioni dalle forme delle mani, le nature dalle maniere di parlare, cos da tanti altri segni posson rivelarsi attitudini, inclinazioni, vizi, e per fortune, onde, con un'esperienza di vite, di uomini e di libri quale io possiedo, raccogliendo tali osservazioni m' dato arguire presso a poco le sorti d'ognuno. Poich, ed in questo converrai con me, s come l'uomo  volont e le congiunture nulla possono su la sua fortuna come quella di cui egli stesso  l'artefice, conosciuta la sua volont, oltre quanto egli possa credere, nell'estensione e nella forza, facil cosa  argomentare il suo destino.
L. - Ma tu rigiri le parole in modo meraviglioso e ad udirti vien voglia di darti retta tanto sembri in buona fede. Mi resta per un dubbio: vorrei mi chiarissi come accade che, se pur sai la sorte di ognuno, a ognuno tu la preveda bella, sfolgorante di gloria, gremita di felicit, ricolma di ogni bene? A questo non saprai rispondermi, credo, e l'accusa d'impostore ti rimarr.
A. - Non altro manca a quanto t'ho detto sin qui per convincerti che io sono un benefattore degli uomini. Tu sai che se taluno viene a chiedermi un sollievo per il male di cui gli senta qualche parte del corpo, questa gli ungo con i citmidi, un unguento composto sol tanto, non lo negher, con grasso di capra; pronuncio poi alcune formule, ed il male, come tu stesso avrai inteso dire, passa. Come accade questo? Accade perch la persuasione di trovar presso di me il rimedio, vale per questi miseri corpi quanto il rimedio stesso, poich d loro una fede, anzi una certezza di non sentir quel male.  illusione il dolore? O  illusione il sollievo? Non lo so, ma so bene d'altra parte che il male passa e se pur non vogliam credere ci avvenga per effetto d'illusione,  per lecito a noi pensare al meno che passi perch il mio scongiuro ha cresciuto in chi lo soffriva la forza per resistervi. Cos quanto ai mali morali: tal volta a chi me ne chieda riparo li descrivo all'evidenza, anche in quello che non sarebbe possibile sapere, poich penso esser pi dolorosa la parte imaginaria del male, di quella certa; e quando un dolore  consapevole in modo sicuro, preciso e totale,  anche meno sensibile. Cos in fine se faccio toccare a taluno le scaglie di Glicone promettendogli da questo atto conforti e sollievi, non faccio se non dare a costui un'imaginaria certezza del contrario di quanto teme e per ci una forza morale per non temerlo o per sopportarlo. Son tutti citmidi, Luciano mio dolce, sono ideali fiducie di gioia e parvenze di felicit emananti da questo mio commercio tanto benefico e consolatore pur se paia turpe a te che sei un di quegl'illusi insofferenti di veder le cose se non a traverso il lor pregiudizio. Guai a chi nel mondo s'appaga di saper guardare a una cosa sola, guai a chi della vita conosca solo un aspetto e tutto voglia ridurre a quello, poi che non sa muoversi dall'angoletto riposto in cui lo tien prigioniero l'intolleranza cocciuta! Vi sarebber molti, pronti a dar la met degli anni che restan loro a vivere pur d'avere un'illusione per l'altra met: come dunque puoi biasimarmi se io magnificamente spando e a pi buon mercato illusioni per tutti e forse anche per te che fai mostra di non credermi? Oltre di che, in ogni senso, tutti assieme od uno per uno, per il sentimento o per la ragione, per la vita dell'anima o per quella esteriore, gli uomini hanno sempre pi bisogno di credere che di sapere, ed in fatti per lor naturale, tendenza, a pena possono fanno d'una conoscenza una religione. Quel che  necessario alla felicit  un dubbio sereno e nobile, quasi incorporato con la persona, e non vi fu mai un infelice che tale suo stato non dovesse ad una certezza. Se io t'assicuro per l'avvenire gloria, ricchezze, onori, amori, credimi, Luciano, tu sarai pi forte per lottare la vita, pi animoso per intendere ai tuoi propositi, pi libero per mirare alle tue mete. E questo, abbilo chiaro nell'animo,  l'importante poich quante cose chiami superstizioni, sono in vece spedienti mirabili per distaccar l'animo tuo dal terrore della morte e dalla sollecitudine del presente sempre dubbio, triste, doloroso, e per lanciarti nel futuro pieno di mistero ma anche di luce e di speranza.
L. - Allora, se io ti credo, m'adager nell'ozio, sognando e aspettando, accada che vuole.
A. - Convien credere a tutti i presagi, non per ordinar su di essi la vita la quale sappiamo tu ed io dipendere solo dalla volont di ciascuno, ma per animarla d'imaginazioni, perch la speranza o il timore abbian preveduto ogni evento, e perch essi valgono non per il momento in cui possono avverarsi, ma per quello in cui si hanno o si vedono o si pregiano o si godono.
L. - Via via, m'hai fatto turbinar nel cervello una ridda di parole e m'hai ravvolto la mente di sofismi, ma la mia opinione non  mutata ed io credo ancora nella virt e non negli Dei.
A. - Me ne duole, ma se invochi l'opinione non ho nulla da dirti, in quanto essa  semplice espressione del tuo temperamento fisico onde per togliertela dovrei levarti la vita.
L. - Cos dunque me ne vado, Alessandro, non avendo alcuna ragione per concederti una stima da te forse desiderata a punto perch sai di non meritarla. Addio Alessandro!
A. - Sta sano amico: tu diventerai procuratore imperiale e sarai ricco e potente.
L. - Addio.
A. - Se n' andato? Coccona, Coccona, vien qua, corri dal nocchiere della nave su cui deve costui condursi ad Amastri e dgli quanto fu pattuito perch quando saranno in alto mare me lo getti in acqua e s'affoghi. Non mi convien resti vivo un uomo instrutto su i fatti miei e che pu nuocermi, quanto colui. Ah, Luciano Luciano, vedrai tu se diventerai procuratore imperiale; e che Alessandro di Abonuteico sia un impostore, ti sar provato cos luminosamente da farti pentire d'averlo detto. Corri, Coccona, corri e aiuta la mia vendetta!
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DIALOGO DI ELENA TROIANA E DEL GIOVINETTO TEOCLE O DELLE DONNE.
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ELENA. - O ragazzo, chi sei, che ti vedo per la prima volta?
TEOCLE. - Io mi chiamo per nome Teocle e son nipote di Erissimaco di Acumeno, il medico.
E. - Sei dunque di buona famiglia e bene imparentata e conosciuta dai migliori. Entra, entra pure, di' che vuoi, Teocle caro.
T. - Io vengo, o Elena, perch un mio amico di me maggiore d'anni e pi esperto m'ha consigliato di rivolgermi a te per aver pace da una mia angustia.
E. - Dimmela ed io sar tutta per te a sodisfarti.
T. - Tu sai che Erissimaco, mio zio, se la fa con gli ottimati e spesso va in casa loro a cenare o a discorrere: cos accade che conosca Agatone, Senofonte, Callia, Aristodemo, Fedro, Aristofane, lo scrittore di comedie, e tutti i sofisti da Socrate in gi. Sere or sono a punto fu in casa di Agatone ad un grande convito.
E. - So qualche cosa di codesto simposio: vi and una auletride siracusana che sta qui nella mia casa, insieme con Alcibiade figlio di Clinia che era venuto a prenderla; e mi disse poi che quando ella entr ove Agatone con i suoi amici erano raccolti li ud parlare in modo che le parvero pazzi, ma pi tardi s'accorse che in vece eran tutti ubriachi da tirar su con il cucchiaio.
T. - E bene, anche mio zio and a quel banchetto e torn ch'era quasi giorno. Ed io la sera di poi lo udii ripetere ad un amico alcuni dei discorsi che s'erano tenuti l gi, i quali pare sian stati assai belli e adorni, cos che tutti ne parlano...
E. - O che vuoi che m'importi dei discorsi che i cittadini fanno quando son tra loro a cena? Io sto qui per loro, ma solo allor che desiderino imbattersi in qualche bella femina; dunque, ragazzo, lascia da parte i discorsi dei signori e dimmi ci che vuoi da me.
T. - Non t'impazientire, o Elena, ch capirai subito quel che io cerchi. A quel convito, come sembra, era anche Socrate.
E. - Chi? Quel figlio d'una levatrice, dalla faccia di Sileno, che con la scusa di spronarli alla virt m'ha levato mezzi i clienti, ed ora tutti i giovani non amano pi che la saggezza? Del resto basta guardarlo in viso per capire ch' un ipocrita e un poco di buono, e da vero se io fossi uno degli undici lo condannerei a bere la cicuta, quell'uomo spudorato! C'era per esempio un bell'efebo, un tal Ippocrate figlio di Apollodoro, che forse conosci, e spesso veniva qui, tanti anni or sono, e lasciava buone dracme per me e per le ragazze: e bene, pare che Socrate gli abbia posto in capo di darsi alla sapienza e d'allora si son visti sempre insieme, seri seri che faceva compassione a vederli, e quello qui non c' pi capitato. E come lui tanti altri. Badi, quel pitocco chiacchierone, badi ai casi suoi, perch se si mette a farmi concorrenza o guerra, so ben io mostrargli chi  Elena e quanto valgo in Atene.
T. - Non dirne male, Elena, perch devi a lui se son qui.
E. - O come? Dimmi, per gli Dei! N'aveste fatta una buona! Sarebbe dunque vero che, come mi accenn Teodota, egli non sarebbe alieno dal condurre i giovani alle donne?
T. - Se non mi lasci finire non ti potr spiegar nulla. Io udii dunque mio zio raccontare tutto ci che si disse al convito di Agatone. Ed ho sentito che Socrate rifer discorsi meravigliosi di una donna di Mantinea, di nome Diotima che si crede sia una sacerdotessa.
E. - Diotima?! Che sacerdotessa mi vai cantando! Ella  un'etra bell'e buona e, se bene non pi giovanissima,  ancor assai piacente e molto esperta!
T. - Di', di', la conosci? Oh come son felice, o Elena, di esser venuto da te! Poich, quando intesi i discorsi sublimi che su l'amore aveva fatto a Socrate quella donna, subito mi sentii ardere da un desiderio folle di conoscerla e di parlarle e, te l'ho da dire? da quella sera non ho pi dormito, non ho pi mangiato, non ho pi vissuto, pensando a Diotima ed a come avrei potuto fare per dirle il mio amore, sperando d'esserne ricambiato. E, confidatomi con Pausania ch' mio amico, questi m'ha detto di venire da te che forse potevi esaudirmi. Dunque la conosci?
E. - Se la conosco! In due parole ti dico chi . Diotima  una cortigiana del Peloponneso che ha girato un po' tutta la Grecia ed ora sta qui in Atene e la tiene per s un vecchio, di nascosto, ma non lo dire a nessuno, uno degli arconti e le d molto danaro.
T. - Oh quanto mi rincresce! Ed io che volevo vederla e conoscerla ed ero venuto da te per questa speranza! Son proprio disgraziato!
E. - Eh clmati, ragazzo, e non ti disperare! Diotima dunque, spesso viene a trovarmi perch le piace tal ora vivere come una volta, fosse per un giorno, fosse per un momento.
T. - Quando? Quando viene? Dimmelo, Elena, che sar qui il giorno prima!
E. - Ma, per me, se proprio la vuoi, posso mandare a chiamarla dalla schiava anche subito, e se non c' l'arconte vien qui di corsa.
T. - Oh Elena, manda subito, manda subito la schiava ed amer te e lei come benefattrici! Io vedr Diotima, le parler, le riveler il mio amore ed ella forse sar mia! Io morir di tal gioia, Elena, o mi creder d'esser divenuto uno degli Dei beati! Manda la schiava, mandala presto, che vorrei fosse gi tornata con lei!
E. - Subito, o amantissimo e ardentissimo Teocle. Hai portato, naturalmente, il denaro che occorre.
T. - Il denaro? E che denaro ci vuole?
E. - Il denaro, ma s, il denaro per pagare la donna; non me che ti mando a chiamar Diotima e non voglio nulla perch mi piaci, e sei quasi un fanciullo e si vede che di queste cose non te n'intendi.
T. - Il denaro! Ma non sapevo che ci volesse denaro!
E. - Dieci mine pretende Diotima da chi vuol conoscerla.
T. - Dieci mine! E quando mai ho avuto tanto gran somma?
E. - Dieci mine e non un obolo di meno.
T. - Dieci mine! Se ebbi una dracma alle ultime Dionisie piccole! E me la diede mio zio Erissimaco perch nelle Ascolie danzai bene su di un piede solo sopra l'otre unto d'olio senza cadere e d'allora pochi oboli mi son rimasti.
E. - O dunque, che sei venuto a fare?
T. - Ma non m'imaginavo ci!... Via, tu scherzi, Elena; perch, sai, io amo Diotima e non vengo mica qui per sollazzo. Io l'amo, vedi, cos come si racconta di quel poeta, che s'inamor da lontano d'una regina della Siria e che partito al fine per andarla a vedere, mor in vista alla spiaggia ove sarebbe approdato felice. Io l'amo come un demente e mi sembra che l'amer per sempre: e non sono or mai che di lei e per lei, non penso pi che a lei, sento in me i nervi, il sangue, il cervello, il cuore, non vivere altro che tremando in attendere lei.  vero amore o non , il mio?
E. - Pochi discorsi. Son dieci mine che ci vogliono.
T. - Ma io son giovane, sono ardente, ed ella vedr in me un'anima che s' nutrita del suo pensiero e pare aver vissuto sin qui solo aspettando questa divina felicit e di consacrarle la giovinezza!
E. - Son dieci mine!
T. - Le dir versi, o inamorati come ne scrisse Alceo, o epinici come Pindaro, o elegie come Mimnermo, o embactri come Tirteo, o le rapsodie pi belle d'Omero che so quasi tutto a mente, o i cori pi armoniosi di Sofocle....
E. - Bella roba! Son dieci mine!
T. - O allora con lei discorrer da filosofo e l'amore mi far essere pi alato di Anassagora o pi superbo di Eraclito...
E. - Dieci mine, dieci mine, dieci mine! Non l'hai capita? Quante volte debbo dirtelo?
T. - Ma, Elena felicissima, per che ho a spender danaro, se amo Diotima? O che relazione corre tra Diotima e dieci mine?
E. - Questa sol tanto: che Diotima ama chi le d dieci mine.
T. - Oh sventuratissimo che io sono! E come  possibile che l'amore debba pagarsi?
E. - Che vuoi che ne sappia io che sono una povera ignorante! Alle corte, questo denaro non l'hai?
T. - Ma no, Elena, e per questo piangerei di dolore!
E. - N io potrei farti nulla. Diotima ama solo a quel patto.
T. - O come pu accadere che debba farsi pagare il suo amore e voglia a dirittura una sostanza, una donna di cos sottile ingegno e, come mi dici, tanto bella? Forse che l'amore  un servigio come quelli che si pagano?
E. - Ah questo s, e a denaro sonante e non a credito, posso dirtelo io!
T. - Cos che dovunque vorr amore dovr pagare? Va l, questa non la bevo!
E. - E sicuro, Teocle mio, pi o meno, ma dovrai pagare sempre. Poche mercanzie hanno tabelle di prezzi cos fermi, come l'amore.
T. - Che dici? L'amore una mercanzia? Elena, mi prendi per uno stolto!
E. - Ah s? O Teocle, poi che m'hai fatto perdere gran tempo, voglio or mai perderne ancor un poco per provarti che  vero ci che dico. L'amore si paga sempre.
T. - Anche essendo riamati?
E. - Sempre, ragazzo, ed anzi quanto pi s' riamati, tanto pi si paga, e tanto pi si paga, quanto pi bella o amante o onesta  la donna che si possiede, come che queste tre parole dicano poi una cosa sola. Tant' vero che pur nel linguaggio si dice cara, di donna che molto si ama come di cosa che costa assai.
T. - Ma questo  immorale.
E. - No, ch anzi  naturale, poi che questa  la forza dell'uomo. Tu in fatti avrai forse sentito parlare d'un'altra pornobosca di qui, che come me si chiama Elena e che  Osca e sta dietro l'Arco della Pace.
T. - S, s, anzi vi fui una volta con Pausania, ma mi fecero spavento le brutte donne che v'erano.
E. - E bene, se tu vada l e voglia avere una di quelle, paghi tre oboli e poi vieni via senza pensarci pi sopra.  cos o non  cos?
T. - E come no?
E. - Ancora: se tu voglia un'auletride o una danzatrice o un'etra di quelle che s'incontrano al Ceramico, darai ad essa un po' pi del tuo tempo e forse un po' pi dell'anima tua e certo pi denaro, ch con quelle puoi arrivar pure a spendere una mina.
T. - Tanto in fatti sbors per Filinna, Autolico figlio di Licone, che pur  bello e savio ed aveva vinto al pugilato e alla lotta nelle Panatene.
E. - Lo vedi? Se tu voglia Diotima, non ti star a ripetere quanto si deve spendere, ch te l'ho detto a bastanza. E Diotima tu l'ami, ed  solo di pochi e non di tutti, come le donne di Elena Osca o in altro modo Filinna, e se le dia quel denaro, ti fa credere d'amarti.
T. - Non dir pi, Elena od impazzir di desiderio!
E. - Lasciamola l, dunque e andiamo avanti. Se volessi poi amar veramente una di queste tali e averla tutta per te, allora ti converrebbe impegnare porzione delle sostanze e tanto pi dovresti pagar la donna quanto pi l'amassi fin che da tutti si direbbe che pazzamente la ami se pazzamente spendessi per lei.
T. - Cos in fatti ho udito dire.
E. - E ancora se tu scelga una fanciulla di quelle che non sono etre, come sarebbero le figlie dei soldati o le tessitrici o quelle che vendono vasi, e se voglia tenerla con te, bisogna anche qui che ti sveni e per darle nutrimento e vesti e alloggio, e non te la cavi per poco.
T. - E sfido! Gi gi,  proprio cos!
E. - E se poi contra alle leggi, ti piaccia aver la moglie di un cittadino,  necessario che sborsi ancor pi denaro e per tenere una casa in cui vederla di nascosto, e per pagare sicofanti, se no pu esser denunciata ai tesmoteti, e per acquistare fiori e ninnoli e ricordi, quando pure tu abbia la fortuna che non ti tocchi di peggio.
T. - Ma, per Zeus, mi spaventi, o Elena, se cos sono le cose!
E. - E cos sono e non altrimenti. O tanto inesperto sei dunque da non vedere che una donna tanto pi ti costa quanto meno la paghi e che per ci quanto pi amore non dir tu pretenda, ma tu senta, quanto maggior bellezza desideri, quanto pi onesto sincero e devoto ti si ricambi l'affetto, tanto pi denaro avrai a sborsare? L'amore  un lusso per i ricchi, fanciullo, e qualunque donna costa sempre troppo all'uomo, a qual si voglia condizione egli appartenga. Poich quel costo non crede mai d'averlo a sostenere, ch non mai oserebbe prevederlo, e s come lo sopporta per togliersi un capriccio su che la ragione non ha presa, cos quel denaro si dice sperperato a causa di follia.
T. - Tu dici bene, o Elena, e veramente ti son grato di tanta esperienza che mi regali. Allora, a pena sia in et voglio prender moglie: cos avr finalmente le femina che non costa nulla.
E. - O meraviglioso Teocle, quale scempiaggine hai detto! Buon per te che non c'era il tuo pedagogo, se no sentivi come ti ripassava la schiena con lo staffile per punirti di ci che la tua folle giovinezza ti ha fatto proferire!
T. - O questa  bella! O che anche la moglie costa denaro?
E. - Pi d'ogni altra, ragazzo. Poich innanzi tutto qui devi avere un capitale e non soldi spicci, quanti pi o meno ne bastano per ogni altra. Oltre a ci un'altra donna, se ti cessi l'amore e tu voglia allora esser avveduto quanto ai beni, puoi press'a poco lasciarla quando ti pare, mentre la moglie, stando alle norme, per tutta quanta la vita hai a godertela. E poi la moglie  colei alla quale non una parte si d del proprio avere, ma intiero, e non possiedi pi un obolo della tua sostanza, perch tutta devi consacrarla al tuo legame con la consorte, come quello che gli Dei giustissimi e la ragione sociale e morale e le sacro sante leggi proteggono. Conosco io tanti giovani che d'ogni piacere si privano, e lavorano per guadagnare, e da me non vengon mai, e qualunque pi umile moneta pongono in una pentola, con il solo intento di prendere una moglie. Ed ognuno li loda, ch in vece se ci facessero per un'etra, e n'avrei io di belle e discrete per chi che sia, nella citt si direbbe che son stolti e forse disonesti. O che non si comportano cos per lo stesso scopo per il quale potrebbero avere un'etra? Eh s, la famiglia, l'onest, il decoro, son belle ciarle, ma credi, Teocle mio caro, che in fondo a tutto c' l'amore, si chiami come si vuole, e che colui che dice donna, dice denaro. Se non fosse delle donne, il denaro non sarebbe quello che , anche a parte dal tempo che quelle fanno perdere e che  denaro anch'esso.
T. - Oh Elena, perch mi dici di tali cose terribili? E io che m'ero pensato or  alcun tempo d'aver a sposare Mirrine, la figlia di Cleomene, il ricco incettatore di grani, la qual non so se m'amerebbe, ma sentivo che quando fossimo stati pi grandicelli assai avrei potuto amarla!
E. - O che idea buffa! Hai tu denaro? Altrimenti all'amore rinuncia per il tempo che ancor ti rimane a vivere, che gli Dei facciano sia lungo e felice e non pensare a prender moglie. Cleomene dar Mirrine a chi avr grandi ricchezze o, se ci vale altro e tanto, a chi sar un nome nella Grecia, e non a chi pi amer sua figlia. O sarebbe ben ridevole caso se tu, sol perch fossi bello e intelligente e inamorato, avessi a goderti il ricco usufrutto della sua dote. E che importa l'amore a Cleomene e certo anche a Mirrine se denari vogliono essere?
T. - O Elena, Elena, quante cose mi dici che la mia giovinezza non sapeva! Ma perch dunque ai mortali la vita  cos ordinata che non possano viverla per un fine, senza che i mezzi degli altri non abbiano ad influirvi? Cos triste si presenta essa per ci, che pur le pi umane tra le inclinazioni debbano essere adattate nel loro sodisfarsi alle pi turpi tra le invenzioni che per altri fini furon create? Cos ingiusti debbon esser gli Dei, che uno degl'instinti pi necessari abbian complicato con l'influsso degli altri, come sembra, meno nobili?
E. - Cos , o Teocle, n il tuo lamento saprebbe mutare i decreti del Fato. Ma lascia che ti racconti un breve mito che meglio sapr farti chiara la sostanza dei nostri discorsi.
Fu in fatti una volta tempo che gli Dei erano ben s ma non erano le generazioni dei mortali. Quando anche per queste venne il tempo d'apparire gli Dei le formarono mescolando terra e fuoco, e gli uomini furono. Ma gli uomini non avean cos ragione alcuna di sussistere poich mancava loro ogni stimolo ed ogni necessit per seguitare a vivere, ed essi e la loro stirpe. E pens allora Zeus incensurabile, poi che non intendeva proseguire a dar vita cos a forme inerti ed inutili da aver solo la morte per fine, e per sopra pi a mantenerle, di ordinare per ognuno di coloro che hanno vita due pungiglioni che spingessero quelli a far da s e, senza avvedersene, a tendere alla morte nel migliore dei modi, e li fece in vero, e li affid a due dmoni, e all'un d'essi pose nome Eros, all'altro Kerdos, i quali dovean sempre star da presso ad ogni uomo, ed or l'uno inspirargli di amare, per continuare la stirpe, or l'altro di nutrirsi per continuare a vivere egli stesso. Ma poi che i dmoni si furon posti a canto all'uomo, dall'un lato e dall'altro, accadeva che sempre un d'essi aveva il sopravento sul secondo, e si vedevano taluni sol pensare a riprodursi, taluni solo a nutrirsi e la vita universa perdere il suo naturale equilibrio. Oltre di ci avvenne che tra Eros e Kerdos sorse un'inimicizia mortale, alimentata dalla reciproca gelosia, e le cose del mondo andavano cos alla peggio, per quanto i savi dicano che allora l'uomo viveva secondo natura e ch'era l'et dell'oro: forse a punto perch l'oro non aveva in quel tempo alcun valore e non importava a nessuno. Ma il Cronde, un bel giorno, a ci volendo porre ordine, i due dmoni chiam a s e, dopo averli severamente redarguiti che non sapessero vivere in pace, comand che subito in sua presenza s'abbracciassero e per lo Stige giurassero che d'allora in poi non avrebbero pi operato ciascun per s, ma solo l'un per l'altro, celandosi anzi ogni volta che all'uno toccasse di punzecchiar l'uomo, cos che questi ritenesse d'obedire all'altro. Tornarono Eros e Kerdos su la terra, animati dai migliori propositi, tenendosi per mano, e da quel giorno in fatti s come non deve nessun dei due aver vantaggio su l'altro n meno di uno solo degli uomini, quante volte Eros punge un mortale a vivere ci fa per conto di Kerdos ed al mortale impone di obedirgli, e quante volte tocca a Kerdos, ed egli fa presente solo Eros all'uomo e tal ora lo chiama in soccorso. Cos l'opera dell'uno  divenuta mezzo a quella dell'altro e al contrario, onde se l'uomo si move per Eros, convien che prima obedisca a Kerdos, e se per Kerdos, lo fa per compiacere ad Eros. Ne  conseguito che il nome dell'uno, e ci  di Eros,  venuto a significare nel nostro idioma l'amore, e quello dell'altro, che sarebbe Kerdos, il lucro o vero il guadagno del denaro e che le due cose non possano pi esser disgiunte, poich il denaro non per altro lo vuoi che per amare ed essere amato, e se voglia essere amato ed amare, devi, anzi ogni altra cosa, procacciarti denaro.
Cos, con un mito che parrebbe architettato da Protagora e da Prodico insieme ti ho fatto chiara questa relazione.
T. - Grazie, grazie, Elena sapientissima: tu m'hai consigliato assai saggiamente e da oggi mi sembra d'esser diventato un uomo.
E. - Cos parli bene. E procura di guadagnar denaro, molto denaro, quanto pi puoi di denaro e, se saprai ben usarlo, le donne saranno tutte tue. Denaro vuol dir donne, e quelli che ne guadagnano, per esse sole ne guadagnano.
T. - O come giunger a guadagnar denaro, io che sono un buon ragazzo d'animo mite e che pur essendo giovane d'anni mi compiaccio d'adagiarmi nella contemplazione della verit ed a meditare i problemi dell'anima? O sai che far? Io rinuncer a Filinna, a Diotima, a Mirrine e a tutte le donne e correr da Socrate a pregarlo che me pure faccia sapiente e diriga sul sentiero della virt.
E. - Fa pure ch, come sembra, a me non rechi gran danno. Ma prima pensa anche ai casi tuoi, poich ho sentito qui sere sono da alcuni cittadini che posson esser un giorno o l'altro tratti a sorte su l'Ardetto e divenir dei cinquecento, che dopo le Nuvole ha incominciato a spirar per Socrate un cattivo vento. E di ci m'assicurava con essi anche un giovinotto magro e ben pettinato di nome Meleto, Pitteo, un tal poeta tragico pi valente assai di Sofocle e di Euripide, autor di una Edipodia di strabocchevole bellezza, il quale vien spesso da me ed io l'amo al punto che gli farei dono d'ogni mio avere se gi egli non ne prendesse in quantit da se stesso.
T. - Me ne vado allora, e assai triste e sconsolato, ch non vorresti n pure ch'io mi dessi alla filosofia!
E. - No, ragazzo, che me n'importa? Cos, se ti piaccia tal volta qualche donna, fin che hai poco denaro, va pur da Elena Osca che tien casa dietro l'Arco della Pace e se ti basta l'animo, da lei spendi i tuoi soldarelli e divertiti quanto ti piacer.
T. - Addio, dunque. Come avrei amato Diotima!
E. - Diventa ricco, Teocle, e dell'amore n'avrai a saziet.
 LA PASSEGGIATA. DIALOGO DI POLIFILO POETA, ZENODOTO ARCHEOLOGO ED ELIODORO FILOSOFO.
ZENODOTO. - Di qui, di qui, amici. Scendiamo al livello della citt antica passando sotto quest'arco. Ecco una breve strada di campagna e qui  la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo.
POLIFILO. - Che mirabile solitudine!
ELIODORO. - E come si vedono tutte le sovraposizioni della storia! Dall'antichit pi remota, vi son qui i segni di ogni civilt.
ZEN. - Ecco il convento e il campanile, la facciata della chiesa ed il suo portichetto, ciuffi di verde ed una fuga di brevi archi che per il declivio ci conduce alle falde del Palatino.
POL. - Vorrei qui aver la mia casa, in questo popoloso silenzio, e sento che qui soffrirei dolcissimamente.
ZEN. - Anche tu martire?
EL. - A me in vece piacerebbe, per potervi resistere come su di una rocca forte, all'assalto degl'importuni che cercano consolazioni da me che non ne ho per me stesso.
POL. - Per questa ripida scesa del Celio, li precipiteresti nella disperazione.
EL. - Ma forse apprenderebbero a non ostante tenersi su.
ZEN. - Eccoci su la via. Dall'arco di Constantino a San Gregorio allargheremo il viale.
POL. - Demolendo quei muri?
ZEN. - E vi porremo un'insigne cancellata a ricinger tutto il colle, ed una per tutta la plaga pi bassa. Ecco, guardate, sotto quella collinetta noi troveremo le vestigia della vita pi remota.
POL. - Ma serberete i belli alberi frondosi e la graziosa casetta del Rinascimento e quelle mura erette su i ruderi antichi...
ZEN. - No di certo.  necessario radere al suolo tutto quanto pu impedire la nostra ricerca, e sotto il suolo scavare fin che non tornino alla luce i documenti del passato.
EL. - E scaccerete gli abitatori di quelle casupole e gli occupatori di quelle botteghe?
POL. - E sparir quel balconcino panciuto, tutto ingemmato di gerani, di garofani, di matricaria, come da una collana odorosa?
ZEN. - Ma non intendete che abbiamo a ritrovar sotto a tutto ci le vestigia di una gloria passata?
POL. - Tale  pure quanto si  sovra posto al pi antico; ed  presente per i nostri occhi la gioia di quel verde, di quelli alberi, di quella linea armoniosa onde la natura ha rivestito come in un suo fatale ritorno, l'opera quasi distrutta degli uomini.
EL. - Forse per convien pure che si distrugga quella bellezza per ritrovare la verit. E pu anche darsi debba non altrimenti sempre accadere.
ZEN. - Questo io non so n devo sapere. Io pongo la mia sollecitudine solo nel ricercar ruderi e quando il piccone o la pala degli operai mi trovano il plinto che sorreggeva una colonna di basilica, o l'avanzo della cella di un tempio, io mi credo d'aver resuscitato una verit eguale a qualunque bellezza.
POL. - Oh Zenodoto, non mai quel che  vero signific una forza universa se l'arte o la vita non lo facevano pur bello!
EL. - Tu per non potresti affermare il contrario. Di l dai tuoi ritmi vive qualche cosa che di per s vale, pur senza di essi, cos come sotto quegli alberi, quelle casette, quelle botteghe, son forse i segni di qualche grande ammaestramento.
ZEN. - Ma veramente, o Polifilo, ti dorresti se fosse distrutto questo paesaggio, se sparissero queste tracce del tempo posteriore, anche se io avessi a rivelarti di poi le rovine dei templi pi illustri, dalla forza di Roma eretti alle divinit tutelari? Non senti tu dinanzi al mistero che questa terra ci ricopre, non senti la frenesia di andar tu stesso, con le tue mani, con l'anima tesa nel desiderio, a sviscerare la storia, a scavar con l'ugne le profondit, ansiosamente ricercando il tesoro sepolto?
EL. - Io, io vidi una volta, io sentii questo! Ero sceso in un sotterraneo di Roma, ove si cercavano le mura e i marmi di un tempio non obliato. Violente le vene d'acqua avevano invaso lo scavo; nell'oscurit sempre pi alta la luce pallida e cieca di rare lampade segnava solo punti distanti, brevi riflessi su l'acqua, tenui bagliori su le umide pietre. Sopra le nostre teste poggiavano le fondamenta delle case di Roma tra cui pi che non la sentissimo sapevamo fremere la vita presente. Ma nell'ultimo angolo della galleria pi profonda incominciava ad apparir fra il terriccio un nobilissimo fregio dalle volute armoniose, scolpito in un macigno quasi candido che forse dalla sua tomba ancor sorreggeva qualche palazzo papale. I lavoratori e i maestri esitavano a proseguire il lavoro, temendo non avesse ad accadere un'improvvisa rovina. Ma altri pezzi dell'ara erano apparsi alla luce, e per terra giacevano preziosi marmi ove il rilievo mostrava svolgersi la teoria dei sacrificanti; cos intenso era in tutti il bisogno di svelare fosse pur solo un'altra voluta del fregio, che certo in fondo ad ogni cuore era fisso ed ardente il pensiero, anche inabissandosi la citt tutta, ma gli occhi tornassero a vedere la bellezza antica e gli spiriti al meno esaudissero la loro curiosit ostinata, invincibile, folle. E dicendo un vecchio maestro esser forse tutto il sotto suolo di Roma popolato di statue sepolte, ciascun di quei vlti scintill del desiderio segreto ed acuto di proseguire a scavare, di perdersi nelle viscere della terra, di distruggere il peso della vita, per liberare la storia e la bellezza nel sole!
ZEN. -  vero?  vero? Anche tu dunque hai provato qual follia sia cotesta!
POL. -  allora una follia a sospinger cos? Da una follia in qual modo volete voi far scaturire la scienza del vero?
ZEN. - Un'altra bellezza noi vogliamo creare ed un incitamento per la vita. Vedi, qui sotto son certo gli avanzi dei templi da Roma dedicati all'Onore ed alla Virt.
POL. - E se nulla trovaste? Se aveste distrutto quanto era sicuramente bello per una ricerca che avesse ad essere vana?
ZEN. - Sia pure. Ma qui eran quei templi e noi avremo rievocato la sostanza delle forze che inspirarono la grandezza passata. Se possiam ripetere al popolo che Roma fu grande perch onor la virt avrem fatto alla patria un dono che varr ben di pi di quei quattro alberelli solitari e tristi o di una casupola diroccata.
EL. - No, no, amico, non questo. Io ricordo, bambino, il Foro ancora per gran parte sepolto, esser la notte ricovero a mendicanti e vagabondi che si scaldavano sotto gli archi dei palazzi di Caligula al fuoco di schegge o tronchi raccolti tra le rovine. L'edera e i capperi coprivano i ruderi ravvolti di tragico silenzio: ancor ricordava cos il Foro in quel tempo le antiche stampe ove si vedono archi e colonne a mezzo fuor di terra e con esse e su di esse le chiese pi recenti, le case, i campanili, le linee barocche, tutto popolato qua e l da piccoli segni di vita, per animare ed accrescere prospettive e proporzioni: l'accattone giacente con il largo cappello slabbrato ed il braccio proteso, due soldati con lo spadone audace ed il gesto di chi mostra, e v' un canino su un angolo, e nel fondo la breve processione di una confraternita con la croce e lo stendardo, pi in l una damina graziosa con il suo cicisbeo in sottanella, da un'altra parte una minuscolamente grossa berlina tirata da quattro cavallucci grassi e ben composti in un trotto pomposo, con alabardieri a fiancheggiare il principe o il prelato, ed ancora dispersi in torno plaustri e mandre e cavalieri ed agricoltori, ed in alto ben contornate e simmetriche volute di nuvole, e in basso a mezzo il margine un bello stemma cardinalizio o papale sopra una dedica ossequente e ampollosa. L'Anfiteatro vi appariva pi lontano, il Foro pi scuro ed ampio; basiliche, templi, palagi, torri, chiese, ogni ricordo dell'uomo meglio segnato ed interpretato, per una continuit di vita e di storia che d'una stampa faceva un quadro ed un ammaestramento. Forse la gloria antica, quando la fantasia ne imaginava sotterra viventi le vestigia, risultava pi grande di ora che la zappa dell'archeologo ha turbato nel loro sonno di morte fino i primi abitatori dell'Agro, quelli che non sapevano il nome di Roma.
POL. - Pi bella era cos l'antica Roma. Ognuno sentiva com'essa seguitasse a vivere secondo il suo fato, com'essa ci ammaestrasse nel sentimento della storia che d al pensiero pi largo respiro che non la verit!
ZEN. - Credi tu? Ma quanto noi ora conosciamo e non si conosceva allor quando il tempo nascondeva il vero, non  dunque il nutrimento pi alto e puro per gl'intelletti?
POL. - S, ma  lontano e solo a pochi intelletti giunge e indifferenti lascia quelli dei pi. Voi non avete il diritto di sacrificare la verit della vita a quella del sapere. Ogni cosa  qui per tutti una pagina della storia, n voi dovete cancellar queste per donare alla scienza una nuova parola.
ZEN. - Non una parola, ma una grande esperienza. Quando gli uomini che debbon sapere, sappiano maggiormente, la verit che trarranno dal loro studio passer per lenti filtri nella vita e pi arguti far gl'ingegni e pi eletti i cuori.
POL. - E se non avesse a filtrare? E se si perdesse in vuote astrazioni? E se non servisse che alla curiosit di pochi? E se fosse di quelle verit che non mai divengon retaggio di tutti gli uomini, ma per sempre rimangono inutili strumenti per il commercio di pochi spiriti?
EL. - Tali sono in fatti tutte le verit o quasi, appartenenti al passato e che a noi non appariscono se non quali ricchezze cieche e infruttuose. Non provo meglio la certezza di questo sentire che quando entro in taluna delle nostre antiche biblioteche romane. Il salone principale di questi ricoveri dei libri  sempre un'opera architettonica di altissimi scaffali, adorni di decorazioni lignee, opportunamente inquadrati fra porte e finestre. Entro gli scaffali ecco i grandi volumi che ostentano le costole di pergamena o di pelle, con le scritte nere o dorate, con astrusi fregi calligrafici o ricche impressioni ancora lucenti: son opere per lo pi sconosciute che si pensa nessuno abbia mai lette od abbia mai a leggere, pur se in ciascuna di esse si senta una vita operosa, uno spirito che ha pensato, studiato e lavorato e che  presente con gli altri come in una folla silenziosa ed esortatrice. Qua e l grandi mappamondi ingialliti su cui corre l'occhio a scernere i contorti confini geografici o le ingenue ignoranze onde il disegnatore screzi le terre sconosciute; e poi panorami di citt, busti e quadri che ritraggon prelati, composti e sereni, spesso sotto grandi parrucche, spesso con un libro poggiato sul ginocchio e sorretto dalla mano che esce quasi in gesto di protezione sapiente di sotto alla pelliccia od alla mantelletta, un dito intercalando fra i fogli del volume come per atto ieratico; a volte v' anche una statua di pontefice benedicente, curvo sotto la tiara, tutto ravvolto in una tormentata dissonanza di pieghe, protetto da un ricco drappo di stucco che fa da baldacchino, sorretto con lo stemma da angioletti paffuti che hanno sul viso opaco il sorriso indifferente, spensierato e spesso scanzonato dei ragazzi di Roma. In alto, nel soffitto incorniciato da regoli e sagome, da nuvole di gesso e pacifici simboli araldici, spazia un complicato affresco fatto di donne pienotte, nembi e mammelle, putti ed emblemi monastici, altri prelati e santi ed antichi Romani che indicano o adorano, raggiere a strisce di varia lunghezza, e tutto ci in semplicit un poco stridente di colori che per il tempo e la pace hanno velata. Dai finestroni a traverso tendine di verde intenerito per vecchiezza si diffonde una luce eguale che toglie ogni ricordo dell'azzurro, della primavera, della giovinezza, della libert. Son queste le necropoli delle parole defunte, e la scienza che tu, o Zenodoto, troverai, vi finir un giorno o l'altro e l'opera vostra non sar che verit vana ottenuta a costo di distruggere la realt pi vera.
ZEN. - Noi avremo allora fatto sentire al tempo nostro vigorosa ed altissima dal passato l'eco di parole immortali. La luce vogliamo su l'antichit e non la cieca fantasia ignara. A tutti, noi potremo dire veramente quel che fu Roma, e chiunque n'avr un senso ampio e preciso, onde il maggiore e migliore incitamento alla grandezza. Sappia il popolo quali virt occorrono e quali forze per giungere ad alte sorti, e ci sappia con certezza, per autorit di scienza, per imperio di fatti veri, per testimonianza di documenti solenni, s da trarne l'orgoglio della sua tradizione e scorgerne la traccia luminosa del suo cammino avvenire!
EL. -  vero,  vero, cos dev'essere!
POL. - No, amico mio. Lasciamo in vece le cose seguir la loro vicenda, ch questa, questa sola chiunque intende, l'uomo di scienza il qual vi accerta documento e monumento, e l'ultimo uomo del popolo il qual vi sente per instinto il processo millenario delle generazioni, s che ogni passante trover qui argomento secondo le forze del suo pensiero a meditare, ma anche ogni poeta trarr di qui inspirazione. A che si riduce la storia se tu sempre non la lasci in relazione con la vita, quasi con un permanente ragguaglio, a che si riduce se tu la confini a semplice opera laboriosa di sterile verit?
EL. - Ma gi, non v' cosa che sia per se stessa, ma per relazioni. Hai ragione, Polifilo.
ZEN. - Amico, noi parliamo in nome di due diverse essenze ed  certo la mia la pi grande per gli uomini, perch dagli uomini stessi  creata, l dove l'altra  fatta dal destino che bene spesso capricciosamente opera quel che a gli uomini  nocivo. L'antica Roma fu? Fu la sua grandezza? Fu la sua gloria? Come altrimenti vorrai ricercarle, rintracciarle, apprenderle, insegnarle, se non penetrando sino in fondo alla terra su cui esse ebbero vita? Quanto accadde dopo fu pi o men grande e glorioso? Ed allora che ce ne preme, sopra tutto se del tempo successivo serbammo monumenti e testimonianze pi intiere? E non senti tu la bellezza di questa nostra indagine che restituisce nuda e pura l'antichit, ponendola in conspetto all'anima nuova dell'uomo?
EL. - Tu dici bene.  vero, questo  bello!
POL. - In conspetto all'anima! Forse all'anima tua. Ma per ciascuno occorrono le vestigia del tempo successivo a fine di rifare da s il cammino sin all'antichit pi remota. Quanto tu distruggi  il ponte per valicare i secoli, onde tutti gli uomini, per la tua scoperta, rimarranno su l'altra riva, n in conspetto alla tua verit potranno giungere mai. Ecco che io entro in un antico tempio onde l'et di mezzo fece una chiesa: il vostro feticismo per la verit ha spogliato il tempio e la chiesa d'ogni fervore, n'ha cacciato la pi recente preghiera, i ceri ed i canti, l'incenso e la fede, l'organo ed il rispetto. Entro nel monumento che pur la vostra archeologia diligente ha lasciato intatto con ogni sovraposizione del tempo, e non mi scopro il capo; ma a me s'avvicina con il suo berretto un guardiano che ad alta voce ed irriverente enumera e narra le rarit del luogo. Ivi passeggiano stranieri a prender note, ivi su la latta lo stemma del Re attesta la sollecitudine dello Stato. Amico mio, quello non  un tempio o una chiesa, non  la vita o la storia, si bene l'academia o la scuola, il laboratorio o la bottega, il luogo di deposito o il cimitero. Ed esco deluso e instruito.
EL. -  cos; anch'io ho provato questo.
ZEN. - Dunque tu amavi l'Anfiteatro deturpato dalle stazioni della via crucis con i ciociari che salmodiavano pregando per le anime dei martiri, confessori in quel luogo, della fede? Vedi com'esso sia ora pi grande e solenne, non altro dandoti che il segno della potenza imperiale, ma facendoti anche conoscere ogni ordegno di quella civilt, ogni cura di quelli architetti, ogni dimensione, composizione, lineamento suo? Quando  tutto inondato di chiarit lunare sembra, come taluno osserv, il cratere spento di un vulcano dell'astro onde s'illumina, e tale  esso in fatti, ma dell'astro nostro che chiamiamo la terra.
EL. - Esso non vive che per memoria altissima.
POL. - Quando  cos, a me piace in vece di pi la piccola osteria che s'accamp fra i ruderi delle Terme, su di un arguto cartello ostentando l'invito al bere e nomi di cibi e numeri di prezzi. Del riquadro di un'aula hanno fatto un piazzale, un cortile, un giardino, ove a mensole di travertino si adattano gl'incannicciati cui s'attorcigliano tenere piante di campanelle, ed i piccoli ombrosi rifugi ricopron rozze tettoie di latta; qua e l le tavole posano su capitelli corrosi, tralci d'uva s'abbarbicano su le vecchie mura e circondano la porta su cui  stata posta per architrave una fronte di sarcofago od un'inscrizione sacerdotale, ed in alto su la terrazza l'erma logora di un ignoto Dio, vigoroso attinge un rosaio che prosegue l'amplesso fiorito su la tozza torricella medievale ove sventola una lieta bandiera. Qui mentre fra rocchi di colonne e frammenti di cornicione scherzano i fanciulli, qui il popolo beve, gioca, conversa, disputa, canta, danza, s'inebria, s'accoltella e gode, ma sente inconsapevolmente l'antichit della stirpe e s'avvezza a convivere con le memorie del passato.
ZEN. - E non  meglio che a traverso la scuola, il passato e l'antichit gli giungano alla mente sicuri e precisi?
EL. - Cos credo.
POL. - Non  meglio in vece, pur che giunga tal sentimento, che si conservi il modo pi acconcio perch'esso giunga?
EL. - Certamente. Tu hai ragione.
POL. - Lo vedi? A me d ragione il filosofo.
ZEN. - A me, sembra abbia dato ragione sin qui.
POL. - Ed a me pure.
ZEN. - Ma  vero. Amico Eliodoro, noi ci credemmo d'averti ascoltatore e giudice nella nostra disputa, ma tu hai assentito al parere di ciascun di noi. Lo facesti per ironia?
POL. -  cos. Il tuo viso glabro e scarno spesso si vel di sorriso. Altro dal nostro era dunque il tuo pensiero.
EL. - S, io v'ho ascoltati l'uno e l'altro approvando, anzi aiutando e dando all'uno e all'altro torto e ragione. Ragione e torto avete egualmente ambedue ed altro  in fatti il mio pensiero.
POL. - Sei per conservare?
ZEN. - Sei per distruggere?
EL. - Voi per la storia e la vita parlate in nome di due diverse bellezze, tu Zenodoto di quella della verit, tu Polifilo di quella della realt. Ma un'altra verit ed un'altra realt io vedo di sopra e di l da queste, anch'esse per la storia e la vita, da entrambe le quali sembra vogliate esser fuori. Queste voi considerate come qualche cosa cui il tempo vostro sia or mai estraneo, s da cristallizzarle in oggetti di nozione, in istimoli di opera. Ma io mi penso che siamo pur noi un periodo di storia e di vita, ed anche in noi si racchiudano una verit ed una realt tali da aver valore per noi stessi e per l'avvenire. Voi disputate e la vostra disputa stessa  vita ed  storia, ma l'argomento della vostra disputa non  n l'una n l'altra, s bene  riflesso di uno sterile pensiero. A tuo favore, o Polifilo, stimo che dei ricordi del passato dobbiamo avere il coraggio ed il diritto di servirci come di cosa nostra, appartenente al nostro presente, dagli avi fatta anche per noi, e che a nostra volta non dobbiamo avere il ritegno che non ebbero i lor successori sino ai progenitori nostri pi recenti. A favor tuo, o Zenodoto, opino sia necessario da tali ricordi trarre gli ammaestramenti tutti che essi posson darci, nel modo pi sicuro e compiuto, salvandoli da ogni contaminazione e con ogni indagine integrandoli. Ma v' altro. Qualunque momento della vita si compone dell'attimo presente e del ragguaglio che questo congiunge al passato. Certo ottime, in relazione al loro presente, furon le ragioni che indussero Annibaldi e Frangipani a sgretolar Palatino e Colosseo: pensate pure per che se costoro non avesser ci fatto, ed il Palatino ed il Colosseo apparissero ancora intatti nel primitivo splendore, noi certamente non saremmo. Quel che i monumenti hanno a dare , per mezzo di una bellezza non intesa dai contemporanei, un ammaestramento. L'importante  quel che faremo di questi monumenti, l'uso rispettoso o profanatore a cui li adopreremo per noi, che verso i posteri, riguardo ad essi, non avremo responsabilit maggiori di quante non n'avessero Crescenzi o Tuscolani, e poco preme se vogliam liberamente lasciarli vivere per la bellezza o se dobbiam gelosamente serbarli per il sapere. Di l dalla disputa vostra, amici, sta una verit fatale che la sorte sola pu proferire... Se voglia questa che il tempo nostro all'avvenire appaia come quello di coloro che s'affisarono nella contemplazione del passato pi che guardare alle lor presenti necessit, o se voglia in vece sia considerato come il tempo di coloro che dalla dimestichezza con il passato trassero oblio e speranza, vano  il vostro discutere perch non ostante ogni vostro sforzo il destino, qual si sia, s'adempir. Se per domani il popolo, tutto il popolo, per proclamare un principio di verit universale e imperiosa dovesse radere al suolo tutti questi tesori e qui accamparsi sovrano, io piangerei di dolore, ma sentirei che disciolta da quel che fu l'umanit ha acquistato un monumento ben pi glorioso nella conscienza sua. Coloro che con i macigni dell'Anfiteatro e la calce delle Terme eressero palagi illustri, come coloro che espugnarono e distrussero la Bastiglia, molti documenti di storia han cancellati, ma molti di pi ne han creati cui dobbiamo la presente libert. V' dunque un fato che nessun di noi conosce, onde dal modo come noi saprem vivere tra i nostri ricordi trarranno i posteri il lor giudizio sul nostro valore cos che se avremo forza bastevole per saper vivere di noi stessi arditamente e senza guardarci a dietro, o se ci sentiremo in vece impauriti in guisa da non osar di muovere il pi tenue segno di quel che fu, inutile  il nostro disputare: per chi, d'altra parte crediamo di sostener queste cure se non per i venturi? E stimate che costoro faran giudizio di noi su tal dovere verso la storia meglio che su la necessit di quanto avremo realmente operato? Vedete dunque come da queste mura e da questi marmi si sprigioni un ammaestramento del quale convien forse impensierirsi in modo diverso da quello che voi due dicevate, come che vi sia qualche cosa onde nessun di noi  consapevole, e sia per ci vano cercar d'opporsi al demolire od al serbare perch meglio di noi a questo  per provvedere una sorte ben di noi pi possente.
POL. - Forse tu dici bene. Ma non ti ho compiutamente inteso.
ZEN. - Io son archeologo e faccio il mio mestiere. Cotesto tuo discorso, pur se non l'ho tutto afferrato, non pu persuadermi. Il mio dovere  di scavare nel miglior modo.
EL. - Forse mi sar male spiegato.
 PERORAZIONE DI FIDIA A GLI ARCONTI O DELLA RICCHEZZA.
Or dunque, o arconti, poi che sul fondamento dei fatti e su la dimostrazione delle leggi, vi ho resi certi di non aver fatto mio l'oro dalla Repubblica a me confidato per foggiarne il simulacro d'Atena Prtenos, delitto onde i miei accusatori mi vorrebbero convinto, altro non mi rimane, a fin che vi sia dato deliberare s'io possa esser rinviato al giudizio dei pritni, se non fornire a voi ancora un argomento, morale questo, tale da persuadervi che non mai avrei io potuto per avidit di ricchezze rendermi reo, poich sarebbe stata contraria a simile sentimento la mia stessa natura.
Non mai ho io pensato in vero la mia persona aver a crescere di valore per la maggior quantit di denaro che mi trovassi a possedere, perch, come ogni diligente indagine della mia vita passata pu dimostrarvi, io, pur essendo nato povero, non mai intesi a darmi speciale cura per procacciarmene, come molti uomini fanno, n mirai a lucri, n tentai fortune, n meditai azioni ed opere, di guadagni fruttuose, ch anzi tal volta respinsi pure somme a me offerte, se non sentivo o di meritarle, o di potere, per considerazione della mia dignit, accettarle. Non perch spregiassi le gioie che il denaro pu procurare, ch in vece ben mi sarebbe piaciuto aver belle donne, bei cavalli e bei libri, i segni pi tangibili della comune felicit, ma perch, se a tali cose mi congiungeva il mio desiderio, non per vedevo legame alcuno tra questo e quella specie mezzana negli usi del viver sociale in diretta guisa ad esse corrispondente; ci  il denaro, che si trova ben s in rapporto relativo con quelle cose, ma con sue leggi e condizioni per lasciarsi conseguire, le quali nulla hanno a vedere con i beni che con esso si scambiano. Cos lucidamente intese sempre l'animo mio tal seguenza di relazioni che, se bene avrebbe voluto di piacevoli oggetti giungere a circondare la vita, non mai pens d'aver a compire opere od atti contrari all'indole sua, per ottenerne denaro, che sarebbe stato compenso dell'abbassarsi a quanto era assai lontano dal suo desiderio di libert.
Poich, o giudici, voglio ora dirvi cosa opposta ad un pregiudizio volgare, il sentimento della quale pu farvi instrutti del mio parere intorno a ci che forma il precipuo oggetto delle fatiche degli uomini. Si meravigliano molti in fatti quando, diverse fortune confrontando per ci che a questo esito s'appartiene, voglion trarne argomento ad imprecare contro l'ingiustizia onde son attribuiti nel mondo i compensi materiali. Trovano costoro assurdo ed iniquo che grandi ricchezze possa accumulare Timarco, il quale da coloro a cui impresta pretende un obolo e mezzo d'interesse per dracma al giorno e, quando ne parlano, rammentano che Socrate possiede s e no cinque mine, ed esclamano: - Oh come dunque non ha di che vivere un giusto d'ogni opera di saggezza partecipe e in vece ogni diletto pu procacciarsi un uomo volgare, che non altro sa fare se non perseguitar sino alla morte i suoi debitori? - Non pensano costoro il denaro essere uno e vari gli uomini; quello non  se non strumento per ragguagliare cose che si compensano ma vi son cose in cui il denaro non conta nulla. Esso in fatti serve a comperare, a pagare, a retribuire; ma vi chiedo, o uomini giustissimi, che si ha a pagare nella sapienza o nella poesia o in qual si voglia arte? Poich il denaro non  cosa universalmente dominatrice di ogni facolt umana, ma esso stesso  una delle facolt, come anche l'idioma lo nomina e non pu esser considerato come arbitro e moderatore delle altre. La sapienza  il dono a Socrate dagli Dei immortali impartito, le sostanze hanno essi date a Timarco, e l'uno e l'altro spendono come pi conveniente sembra loro di fare, la propria ricchezza, e l'uno e l'altro son nati con la naturale inclinazione a conseguire l'uno l'una, l'altro l'altra felicit. Oh certo, se Socrate si fosse dato ad esercitar l'usura, forse n anche cinque mine avrebbe per sostentar s con Mirto ed il figliuoletto Lmprocle, n d'altra parte saprei pensare qual filosofia Timarco potrebbe insegnare a discepoli, se a tal pratica si fosse dedicato.
Ed in vero noi chiamiamo speculazione e l'indagine di una dottrina che dal sapiente si compia, e l'industria, fruttifera di ricchezze, in cui il mercante si avventuri, ove si prova come tal volta le parole racchiudano anche nel confronto dei loro diversi significati, verit che non parrebbero a chi se ne serve senza riflettere al loro valore. Il savio, il mercante, il tragedo, lo stratego e il navarco, l'arconte, tutti gli uomini pongono in esercizio le attitudini che ritengono abili a dar loro una ragione di essere e di vivere, e quale le rivolge alla virt, quale all'ambizione, quale al buon reggimento della cosa pubblica, quale in fine all'acquisto del denaro: alcune delle attitudini son dirette ad utilit transitorie di tutti gli uomini o di ciascuno di essi e forza  a colui il quale ne profitta, di rendere in denaro una parte di ci che ne acquista; altre, quanto pi nel comunicarsi dell'opera loro, conferiscono giovamenti durevoli, sino a quelli che non si perdono se non con la vita, tanto meno son adatte ad esser compensate secondo il comune concetto degli umani lucri.
Ma ancor altro voglio dirvi di ci, ed  che vi sono in realt cose che nulla saprebbe pagare. Il contemplare una statua, l'assistere alla rappresentazione di una tragedia, il leggere un libro di filosofia, l'ascoltare una musica, sono beni che non posson tradursi in moneta, poich generano piaceri impagabili, i quali sempre meglio perfetto rendono lo spirito e pi animoso a sperare, o vero incomparabilmente distaccano chi ne goda dal dolore come fardello dell'umana vita imposto ad ognun dei mortali dalla triste necessit. Ma dir pure qualcuno: - O come dunque, o Fidia, t'accade, se voglia recarti al teatro di Dioniso, di dover pagare due oboli all'architetto, e se voglia leggere i libri di Anassagora di pagarli una dracma, e se ti prenda vaghezza di udir suonare per te alcuni auleti convien paghi loro anche un talento, se son molto esperti, e se voglia apprender la sapienza da Gorgia hai da pagargli cento mine? O che  dunque tutto questo pagare, se non il compenso di quei piaceri da te chiamati impagabili? E tu stesso, artefice di statue ed altre scolture, che  quel che prendi, quando la citt decreta grosse somme per pagare il tuo lavoro?
Al doppio argomento partitamente rispondo, anzi tutto dicendo come, per quanto riguarda il compenso al godimento dei piaceri spirituali per ognun del popolo leciti a procacciarsi, non si paghi con quello il piacere in s, ma si rimborsi chi lo procura della materiale spesa che abbia avuto a sostenere a fin che fosse reso facile a chiunque o il goder dello spettacolo, o se vogliam parlare del libro, l'acquistarne la carta e il farlo copiare; circa poi alla somma che io posso dare all'auleta o al sofista, essa significa quel tanto che io stimo, e il tempo da lui impiegato a rendersi abile suonatore o valente maestro, e quello da lui consacrato al mio diletto o alla mia instruzione. Con tal denaro in fine si paga il mezzo onde giungono all'anima il diletto o l'instruzione, non il diletto o l'instruzione in s, che non si potrebbero acquistare se non si prendesse l'accessorio, ci  la possibilit del loro manifestarsi. Tant' vero, che con una dracma, come dissi, posson comprarsi i libri d'Anassagora, come per egual peso e misura le ciance dell'ultimo indovino di sogni.
Ma per quello che riguarda me, dell'argomento detto poc'anzi, oh uomini giusti! tutto il tesoro di Delfo non saprebbe esser di compenso alla gioia divina che m'invade allor che io creo le mie finzioni! No, arconti, quanto io do di me stesso in una statua voi non lo pagherete gi mai e il re di Persia non saprebbe comprarlo, poich  felicit la quale non pu distaccarsi da me. In tali instanti d'orgasmo io sento veramente il mio commercio con gli Dei, e un furore terribile m'assale che tutto mi fa tremare della forza del mio concepimento, e le mie dita non mi sembran pi mie, quando dalla loro carezza, pari al gesto del citaredo, nasce nella creta l'armonia della perfezione, quasi obedissero ad un dmone che mi possieda e di cui io sia il consapevole strumento. Al popolo concede la meraviglia di vedere le mie opere, tal mia ebrezza quale nessuna concupiscenza di denaro saprebbe produrre in alcuno, nessun compenso remunerare a me. Non  ci, quello che da voi mi si paga ch ci anzi  quanto a voi io non dono se non negli effetti, ma in s riman tutto mio come forma d'una vita sopranaturale in cui non v' uomo tale da seguirmi. Ed io mi penso tal ora non diversa felicit abbiano goduto e Omero e Pitagora e Archiloco ed Eschilo, e quanti altri uomini degni di vivere nell'eterna memoria dei futuri ha generato questa nostra Ellade nobilissima, ai quali la ricchezza della sapienza dava per certo pensieri cos giocondamente lontani da ogni spregevole miseria cui s'assoggetti la verit della vita, che pur nell'indigenza dovean essi sentirsi beati della nascita loro.
Quanto la Citt mi diede per le scolture del Partenone retribu le mie fatiche, il mio tempo, l'abilit che acquistai seguendo gli ammaestramenti di Agelada, non il significato che quelle scolture congiunge al nome della mia patria ed al mio. Poich penso che se pur quei marmi non fossero un giorno pi qui su questa sacra Acropoli, ma avessero a valicare il mare e perdersi fra le nebbie in cui vivono i favolosi Iperborei, ad ogni vivente, per ogni dove e sempre, essi direbbero ci che sa e ch' questa citt nostra, quali sensi e quali spiriti essa manifesta, quali bellezze e quali virt giunge a dare in esempio. Quando, in fatti, o arconti, scolpii quei marmi, mi parve di sentir passare in me ogni inspirazione della mia stirpe e del mio tempo e tutta l'Ellade fremere nel mio lavoro e sospingermi a esprimerla, quasi dovessi esserne l'interprete per l'immortalit della gloria sua. E della mia anche, poich sentivo gi in me l'ammirazione che avrei destata e nei miei concittadini e negli ospiti e nei barbari, in coloro che vivono ora ed in quelli destinati a veder tali opere fin che il mio marmo sopraviver all'ingiuria degli uomini e degli anni, e mi sembrava che l'universale felicit d'innumerevoli invidie mi ravvolgesse in un'aura divina e mi traesse in alto l dove le aquile si librano lente su l'infinit taciturna, come se io stesso, da solo, per me, in tanto, mi godessi in una volta tutte le gioie che avrei dato a tutti i mortali.
Credete voi, o arconti, che fra tali pensieri essendo animato a creare, potesse in qualche modo influir su di me anche con tenue valore il desiderio del denaro che dall'arte mia abbia a provenirmi quando n meno un pensiero d'amore avrebbe avuto potere su di me? O che  dunque il denaro a paragone di tutto ci, e chi mai lo ricorda, o ricorda esistere una vita, una necessit, una fortuna, quando ogni forza dell'essere si consacri a una perfezione? Se bene bisogna procurarsi di che vivere, ma, arconti, quando debba far ci chi vive per l'intelletto, gli sembra di rapir qualche parte dell'anima sua al destino dagli Dei a lui segnato, e meglio vorrebbe privarsi del necessario prima di sottrarre per questo fine qualche parte della pi preziosa sostanza di cui disponga. Siate persuasi che colui il quale sinceramente e naturalmente, per l'intelletto vive quasi oltre se stesso, non pu mirare all'acquisto delle ricchezze ch per tal desiderio non v' spazio nel suo cuore. Ed io, se avessi autorit bastevole, ben vorrei esortarvi, o uomini giusti, a diffidare del merito di chi abbia potuto con i frutti o l'esercizio del sapere o dell'arte, accumulare tesori poich la pratica suole pagarsi e non gi la virt. Avr costui cercato e trovato il modo di prostituir le sue attitudini al gusto dei molti, perch subito ne dessero a lui segno di compiacimento, non a quello dei pochi i quali vedono di l dalla vita: e se pur essendo egli disinteressato abbia voluto la sorte che l'opera sua gli sia stata feconda di beni, egli  per disonorato ai miei occhi se tal denaro, come fanno le cortigiane che vendono anch'esse la loro bellezza, non isperper tripudiando per un instante solo di oblio.
Io dunque, onesti giudici, ripeto a voi di non essermi reso reo del delitto di che m'accusano; ed anche rinunziando a tutte le ragioni dopo l'esordio dette nell'esposizione dei fatti e nell'argomentazione che, guidato dalle leggi, ne trassi, vi prego di qui arrestarvi nell'insinuazione iniziata contro di me senza rinviarmi al giudizio dei pritni, solo considerando che la mia natura non poteva nutrire n anche disprezzo per ci cui tende ogni fatica degli uomini, poich il desiderio della ricchezza le fu sempre sconosciuto. Non mai ebbi io a pensare che nessuno, se non gli stolti, potesse stimarmi pi bello e pi buono sol perch fossi pi ricco, ma con ben altre felicit intesi a crescermi di virt. Questo abbiate presente nel giudicarmi, o arconti, e pensate che su voi stessi ricadrebbe la vergogna di un'ingiusta condanna, e per la Citt e per la storia, se voi pronunciaste aver io macchiato la santit del mio ministerio con un sacrilegio in tanto pi turpe in quanto avrebbe profanato con la dignit dell'arte, la religione degli Dei.
 DIALOGO DEL CAVALIERE BERARDINO ROTA POETA E DELLA SIGNORA PORZIA CAPECE SUA MOGLIE O LA CONCEZIONE.
BERARDINO. - Eccomi solo. La buona Porzia ancora indugia nelle sue stanze prima d'andare a coricarsi, ed io ho dinanzi a me tutta la sera e gran parte di questa mirabile notte stellata, per comporre la mia egloga. La sento maturamente concepita nel pensiero e tutta armata di bellezze per escirmi dalla penna, cos come la ho meditata. Porzia sar contenta di me. Or ora, tutto esaltato della gioia d'aver compiuta l'architettura dell'egloga, a lei l'ho esposta, che me l'ha lietamente lodata. S; mi par bella e nobile e voglio risulti arguta, ben composta e d'un vago, culto e fiorito stile ornata, piena in tutto d'altezza, di degnit, di maest, e dall'uso del volgo affatto lontana, ed in tutto accomodata alle cose, alle persone, a gli affetti. Mi dar gran fama, spero, s che si parler di me come d'un altro Sannazzaro e mi loderanno gli amici inviandomi sonetti gratulatorii: domani voglio spedir tale mio parto a Gian Girolamo Acquaviva, all'eccellentissimo duca Fernando Davalos, al vicer Perafano Ribera, al signor Scipione Ammirato. Ed anche a Vespasiano Gonzaga, pur se m' s ostico da non poterlo mandar gi: ma gliela spedir tanto perch provi rabbia nel persuadersi di non saper scrivere poesia altro e tanto bella. Cos Porzia mi conoscer al fine veramente come pi grande poeta di lui.
Di egloghe piscatorie nessun n'ha scritte. In questa prima porr anzi tutto l'invocazione alle ninfe marine che abitano d'in torno Mergillina, per essere stato luogo celebrato e abitato dal Sannazzaro, che chiamer Licone. Come palpita e freme in fluenti versi questo mare nel mio cervello! Con quanta grazia ed accorgimento vi scherzano le ninfe leggiadre! E parlo di Licone e delle ninfe, come Virgilio tal ora invoca le Muse siciliane, intendendo Teocrito, che fu di Siracusa. Introduco poi Aminta pescatore dolersi dell'assenza di Lida sua amata. A me piace dolermi come il Petrarca, di donna assente, se ben quando l'ottima Porzia mi lascia un poco in pace, confesso che credo di respirar meglio. Dunque scriviamo: il mare deve recar nei miei versi il suo odore salso, e la mia poesia deve saper dire cose ineffabili. Dal mare e dalle ninfe, m'elever a crear di nuovo la dolce malinconia del Sannazzaro, e qui indurr la profonda tristezza dell'anima, rimpiccolita davanti al grande spettacolo di natura e pur sovrana, per la virt del pensiero. Voglio esser sincero e porre nei miei versi veramente quel che sento. Ecco, ecco, fremono i metri ed il cervello s'agita nel divino ritmo. Ecco:
Leggiadre ninfe ch'al bel sasso in torno
scherzando ognor di Mergillina andate,
l'anima mia....
PORZIA. - Don Berardino, si pu entrare?
BER. - Oh, donna Porzia, vi credevo gi a letto.
POR. - Come? Non sapete dir altro alla vostra donna se viene a trovarvi?
BER. - Mi siete sempre cara, mia Porzia, in qualunque momento.
POR. - Ho capito. V'infastidisco. E per ci me ne torno.
BER. - Ma no, restate, donna mia, mi fate sempre piacere. Forse v' rincresciuto che non v'abbia accolto con dimostrazioni di gioia?
POR. - Un poco. M' parso. Non voglio turbarvi. Me ne vado.
BER. - Che andate pensando! Lo sapete pure, non ci lasciamo un momento e di tutta la vita mia siete quanto ho di pi caro. Restate dunque: ora voglio.
POR. - Che? Dunque, Dino mio, prima non volevate?
BER. - Ma s, che lo volevo anche prima e lo voglio per sempre! Sedete dunque, donna Porzia, e fatemi compagnia.
POR. - Scrivevate?
BER. - Quell'egloga che v'ho detta.
POR. - Oh com'era bella! Ma la scriverete proprio come me la diceste?
BER. - Penserei avesse a riescirmi anche migliore.
POR. - Dite, dite dunque, come sar?
BER. - Ecco, sentite come ora l'ho pensata. Incomincio con invocar le ninfe che popolano il mare di Mergillina. Mi par che ciascuna rechi nelle mani a me uno dei doni del mare, da esse ricevuti in forma di poesia dal divino Sannazzaro, e rispondono loro le ninfe della terra, in un grazioso contrasto, lodando la vita campestre, come inspirate dal Tansillo. Qui imagino... M'ascoltate, Porzia?
POR. - Perdonatemi, ho lasciato la porta aperta e il riscontro dell'aria m'agghiaccia per l'ossa.
BER. - O come non vi posi mente!!? Vado a chiudere subito perch non v'infreddiate.
POR. - Grazie, don Berardino. Seguitate dunque. Il mare di Mergillina...
BER. - S, questa parte gi ve l'ho detta tutta. Dunque nel contrasto fra le ninfe del mare e quelle della terra, svolgentesi come in due cori, imagino che il pescatore Licone ed il pastore Crati, i quali sarebber poi il Sannazzaro e il Tansillo, cantino le lodi delle loro donne. Si tratta di voi, Porzia mia; non vi rabbuiate. Qui tra di loro intervengo io, il pescatore Aminta (questa parte dianzi non ve l'avevo detta) e riprendendo i pensieri dei due cori... Ma che avete?
POR. - Oh, mi ha punto un moscerino, entrato per la finestra aperta. Chiudetela, ve ne prego, perch non vengano zanzare in torno la lucerna.
BER. - Come volete. Ma avremo caldo.  duro a chiudersi questo sportello. Gli arpioni son tutti rugginosi. Ecco fatto.
POR. - Grazie. Sedete di nuovo e seguitate. Il mare di Mergillina...
BER. - Ma questo ve l'ho gi detto prima ed anche ora: non avete udito? Statemi attenta, dunque. Che dicevo? Ah, di Aminta pescatore che prima si duole dell'assenza di Lida la donna ch'egli ama.
POR. - Ah, ecco, qui allora non si tratta di me.
BER. -  per finzione, per mera finzione, Porzia dolcissima, e Lida  imaginata dalla mia fantasia.
POR. - No, voi pensate a qualcuna.
BER. - Ve lo giuro, io non penso che a voi.
POR. - O come fate a cantar l'assenza di una donna amata, se la donna da voi amata dite che son io e vi son sempre vicina? Voi pensate ad un'altra, e forse a quella marchesana di Pescara che scrive poesie come voi...
BER. - Ma donna Porzia, voi farneticate.
POR. - No, no, so quel che mi dico.
BER. - Non ho conosciuto altra donna da voi in fuori.
POR. - E certamente manderete codesto vostro scritto, l'egloga, come la chiamate, al duca d'Avalos perch la faccia leggere a sua moglie.
BER. - Porzia mia, tornate in pace, ve ne prego. Ecco, vengo a sedermi presso a voi sul divano. Datemi le vostre mani. E guardatemi negli occhi. Credetemi, se vi dico di non amare che voi. Nel mio cuore non  altro posto se non per la mia Porzia.
POR. - Da vero? Siete proprio tutto mio?
BER. - Tenerissimamente vostro, mia dolce Porzia, mia bellissima Porzia.
POR. - Come ho sofferto, per, in questo momento. Che sciocca! Sono ancor tutta ansante. S,  vero, voi non amate che me; e perdonatemi. Ma vi amo troppo. Dunque dite: Aminta?
BER. - Posso seguitare? Aminta allora racconta ai compagni un sogno, per il quale gli pareva di sedere in riva al fiume Alfeo, d'onde vedeva escire un vecchio...
POR. - Ma questo mi par sia pure nella comedia di un tal Guarino, da Ferrara, come ebbe a dirmi il signor Vespasiano Gonzaga.
BER. - O perch diamine mi nominate costui? Sapete pur che non lo posso vedere.
POR. - Eh, come vi riscaldate! Che mal vi faccio se nomino il signor Vespasiano?
BER. - Egli  l'uomo pi insulso e stolido fra quanti ne conosco.
POR. - Ma  buon cavaliere, ed anche amico vostro, credo.
BER. - M' s ostico da non poterlo mandar gi. Sa di esser bello, s'atteggia a poeta, e fa il galante con tutte le donne.
POR. - Questo non mi sembra.  in vece assai cortese ed onesto e sempre sa dir cose gradite.
BER. - Non me ne parlate se non volete vedermi andare in furia.  uno screanzato ed in casa mia non verr pi.
POR. - O che avete con lui?
BER. - E mi meraviglio lo difendiate voi, proprio voi.
POR. - Non v'adirate cos, Berardino! Non ne parliamo pi. Non credevo che a nominarvelo sol tanto prendeste fuoco a cotesto modo. Ne sareste forse geloso?
BER. - Il Ciel me ne preservi! Ma non lo posso vedere.
POR. - E pure giorni sono quando lo trovammo dal vicer egli mi si mostr affabile e cordiale. Ma se non vi piace non ne parliamo. E torniamo alla vostra poesia. Seguitate, dunque, il sogno d'Aminta, in riva al fiume Alfeo...
BER. - Aminta? Gi, in riva al fiume Alfeo, egli sogna... Perch quel signor Vespasiano, essendo un dei Gonzaga, si crede lecita ogni cosa.
POR. - Ma non ci pensate, ora. Seguitate a dirmi.
BER. - Sogna dunque d'essere in riva al fiume... E non so proprio perch voi dobbiate avermene parlato.
POR. - Scusatemi, via, non ve ne parler mai pi. Seguitate.
BER. - Mai pi! Dunque Aminta...  inutile, mi fa ira!
POR. - Ma don Berardino, voi avete un carattere intrattabile, e non si sa che fare con voi. Vengo qui per tenervi compagnia credendo di farvi piacere e m'accogliete freddo freddo, come se vi dessi noia; poi non volete lasciarmi andare, ed io rimango, per sentir del vostro lavoro, da buona moglie, e mi raccontate le vostra egloga; e alla fine andate in bestia. Volevo starvi vicina, partecipare al vostro fervore, e non c' verso d'andare in fondo.
BER. - Siete voi ad interrompermi e mi fate perdere il filo.
POR. - Io? O questa  bella! Per avervi dato un consiglio ve n'avete a male e ve la prendete con me. Non siete gentile, don Berardino, con una mia pari.
BER. - O venitemi fuori adesso con le vostre grandezze.
POR. - Grandezze? Grandezze, avete detto?  la verit, caro mio, n pi n meno, che la verit, e se non venivo io a rindorarvi il blasone voi sareste un povero cadetto, un capitanello di ventura qual siasi. Avete inteso?
BER. - Di voi non avevo bisogno perch un boccon di pane e l'arte mia non mi sarebbero mancati mai. E, per vostro governo sappiatelo, sarei stato assai meglio solo.
POR. - L'avete detta la gran parola! Ve ne spirate di restar solo. Tanto, per le finezze che mi usate e per la bella vita che mi fate condurre, vi do proprio gran fastidio. E s, me n'andr un giorno, e vi toglier l'incomodo e farete il poeta a piacer vostro, ma allora, solo allora mi rimpiangerete!
BER. - O finiscila una volta, e il diavolo ti porti, che son fuor della grazia di Dio. Non posso stare un momento in pace senza averti tra i piedi, insopportabilissima donna!
POR. - Questo, questo a me, a una Capece, questo affronto a una Capece, a una delle sette famiglie...
BER. - Va in malora tu, con tutte le sette famiglie. Tanto hai fatto che ci sei riescita, stolta!
POR. - A me stolta, a me! Ah eran queste le promesse con che spasimavate per sposarmi!?
BER. - Ed io maledico quel giorno. Non ne posso pi, non ne posso pi!
POR. - Belle cose da dire alla moglie, il signor cavaliere.
BER. - E maledico quanto soffersi per averti.
POR. - Per il nome e i denari m'hai voluta, ecco!
BER. - Sai che grande onore, una Capece!
POR. - E che onore per me uno spiantato come te, un imbratta carte senza talento, una brutta copia del Petrarca!
BER. - Io solo allora sar poeta, quando Dio mi t'avr levata di torno, e scriver inni. Va l che non ti picchi!
POR. - Vorrei vedere ancor questa! Vorrei proprio che mi battessi, per sapere quanto vali!
BER. - Bada, Porzia, la mia pazienza  all'estremo!
POR. - E io non tacer. M'offendi assai con la parola e pi con il pensiero. Ti compiaci a torturarmi cos.
BER. - Taci, Porzia, taci, perch finisce male!
POR. - E io non tacer. Tu mi vuoi ridurre lo strumento del tuo piacere, e svillaneggiarmi a tuo senno. Ah so ben io chi non farebbe cos!
BER. - Ah s? Ancora? Ah piglia questa, e poi questa altra, e tieni anche questa che  soda...
POR. - Ahi, ahi, ahi, mi fai male, non mi far male! Ahi ah, ah, a me, alla tua Porzia fai cos, cos mi tratti... Ah, ah, ah!
BER. - Va via... Va via... vattene... per il demonio!
POR. - Oh, povera me, ove siamo giunti! Ma dillo che mi odii! Oh, povera me! Ora stai zitto, eh? ora te n'accorgi di quel che hai fatto! Ah, ah!
BER. - Io... io ho fatto questo... a questo son giunto!
POR. - E con me, con me che ti voglio troppo bene! Non parlare, per carit. Oh, che orrore! Ed ora taci, e sei vergognoso di te stesso, e ti penti!? Ah!
BER. - Lo vedi che accade? Lo vedi che mi fai fare!
POR. - Ora sar colpa mia... Ah quanto male mi hai fatto! Alla tua Porzia ... perch t'amo e non voglio che te, te solo, te sempre e l'amor tuo! No, va via, non mi toccare, non ne sei degno!
BER. - Intendimi, Porzia, ragiona...
POR. - Che male ti facevo per trattarmi cos? No, non ti dar n pur la mano! Dino cattivo, battere la sua Porzia! Ah, come sono infelice!
BER. - La colpa non  mia. Perdonami. Non sapevo quel che mi facessi. Non so come mi sia lasciato andare a quel modo!
POR. -  mia,  mia, lo so io qual  la mia colpa.  che t'amo troppo, ecco, e tu te n'approfitti, ecco, ed ora ti penti. Ma no, me ne vado, e torno a casa mia. Ah come mi hai fatto male!
BER. - Rimani, Porzia, rimani, te ne supplico!
POR. - Gi, per prenderne dell'altre! No, me ne vado, me ne vado!
BER. - Porzia mia, avevo perso il lume dagli occhi, perdonami. vien qui, non mi lasciare cos, non piangere ancora!
POR. - Cattivo!  inutile che mi baci la mano dopo quanto  accaduto. Lasciami stare! Lasciami, dico!
BER. - Perch, perch sei stata cos, perch sei venuta qui stasera!?
POR. - Perch non volevo lasciarti solo, perch t'amo e son gelosa della tua solitudine. Ed ecco quel che mi tocca perch t'amo! Me ne vado!
BER. - No, rimani, perch ora senza di te sarei troppo disperato! Ora ho bisogno di te, di tutta te, e sento che tutta la mia vita  tua!
POR. - Non voglio tu rimanga solo, intendi? non voglio!
BER. - Dimmi che mi hai perdonato.
POR. - Voglio tu non pensi che a me, a me sola! Ah baciami, baciami ancora nel palmo della mano, Dino mio, baciami su le braccia, sul collo, caro, dolce, divino padrone!
BER. - Tu sola sei in tutto me stesso.
POR. - Cos, cos ti voglio. Io odio codesto tuo tavolino. Quando ti so a scrivere, soffro come se tu fossi con un'altra donna.
BER. - E con me non sei che tu, anche allora.
POR. - No; non  vero. Quando scrivi non sei mio.
BER. - Ma scrivo per te, per te agogno alla gloria.
POR. - Ed io voglio in me la tua gloria. Non mi senti gelosa della tua poesia?
BER. - Ma essa  tutt'altro dall'amore ed  amore anche essa.
POR. - No. No! No!! Quando sento che pensi all'arte tua, mi s'accende il viso, come se mi rubassi qualche cosa di mio, di nostro, qualche cosa del tuo corpo che non dev'essere tua, ma devi riserbare a me!
BER. - Ed io son tutto tuo!
POR. - Ora, non  vero? ora sei tutto mio, sfido, lo sento, lo so, l'ho voluto io a costo di avvilirmi!
(Perch in questo momento tu non sapresti dare al verso una minima particella di tutto quel che devi dare al nostro amore per il suo ultimo scopo, ci  per il nostro figliuolo! Vedi, son io la custode del tuo concepimento, son io che debbo farti il tuo bimbo e portarlo nel mio grembo e mettertelo poi nelle braccia e nutrirlo con il mio seno, e per questo do tutto il mio sangue. Ma ho anche diritto d'avere il tuo ed il migliore e con tutte le sue virt. Se non sento d'essere amata e posseduta cos, mi sembra di profanare e di tradire il sacro dovere imposto dalla natura. Voglio per me tutta l'anima tua, per avere l'essenza di ogni tua energia, consegnata e transfusa nell'amplesso a me cui spetta l'officio di nutrirla, crescerla e compirla nella nostra creatura. La qual dobbiamo noi generare bella e forte e sana e per ci m'hai tu da dare integre la bellezza, la forza, la sanit tue, nella pi sincera, totale, efficace umanit di te stesso. Le opere che io ti inspiro, in me devi compirle, per che ogni fremito della fantasia, dell'anima, dell'ingegno, ogni virt dei nervi, del sangue, del cervello, ogni potere della tua persona, in fine, pi eloquente nella verit non pu esistere per me, se non quanto allo scopo a cui siamo congiunti: e per tutto ci mi sei piaciuto e ti ho stimato e amato e sposato, sentendo come il concepire di te, m'avrebbe fatta madre di figliuoli gagliardi. - Ma bada, non devi ingannarmi, ben s onestamente darmi quel che conviene per collaborare in equa giustizia ad un'opera comune, cui io nulla sottraggo di me ed in cui la mia servit all'inevitabile dev'esser da parte tua compensata con la pi volonterosa e schietta intenzione. E quantunque sembro tormentarti ed opprimerti, in questo rivalendomi della civilt coniugale, ci non accade per mia protervia, s bene a fin che per impulso di perpetuit, tu di me sola ti occupi ed a me sii legato e da me assorbito ed in me assorto e me sola abbi stampata in te come bisogno acuto, sollecitudine ansiosa, necessit inestinguibile di signoria, desiderio esasperato e universo. Voglio essere bella ed esser tutta entro di te, onde par che t'affligga lasciandoti anche sempre in dubbio su la verit del mio sentimento, perch tu possedendomi mi restituisca a me stessa, e dalla febbre del desiderio e dall'armonia dell'amplesso, il nostro frutto risulti compiutamente noi due e miglior di ciascuno di noi, con ogni nostra forza e volere. - Come m'offende la tua fiducia, cos m'irriti se poco mi stimi, ed in egual modo non mi piaci mio schiavo, n d'altra parte piace poi a me d'essere una cosa nelle tue mani: ma con tutto il mio potere tendo a che in me sola tu plasmi definitivamente te stesso, domandomi ed obedendomi, non per me, per sodisfar quello che apparirebbe puro instinto di vanit per il mio amore, ma per lui, per colui che deve venire. Ora tu di alla poesia le stesse energie dello spirito che dovresti dare al tuo bimbo, ed io lo so, io che son ministra della tua prole e che muovo serena, rassegnata, devota, eroica, in contro al lungo e giocondo malore della gestazione, lo so e lo sento e ne soffro e ne son gelosa. - Se volevi fare il poeta, non avevi a prender moglie e cos eri libero di versar nella poesia quel che con me hai ora impegnato per la tua stirpe e per sacro santo diritto le spetta. Ma pensi tu forse che nell'anima tua come in quella dell'uomo pi geniale, possan convivere due grandi cose come un'insigne poesia ed il perfetto proposito di generare? Una, una sola ve n'entra: m'intendi ora? Quando passi una sera a cotesto tuo tavolino, se poi mi possiedi, il meglio di te, il tuo fantasma pi puro, l'avrai donato al tuo lavoro, ma a me che non per altro vivo e t'attendo, a me per il nostro figlietto non darai che volutt e stanchezza e questo m'offende e mi travia, avvilendomi solo al piacere: il quale allora anche un altr'uomo saprebbe darmi. Per ci ti voglio tutto e non solo perch essendo noi sposi, puoi avermi a troppo tuo agio ond' dover mio stimolarti e rendermi a te desiderata e preziosa, ma ti voglio tutto a fin che tu sia buon padre e mi dia a custodire ed a fecondare nel seno un perfetto seme espresso da tutta intiera la tua giovinezza possente ed ardente, dall'esser tuo pi eletto e regale e dominatore. Ma intendo io essere importante nella tua vita a fin che il mio corpo reputi degno di ricever questo da te e non solo abile a darti piacere. - Tu con l'ingegno ti pensi di superar la natura, l dove io, povera donna, miro solo a secondarla, non altro sentendomi, pur se al mio sesso sia confidata la pi fruttifera industria del genere umano, se non piccolo e fatale strumento del tuo generare; ma vigilante e animoso nel difenderlo, anche contro di te e contro quella che a te appare la logica, onde della tua poesia son gelosa, perch con essa concepisci, crei, godi per te solo i parti dell'ingegno fecondo, e tutto ci in vece ha da esser unicamente mio, per me, per il nostro bambino. A traverso le mie contradizioni e di l da esse io vado diritta e coraggiosa a questo nostro scopo supremo e invisibile, senza indugiarmi per via a ragionar sul mistero del mio instinto, ma risolutamente attuandolo, perch meglio che a te sento a me confidata come a responsabile e moderatrice la pi importante delle due perpetuit da cui dipende la continuazione della specie e della societ umane, pur se a te spetti la fatica del progresso di queste, che per me non conta. E, vedi, piace a me tu abbia un valore tuo, di l da quello normale ad ogni uomo il quale allor forse la sua donna, se se ne appaga, pi facilmente lascia in pace, e simile valore ti rende rispettato ai miei occhi, poich  prova di tua eccellente virilit: ma d'altra parte quante volte tu ne dia saggio solo per tua compiacenza, mi sembri ingiuriarmi. No, per carit, non mi chieder ragione di tal mio dissidio che faccio scontare anche a te. Non saprei dirtela. - Ma che pu mai importare a me della tua gloria se la generi fuor dal mio corpo? Non senti dunque com'esso ti riscalda e ti attrae quasi volesse vuotarti in s di te stesso? Quante idee, desidri, pensieri, palpiti, affetti sono in me intendono solo a simile fine, alla nostra generazione, ed  questa la mia umile gloria sublime, onde non son che madre e solo per tal ragione in realt imperiosamente ti amo. Cos hai ad esser tu pure, non per mio egoismo, se ben paia, ma perch purissima ed in purissimo ardore la miglior essenza del tuo sangue pi ricco, genuino e vigoroso prenda vita in me ed io con tutto il mio e pi sincero te ne partorisca un figliuolo. Tu pure, tu pure devi intendere ad esso solo e me sola amare con tutto te, per un delirio tale da annullare in noi ogni pensiero, verso un altro pensiero non pi nostro onde siamo inconsapevoli. Per ci devi esser valente a serbarmi tutta per te; n per altro se non per istimolarti a questo ed anche un poco per sentire di maggior pregio la mia bellezza, massimamente a te al quale insieme con il mio amore l'ho data, accade ch'io ti sbandiero davanti a gli occhi qualcuno. Cos tutto per me devo io tenerti, nella nostra fedelt, per la bont del nostro rampollo: forse in ci solo risiede per voi speranza di salvezza dalla mancanza nostra alla fede coniugale in quanto la gelosia vostra sia la nostra arma pi possente ed universale, onde ci serviamo tutte e con tutti, per mantenere la sincerit delle generazioni. Non m'intendi? Un giorno ti dir anche questo. - Ma, in tanto, non pensi tu quanto la mia vita sia vuota e deserta, s'io non abbia a far figlioli o ad aspettarli, governarli, educarli? E come vuoi tu ch'io riempia tale ozio? E non t'impaurisce per il tuo possesso di me questa libert del mio corpo e del mio pensiero? Del resto non per altro siamo legittimi sposi, se non per eseguire un contratto stipulato da Dio, ove, credimi, sono eguali i pesi e i vantaggi, altrimenti da amanti ci prenderemmo solo per il nostro piacere, ingannando il Signore, e ne saremmo tremendamente puniti. - Per contro son ancor io la pi legittima e inflessibile depositaria degli spiriti originari della natura quando in te mantengo vivo quel tanto di genuino e di selvaggio occorrente all'armonia della vita, se no troppo logico e civile diverresti ed allora s'infiacchirebbe l'uman genere e ben presto s'esaurirebbe. Per opera mia la vita ha ad esserti animata di contrasti e di dissidi, e fin che sapr non esser tu indifferente nel cuore a quanto penso e sento e faccio nel nostro consorzio, non muter da qual mi conosci. Forse che ingenuamente aneleresti a viver con me in un placido amoroso accordo? Pover'uomo, non ci contare!  mio dovere che nel nostro legame riviva e viga la lotta dei sessi e se io ti senta un poco ostile, tanto meglio mi sapr tua. La tua conquista deve ricominciar nuova ogni giorno e qualunque cosa tu creda d'aver conseguito, vale per una volta n ti fa fare un passo di pi, perch io non debbo avere memoria. - E poi pur se debba toccarne come dianzi, ma i dolori di questa sorta son per me volutt risalgon essi tutti alla dolorosissima felicit di procreare, modello e fatto fondamentale del nostro sesso. Ogni donna vuol soffrire e per far soffrire a causa di amore, e per questo piange se ama, perch un attimo d'ebrezza  per lei cagione di quel particolar misterioso e delizioso dolore che stranamente pare una lascivia per essere, a differenza di ogni altro, indispensabile alla natura. No, tu non potrai mai intendere questo. Cos sembriamo cattive, quantunque meno sensibili pur se superficialmente pi espressive, perch non c'inspira piet chi soffre per amore: ma quanto non dobbiam poi soffrirne noi, solo per l'amore construite e per procreare? Ed ogni donna si rifiuta fin che senta esserle chiesto solo il piacere perch vuol essere amata ed ha bisogno di credere, anche temendo d'illudersi, nell'amore di chi la possiede, per esser giustificata ad avventurarsi al pericolo del dolcissimo sforzo che  sofferenza ineffabile, diversa da qualunque imaginazione del maschio, perch fatale, normale, necessaria. In ogni senso, nell'amore la donna arrischia sempre infinitamente di pi di quanto in riscontro ogni uomo perda. Ma non vedi tu com'ella vada ardita in contro alla povert, al disonore, anche alla morte, solo per questo? Sempre cos per noi l'amore  volutt dolorosa, pianto di presagio ed insieme sorriso di natura esaudita, e com'esso  il signore assoluto di tutta la vita nostra, cos in ogni suo fatto e fenomeno tutta la vita stessa in noi e negli altri su di esso fingiamo - Non mi dolgo per ci se m'hai battuta, tale inverosimile violenza facendo alla tua onest e ad ogni rispetto umano, anche perch questo ch' martirio pur dolce dimostra a me, come farebbe, credilo, ad ogni altra donna sincera, essere io ben per il mio uomo qualche cosa di vitale e di corporeamente suo; n per la nostra creatura conosco vilt od amor proprio di me stessa e del mio sesso; onde, pur di sentirmi in qual siasi guisa tua, ma invincibilmente, oltre la ragione e la civilt, io t'amo anche per l'onta che ora ti passa sul viso e che  mia,  cosa mia,  pur del nostro amplesso,  gi per il nostro caro figliuolo. - Altrove forse avrai udito taluna delle cose ch'io t'ho dette, ma la pi parte io sola sar riescita a proferirle ad un uomo. E quegli che tali cose sappia comprendere, avr compreso tutte le donne ed il loro segreto e trover forse ad ammirarle, certo a scusarle; perch'esse sono intimamente sincere, ma la lor sincerit convien rintracciarla, amarla, esaudirla, e ci  arduo e delicato travaglio).
Ah Dino mio come sei acceso in volto e come ti vedo bell'animale da preda e come ti si d tutto il mio corpo! Ah, adesso sei da vero mio, perch sei puramente uomo, sei mio sei tutto mio, ne son certa, ed hai ripresa per te e per me la tua poesia e vibri ardente e bestiale del mio desiderio nell'oblio d'ogni altro sentire! S, s, vieni amor mio, vieni su di me, prendimi, afferrami, dammi la tua bocca! Ah ora sei qui, ti sento tutto, ti tengo stretto e non ti lascio, ora son io e non l'arte! Crealo, crealo il tuo figliuolo, d alla tua semina per lui il tuo valore! S, battimi ora, maschio possente, perch io non son che la tua carne per lui, ora! Ah, come sei forte, Dino mio, come sei maschio! Ancora, ancora, ah, ecco, son io che ti vinco ora e ti possiedo, ecco il tuo cervello; il tuo genio  mio,  per lui, ecco, cos... cos tu crei, e questa, questa  la tua poesia!
Caro, caro Dino mio, mio adorato! S, ti perdono. Baciami su la fronte. Ora sarai contento e ti lascio. Addio.
BER. - Addio mia dolcezza. M'hai perdonato da vero?
POR. - Te l'ho provato, mi sembra.
BER. - Sono stato cattivo. Ma lo vedi e lo sai e lo senti che t'amo. Ora va.
POR. - Cos voglio essere amata, con la tua forza e l'impeto della tua natura, Perdona tu me. Addio, sposo mio, mio tesoro. Io vado a letto. Vieni presto!
BER. - Addio, donna mia! - Se n' andata. Ora star un poco in pace. Povera Porzia, per, come mi ama! Ella fa proprio tutto quel che io voglio! E pure or ora son stato con lei brutale come un villano. Ma non me n'ebbe rancore e mi ha amato lo stesso, e anche pi! Che mistero  la donna! Io non capisco. -  andata a letto, ed ora riaprir la finestra e riprender la mia egloga. Com'era, dunque? Il mare di Mergillina, con le ninfe... -  strano: non riesco a rendermi ragione del come e del perch sia accaduto tutto ci! Ma non ci pensiamo. - Dunque, le ninfe cantano; o meglio le invoco io per ricordo del Sannazzaro... - Che balordo fui a inalberarmi sul nome del Gonzaga! Ella mi ama cos ardentemente, che proprio  delitto sospettarne! - Comincio dunque con l'invocazione alle ninfe... Ma come mai non ritrovo pi la mia egloga nella memoria! Dove  andata? Che ne ho fatto? Come l'avevo concepita? Ma  proprio svanita? Mi pareva d'aver tante idee e di vibrar tutto nel ritmo del verso e di sentir la fantasia come un cielo stellato d'imagini! Non ritrovo pi nulla! Avevo incominciato, mi pare. Ah, ecco qui il foglio:
Leggiadre ninfe ch'al bel sasso in torno
scherzando ognor di Mergillina andate,
l'anima mia.....
Che volevo dire con l'anima mia? Non ricordo. A volte temo di non essere un poeta.  triste, per, la notte! Chi sa quali prove ci riserba la vita, e quali dolori avremo ancora a soffrire per la morte! - Su, riprendiamo l'egloga. L'anima mia... l'anima mia...  inutile,  svaporata. Allora in tanto seguito ad invocare; il resto verr poi:
di Mergillina andate,
ninfe pi d'altre assai felici e liete,
.....
E qui che dico? Mi par di non essere in vena, stasera. Allora? Un'altra invocazione forse non ci sta male:
ninfe per cui sen va superbo adorno
il nostro mar.....
POR. - Son di nuovo qui, Dino.
BER. - ...il nostro mar...
POR. - Dino!
BER. - ...il nostro mar...
POR. - Dino!!
BER. - Che c', in nome di Dio!
POR. - Vieni a letto, Dino mio! Son tanto sola e mi sento le braccia vuote!
 EPISTOLA RELIGIOSA.
Al signor J. W. F., farmacopola in Montreal-Canada, salute. - Tra le mani d'un mio amico ho veduto una fiala del liquore che voi preparate e da voi prende nome, portentoso rimedio per gran numero di malanni. La fiala di grosso vetro e di forma sgraziata,  ravvolta in molteplici fogli, fra cui una cedola ove non solo son riportati i nomi dei sottili veleni che compongono il meraviglioso medicamento, come ferro e fosforo, calcio e potassio, china, stricnina e che so io, non solo le testimonianze inviatevi da luminari dell'arte vostra e le parole riconoscenti d'illustri ammalati per voi guariti, ma son anche enumerate come sicuri precetti le virt del denso liquore verdognolo. Dice il settimo versetto che tra i risultati del vostro rimedio  quello di "impartire energia e capacit a persistenti lavori mentali, vigoria, coraggio, confidenza nel proprio valore, liberalit e rassegnazione nel sopportare le miserie della vita".
Altro e tanto non oserei chiedere a Dio nella mia preghiera pi fervida. Ho bisogno di ottenere quanto dice il settimo versetto; avendo assaggiato il vostro liquore ho accertato di poter conseguire quelle virt solo con il tenuissimo sacrificio di trangugiare ogni giorno una mezza coppa d'acqua torbida, un poco viscida. dolciastra ed amarognola insieme. Vogliate per ci spedirmi una boccetta del vostro prodigioso liquore: sar accolta nella mia casa con venerazione e con fede, come una Musa, come una Dea.
Di l dal valicato Atlantico d'onde forse ne venne il male, giunge ora per opera vostra il rimedio; se solamente se n'avverasse il promesso settimo effetto, dovreste voi esser proclamato uno dei pi grandi benefattori dell'umanit. Non esiterei anzi a dire che siete fornito di attitudini divine, quando per vostro ministero posson sorgere nello spirito umano cos rare e singolari virt. Se l'animo s'abbatta e il cuore s'arrenda; se ridestati dal sogno essendo tronche le ali all'ardimento discerniamo ad un tratto il mondo nudo d'illusioni e deserto d'avvenire; se percossi i puntelli ad uno ad uno la speranza sia fatta sola e vana ed esitando come abbandonata su lubrico declivio lenta nel mare dell'oblio discenda si pieghi si sommerga; se si estingua il vigore che ne sostiene al ferreo cimento della vita; se al volere si sgretoli la forza, e il desiderio, guardando alla delusa verit, d'ogni pi caro imaginare si spogli, voi, alchimista insigne, ai mortali cui non chiedete n pure quanta colpa abbiano del loro soffrire, siete elargitore di gioie perfette. Ai Numi, a Dio, alla filosofia esse si chiedevano altra volta: ora per lieve spesa voi potete darle a chi che sia.
 strano per come ci possa accadere, ed io vorrei proprio mi foste liberale di qualche schiarimento, non tanto circa l'effetto materiale della vostra medicina, la quale io non revoco in dubbio per veruna guisa non sia portentosa come voi la vantate, quanto circa il suo valore morale. Poich con il mio raziocinio di uomo di remotissima e travagliata civilt, ritengo vogliano conseguire quelli effetti da voi enumerati coloro che a causa di sventure, di sofferenze, di delusioni, d'eccessivi lavori, si sentano infiacchiti e depressi. Ora nulla meglio di riposo, facilit di sogni, lieti successi, consolazioni, varrebbe a reintegrare costoro ed a rialzarli in una qual si sia confidenza nella bont della vita. Ma poi che molti di quei dolori non son riparabili nell'ordine naturale delle cose, penserei allora conveniente suscitare in ciascun uomo una spontanea fede in se stesso, esercitando la sua forza morale, tal da fargli trovare nell'anima sua le energie per consolarsi e guarirsi. E quando da s solo non possa, ed abbia per necessit di aiutarsi con qualche cosa di esterno pi forte e pi giusto, ma, mio signore, a questo poteva egregiamente servire il buon Dio. Mi s' detto che taluni non pochi sollievi trovarono fin anco nell'ebrezza del vino. Voi in vece con le sapientemente manipolate vostre droghe dai nomi spaventevoli, dite d'aver rinvenuto il rimedio a quelli che sono i fondamentali malanni morali dell'umanit, senza verit n ebrezza, come nel conseguimento o nel vino, senza pensiero n bellezza come nella forza dell'animo od in Dio.
Dunque voi non date n un'idea, n una realt e n pure una energia od una fede, ma curate le propagini corporali dell'anima s da renderle forse meno sensibili, o da fornir loro opportuni nutrimenti. Di fronte alla maest del dolore, di fronte alla degnit dello spirito, convenite con me,  ben vigliacco chi s'affida a voi, ed io stesso ora mi vergogno della mia richiesta. Ve ne scongiuro, nessuno sappia mai che ho ricorso al vostro rimedio: me ne sentirei disonorato, e per mandatemi segretamente la vostra fiala. Vedete a qual punto di decadenza son sceso? Se conosceste le ragioni dei miei dolori, trovereste voi stesso non solo ridevole, ma spregevole il mio sperare consolazione all'anima mia dal vostro intruglio. Ma paragonate solamente colui che beve forzandosi, il vostro bicchier d'acqua sudicia, con colui che in vece guarda con triste sorriso la coppa spumante di luminosa ambra bionda ove trover giocondo l'oblio; o meglio con colui che sentendo mancarsi le forze, di nuove ne crea in s e stringe i denti ed i pugni, e la sua stessa disperazione rende energia di vendetta e di vita; od ancora con colui che dal dolore si eleva oltre la verit verso la suprema giustizia ed in Lei si rimette, chinando il capo, ma con l'anima ricongiungendosi a Dio. No, no, quando la medicina mi giunga, certo mi parr indegno di me servirmene, e getter la vostra fiala vile con la mia vilt, la getter per istrada a fin che la disprezzi ogni passante e compia un sacrilegio il piede che la calpesti, come se calpesti l'ostia consacrata.....
Che ho scritto! Che blasfemi mi son scesi dalla penna!? Non ne sentite orrore anche voi? Non m'intendete? Poich quanto d il vostro rimedio, chiede la fede all'Ostia di Dio. Che altro attende chi s'accosta al Sacramento, se non d'avere in grazia quanto voi per mercede promettete? Ma quella  la fede ci  preghiera e bellezza l dove la vostra  solo una volgar terapia. E pure dinanzi al valore dell'anima appariscon la stessa cosa al meno circa gli effetti pi umani; come dunque il vostro sciroppo non  circondato di venerazione e lo si vende e compra e va per le mani di tutti e non ha altari n culti? Non trovate voi terribile il pensiero sacrilego di questa identit?
Se bene, no, non  lo stesso. Ma ho paventato per un momento d'aver detto una tremenda verit. No, non v'insuperbite, signore, quella  ancor qualche cosa d'ideale, l dove la medicina vostra  un miserabile sillogisma; quella tien conto dei supremi diritti dello spirito, e solo a questo ricorre pur se sovra a lui ponendosi, ma da un'altra parte ricongiungendolo ad una meravigliosa altitudine e restituendolo ad una sua umanit, ad una sua personale energia; quando invece voi date un rimedio presso a poco analogo, ma l'uomo lasciate solo e pi deluso, perch intontito dalla vostra superstizione. No, voi non siete un Dio, mio povero alchimista, ed il vostro spediente non vale un sacramento, se pur nel tempo che corre possa rassomigliargli; ma tra una comunione tale da rafforzare o rendere la speranza od al meno il sentimento di un dovere compiuto, ed una dose del vostro rimedio, intercede la stessa distanza che tra un apostolo e un ciurmadore: costui resta inteso, siete voi, che io denuncer al magistrato come corruttore della purezza dello spirito, come violatore della libert pi sacra dell'uomo, come artefice della pi turpe ingiustizia; ed andrete in prigione a scontarvi il delitto di cui vi siete cos a lungo macchiato, mentre a migliaia le vostre fiale saran gittate nel mare in olocausto all'offesa dignit umana. Voi date in fatti senza espiazione la pace e il perdono interiore, senza rinunce la fede e il compenso dell'incremento per l'intelletto, senza sacrificio la speranza e la rigenerazione morale, senza fatica la gioia ed il ripristino dell'unit dell'anima. Non temete la vendetta divina? Tutto ci  contro le leggi, la natura, l'armonia della vita poich i mali che voi guarite son inesorabile e necessaria sanzione per punire il cattivo uso che possiam far di noi stessi. Voi siete un sovvertitore della verit pi santa ed antica ond'io vi disprezzo come un parricida, un traditore, un sacrilego!
Perdonatemi: ho i nervi stanchi e v'ingiurio. Voi dovete intendervene e forse sorriderete a tali mie violente parole ch'io son troppo debole per contenere. Ora, in un momento di tregua ho compreso a un tratto che non n'avete colpa n peccato, ma chi ne pu  il secolo, gli uomini del quale poco sanno piangere, conoscono a pena il vero pericolo della morte, proclamano a gran voce l'eguaglianza, la libert e la fraternit, mentre l'uomo non mai come ora si  sentito cos solo, abusano del veleno logico ed in genere delle astrazioni, e vivon su i numeri e su i nervi, frustandosi e logorandosi ben pi che nei tempi della cos detta barbarie.
Non so se da voi apparisca in modo altro e tanto chiaro, ma qui da noi siamo arrivati a vedere come in vero per quel che tocca il destino e la felicit, se bene si bandisca e si attui da per tutto il valore dei pi, siam per sempre pi strettamente ridotti all'uomo singolo, il quale  affidato a se stesso ed alle sole sue forze, ben limitate e vincolate dai diritti altrui. Poi che sul sangue e sul diritto eresse il popolo i suoi troni e, dopo aver distrutte le faticate gerarchie, fece ognuno signore della sua sorte, si  conseguita una miglioria universale, ma certo non si  reso ciascun uomo pi felice di quanto non fosse un tempo; perch la sua stessa libert, pur se  bene incomparabile, lo ha privato degli ausili e degli appoggi di pensieri a lui superiori e perch la sua lotta  divenuta pi aspra e generale, oltre a ci transportata pi tosto all'uso dello spirito come strumento che non all'impiego della persona come realt.
Di tutto questo per voi sicuramente non capite nulla. E pure vorrei mi comprendeste, tanto mi par grave l'obbligo contratto verso l'umanit con le vostre promesse. Ecco noi tutti ci sentiamo nella vita, come scagliati su di una immensa landa deserta, senza vie maestre. Vi son sentieri nascosti, ricoperti da un fitto intreccio di virgulti e di spine; n si vedono n si sa ove conducano ma convien appropriarseli con pene infinite. O dardeggi implacabile il sole o tempestosa la stagione imperversi, bisogna aggirarsi su per quella landa insanguinandosi e disperando per rinvenire da s soli il sentiero e pur avendolo rintracciato, per riescire a seguirlo. Ed ora lo si perde, ora ci s'avvede che non era il nostro, ora lo si ritrova senza uscita, o ritorto s da ricondurre al punto di partenza, ora ci sembra non potremo aver mai forze sufficienti per continuare, ora ci si abbatte per istanchezza e le spine entrano pi a dentro nelle carni, od i rovi e le frasche ci coprono, avvincono, soffocano a terra, in una bassa ombra perenne onde nessun si rialza. Perch chiunque si ferma in quella landa, per riposo o rinunzia, per dolore o caduta, muore.
E pure sembra a me che la storia dell'anima umana ci mostri una lunga vicenda durante ogni momento della quale si riscontra una pi vantaggiosa condizione della presente. Se voi foste fornito di qualche rudimento di buoni studi, sapreste che in tempi assai antichi la Divinit fu in ogni cosa e seppe da ogni cosa infonder vigore e confidenza negli uomini. Nel palpito immobile delle stelle, nel fragore e nello splendore delle meteore, nell'iride e nella nube, nell'aurora e nel tramonto, nella pioggia e nel vento, nella luna e nel sole, gli uomini sentirono e credettero esser gli Dei. E popolarono di ninfe, di semidei, d'eroi, di cabiri, di gnomi, di mille favolose creature, le profondit di zaffiro o di smeraldo delle acque, le ombre fronzute dei boschi, le rocce, i campi, i deserti, gli antri tenebrosi della terra. Sapeva ogni pastore tra gli alberi della sua selva andar aggirandosi una bellissima dea e cercava di propiziarsela con offerte di latte, d'agnelli, di frutta, sicuro ch'ella poteva esaudirlo e che prima di morire l'avrebbe egli veracemente al meno una volta incontrata ed audacemente guardata, ed a lei rimetteva la sua piccola sorte, con un atto di fede che lo accompagnava per tutta la vita.
In progresso di tempo il luogo di ci fu preso da Dio, da angeli e santi, a volte pure da demoni e demiurgi, da folletti e da streghe. Trovava sempre l'uomo cos alla sua debolezza fuori di s un rimedio cui lo confortava il popolare consenso, ed anche nell'opera, i miti della virt o della patria sentiva come disciplina ed umanit pi forti di lui, onde poteva dominar la solitudine, confidando in alcun che di esteriore cui abbandonarsi con tutta l'anima come in un riposo ed in una consolazione. Sempre, per la pace del suo cuore, l'uomo ha avuto paura di restar solo, ed ha avuto bisogno dell'uomo, per credere ancora in se stesso; la fede gli era compagnia, assistenza, solidariet, universalit umana, tale da rapirlo oltre il presente.
Oggi, signor mio, abbiamo la vostra droga, simile per molti rispetti alla nostra morale. Ciascuno sa leggere, guadagna pi denaro e partecipa al governo della cosa pubblica, tutti acquisti degnissimi. Ma in parte a causa di essi, in parte per l'esasperazione della logica, ciascuno  quanto alla sua pi intima vita separato da gli altri, e deve provveder con le sue sole forze alla propria beneficenza spirituale, senza trovar di fuori un solo mito in cui rifugiarsi; e quando affranto dalla lotta cerchi un sollievo, non gli si d pi nessun dolcissimo inganno, s bene una medicina. Ai nomi degli Dei e dei Santi si son sostituiti quelli degl'ingredienti onde si compone il vostro liquore, ed il ferro od il fosforo s'invocano come Hermes od il Poverello d'Assisi. Ora sono stanco e sfinito, ma sento qui confusamente accennarsi in me il pensiero che anche questa fede miserabile in tali semplici, i quali son pur frammenti, brandelli, residui della natura,  una palingenesi dell'infantile panteismo cui l'uomo per sempre tende ingenuamente con tutte le povere forze dell'anima sua assetata di Dio, onde quanto a voi ed a coloro che in voi credono appare meraviglioso progresso non  se non ritorno in dietro verso necessarie, elementari ed originarie superstizioni.
Questo non ve l'aspettavate, confessatelo. Il mio paradosso, oggi che il valore dell'ideale appare scemato s da esser divenuto solo retaggio di pochi audaci, riconduce l'oltracotanza del progresso alla gloriosa umilt dell'inganno perenne e necessario. E pure  cos ed i moti dell'anima permangon gli stessi tanto se l'uomo s'abbatta nella polvere ad adorare il feticcio, quanto se da un sublime calcolo di formule riceva il pi razionale antidoto ai suoi mali. Noi abbiamo quasi fisiologico il bisogno di far discender gli Dei su la terra, ed alla terra di ricongiungerci, come paurosi della immensit, onde, si chiami Aidoneus o stricnina, dobbiamo denominar come fatali e divini giovamenti e danni gli elementi della terra. Ed or che ci penso, anche voi avrete nella vostra officina un armario con sopra dipinti terribili segni ed avvisi di morte, quali teschi e tibie, coppe e serpenti, e ad esso, come sacerdote di divinit misteriose, insiem vendicative e benefiche, v'accosterete con riti di purificazione e di preservazione, mentre con atto di fede, il malato iniziato solo ai primi gradi della vostra mistagogia, attende fiducioso il rimedio.
Se non ch la consolazione morale  qualche cosa di interiore e di spontaneo, l dove la consolazione data da voi  tutta esterna e meccanica; la prima  un novo slancio dello spirito fuor di s, questa  un velo torbido posto a torno gli organi dello spirito per ridurli meno sensibili. Per ci io mi penso che la medicina vostra serva solamente per i pi elementari e superficiali malanni del secolo e sia spediente temporaneo e precario, utile solo a chi non abbia agio di rifarsi un sistema morale. Ma io, io, come oser allora ricorrere a tale vergogna, come potr abbassar la mia dignit di uomo libero, sino a tale indegno conforto? Ahim, quanta piet per questi miserabili tentativi di allontanare o sostituire od attenuare o rimediare o guarire la realt riducendo ogni forma del male, della malvagit, dell'infelicit, del dolore, alla miseria di una malattia! E ci che maggiormente mi offende, si  che con il vostro sistema, non vi son pi gerarchie, anche quanto al valore interiore, poich chiunque abbia uno scudo pu acquistar presso di voi la virt, quella pi rara, che il savio antico attribuiva come premio alla pi faticata e nobile elevazione.
A tale spudoratezza, di voler rifare l'anima con una ricetta, non giunse veramente nessuno mai; ed io a questo dovrei piegarmi!? Dunque io pure dovr soggiacere alla pi bassa servit del mio tempo e senza miti, senza illusioni, senza energie spirituali, senza verit, rifarmi una volont di vivere, credere, sperare, con una medicina!? Ah no, sia come vuol essere, sia la vita un deserto, la solitudine una disperazione, la giovinezza una corsa affannosa, ma tutto sia cos secondo la natura e la sorte, ed io da me solo sappia rialzarmi in conspetto al mio purificato spirito, con le mie forze sole, con la divina virt del lavoro, con il ferreo, amarissimo oblio d'ogni sogno, con l'ultimo guizzo del fiaccato volere! Avanti, coraggio, poich la realt non sa darmi n gioia n pace, avanti, anche senza ideale, anche senza speranza.....
Signor mio, non posso! Credevo d'esser pi forte! Mandatemi la medicina, mi raccomando, e presto! Mi par d'esaltarmi e di ritrovarmi, e poi ricado pi in basso di prima. Vado tentando tutti gli angoli del mio cuore dove mi penso di trovare ancora qualche desiderio obliato, vado riconstruendo penosamente solo con la volont le chimere pi care, vado chiedendo alla fantasia l'elemosina di un sogno, un piccolo sogno in torno a cui la mia attesa si desti e si consoli, ma in vano! Mi manca ogni scopo, mi sento il cuore scipito, m'accorgo d'aver l'anima molle ed immota che il pensiero penetra ed attraversa senza n meno scalfirla, tanto  insensibile! N'avete sofferto anche voi? Come vi compatisco, mio disgraziato signore, come sento con voi tutta la nostra miseria umana! Non sappiamo pi pregare e n meno operare, abbiam separato il pensiero dalla vita e questa abbiam resa ardua e complicata quanto quello, onde il meglio che ci resti a fare  ancor di rinunciare alle nostre energie migliori, e curarci prendendo medicamenti, tanto per tirare avanti!
Ecco: una casetta in una solitudine serena con tanti fiori e libri e tanta pace; vi sono in torno le colline verdi e poco lungi il nastro della strada. Uno sciame di rondini vola in un'aureola canora. Il buon cane sonnecchia. Ridono vocette di ragazzi che indugiano al tramonto negli estremi giochi e pi cari, ed una dolce donna allatta su la porta ed attende un ritorno. Una campanella lontana saluta il cadente sole. Entro  gi acceso il lume, e la tavola  pronta con a torno per i bimbi i sedioni, e per i genitori due seggi solenni. Il padre giunge, bacia i suoi e con essi s'affretta a celebrare il lieto rito del pranzo ove ciascuno racconta quanto fece nel giorno e dice propositi e illusioni e manifesta indole e affetti. Poi i piccoli vanno a dormire e dalle bocche rosee respirano il compatto sonno infantile, mentre il padre legge ma a bassa voce e la madre ascolta ma con il cuore di l. Ecco, uno piange e corre la mamma a consolarlo ed a cullarlo. Si riaddorme. Ella torna. Riprende il padre a leggere versi antichi e sogni eterni. E presto la coppia va al riposo, nel suo gran letto bianco.
E poi? Cos per sempre? Senz'altro? Vegetare cos? Vivere solo un quadro di genere? Lasciar perdere in tal modo tanta forza di se stessi per adempire solo a cos piccolo fine? Ah no, sia come vuol essere, sia la vita con la sua lotta, ma io ripudio tanta umilt: ci stia pur la morte di fronte ad ogni attimo, pronta a ghermirci, come noi svegli per iscacciarla ancora, e sia lotta con i denti e con le unghie per vivere e pi per essere! E ci dia lena il corpo, e ci sostenga Iddio, il pensiero liberamente ci rafforzi e il destino ci aiuti. Avanti, con la speranza e con l'opera: questa  crisi che passa, ed uscendone lo spirito umano ancor martoriato ma esercitato, pi in alto salir verso una nova cima ove sia per sentirsi pi simile a Dio. Oh, mandatemi pur la vostra fiala: non ho pi scrupoli.
Convien prendere quel che occorre, quando si deve. Vi son momenti in cui vige per l'umanit un solo principio ed opera una facolt sola, come vi son sempre uomini i quali non sanno far che una sola cosa di continuo e dirigere in un solo senso la loro vita. Ma vi son anche di quelli che sanno mutare al momento opportuno ed altri, pi rari, che possono in una volta ordinar le loro facolt secondo un'armonia per la quale accolgono nella vastit dello spirito quante energie pu offrire la variet dell'universo dando a ciascuna l'importanza conveniente. Voi non siete un Dio, e il vostro sciroppo  a pena un sofisma: uno pi uno meno non fa nulla, ma ogni cosa va al suo luogo. Lo spirito  cos ampio e cos diversa  la vita, che c' posto per tutto, per Dio, per la ragione, per la superstizione, per la follia; ed  l'uno cos ricco, e cos feconda l'altra, da potersi pagar tutto ci. Non sarete voi a mutar quello e questa, ma ci che dev'essere  sempre, n a voi si chiede quanto solo altro pu dare, ma ci sar tempo per tutto. N d'altra parte fin che si pu provveder da s convien ricorrere ogni volta a Dio che nel suo primo comandamento impone di non essere nominato in vano. Attendo la droga e che sia di buona qualit. State sano.
 DIALOGO DI IRO DA ITACA E DI SUO PADRE O DELL'EDUCAZIONE.
IRO. - Via di qua, cagnacci maledetti! Ohi ohi, il mio piede storto! Passa via, Moro. Oh pigliati questa sassata! Ahi, ahi, la spalla, ahi, ahi! Uuuh! Anche i porci! O porcaro, chiamali se non vuoi che ti rompa su la testa il randello. Aspetta aspetta! Vuoi che me ne faccia dar dell'altre da quel mostro escito d'Averno che m'ha pesto cos? Vuole egli che io stia qui a cacciar cani e porci, e chi s'avvicina son botte. Ahim, ahim, che ancor faccio sangue dalla bocca! Ah ladroni, fin qui a grufolare, fin su le porte delle case d'Odisseo! Eccomi eccomi, cagnaccio! Ohi ohi! Passa via Fido! E tu, vecchio, che vuoi? Cerchi rogna anche tu?
IL PADRE. - Non t'adirare, buon uomo, e poi che mi sembri impedito, t'aiuter se vuoi a cacciar via gli animali.
IRO. - E chi ti chiede nulla? Va per la tua strada e lascia me a questa bisogna. Me l'ha ordinata un cotale che sembra un dio e qui m'ha posto per ci appoggiato con il dorso al muro e con questo bastone in mano.
IL PADRE. - Ma lo vedi, non puoi levarti e par che dolori in ogni membro.
IRO. - Egli fu, il divino mendico a conciarmi cos. Sali fin l, vecchio, e troverai ancora su la soglia che tra il sangue ho sputato quattro denti. E vattene se non vuoi che lo chiami perch ti faccia lo stesso. Ohi, ohi!
IL PADRE. - O misero mortale! A quale ultima povert ridotto!
IRO. - Non voglio tu mi compianga. Va via, ti dico, se no con il randello mi ripago su le tue ossa dei pugni di quello. O non m'intendi?
IL PADRE. - Buon uomo, lasciami accostare. Gli stranieri son sacri.
IRO. - Anche colui lo disse.
IL PADRE - Dunque, perch non vuoi la mia piet? Su, alza il viso, guardami. Chi sei?
IRO. - Mi chiamano Iro; faccio il ruffiano, l'accattone e il parassita; sono il pi vile, abietto e miserabile degli uomini d'Itaca. Ti basta?
IL PADRE. - Iro!? Che nome  questo?
IRO. - Come Iride per i Numi. Hai capito ora? Ma che cerchi tu da me? Togliti di qui: vuoi una sassata anche tu?
IL PADRE. - Iro, Iro, questo  il tuo nome?
IRO. - Via di qua. Che hai da guardarmi cos?
IL PADRE. - Iro!
IRO. - S, Iro, fiaccato dagli anni e dalle sventure, che non sa perch non muore e perch  nato.
IL PADRE. - Ma, sciagurato, il tuo nome, il tuo nome...
IRO. - Che t'importa? Quando nacqui la madre mi pose nome Arneo.
IL PADRE. - Arneo!? Arneo, hai detto!!? Arneo, figliuol mio, sei tu, sei tu!?
IRO. - Figliuolo tuo? E chi sei tu che mi chiami figlio?
IL PADRE. - Arneo, figliuol mio, in qual condizione infelicissima ti ritrovo
IRO. - Tu mio padre!
IL PADRE. - Figliuolo, figliuolo, vieni da tuo padre; son io, s, son io. Ah perch mi guardi con occhi pieni di collera mentre nei miei non son che amore, dolore e piet? Son tuo padre, intendi? il tuo vecchio padre, riconoscimi! Ah non fuggirmi cos, ascoltami, di' al padre tuo come sei disceso a tale bassura! No, per tutti gli Dei, che fai? no con il bastone, a tuo padre!
IRO. - Va via, o ti caccio come i cani e i porci, va via, va via, va via, dico! Ah sei tu, malvagio scellerato, sei tu briccone impostore, tu ti ripresenti ora a me, tu, l'artefice di tutti i miei mali...
IL PADRE. - Arneo, figliuol mio, pace, pace nel tuo cuore stravolto, vieni con me, vieni con il padre tuo che ti cerca; recupera il senno, te ne scongiuro!
IRO. - Tu mi cerchi, colui il quale m'ha fatto per questo!
IL PADRE. - Figliuolo, io ti diedi la vita obedendo alla voce della Dea che vuol serbato il genere umano. Se ti ho procreato non farmene colpa, perch quantunque meglio sarebbe non esser mai nati pure il nascimento  necessit che gli uomini non possono dominare.
IRO. - N io t'avevo chiesta la vita, n tu ignoravi che la vita  miseria.
IL PADRE. - Ma feci di tutto perch ti fosse piana e lieta. Rammenta, Arneo, rammenta l'amor mio, le mie cure, i miei affanni per te. Ah il mio figliuolo!
IRO. - Brutto babbeo sudicio! Per libidine mi procreasti, ma non di questo t'incolpo! Io pure su i fossi delle strade possedetti qualche oscena pastora, qualche accattona come me e chi sa che per il mio amplesso, se non sconci, taluna di esse non abbia concepito e partorito. Ma pi saggio, ho abbandonato il rampollo il quale da s conoscesse il vivere e lui non avvelenasse, fanciullo, adolescente, giovine, tutto il male che tu mi facesti avendomi intontito di virt!
IL PADRE. - T'amai come figlio, t'amai da tenerissimo padre, volli tu divenissi bello e buono. Oh, Arneo, ritorna in te!
IRO. - Ci sono. Ci sono. Di questo che dici, di questo proprio m'hai da render conto.
IL PADRE. - O non t'educai forse come conveniva? O non t'instillai ogni precetto di virt?
IRO. - La virt,  vero? perch ti faceva buon gioco che fossi io virtuoso, per la polizia della tua casa, a fin che tu restassi sempre signore e padrone autorevole.
IL PADRE. - Ma per dirigerti al bene.
IRO. - Come quando sentii le prime busse da te, forti allora come queste ultime che mi fanno ora dolorare. Te ne ricordi? T'avevo rubato una mela nell'orto, tu m'acchiappasti e mi picchiasti. Io imparai che non si doveva rubare. Quando fui nella vita m'accorsi non esservi uomo per quanto onesto che non rubi qualche cosa a qualcuno, e non sol tanto una mela nell'orto del padre che al meno questo sar suo, s bene in quello degli altri, in quello dell'amico pi caro, e qualche cosa che vale anche pi d'una mela. Perch mi picchiasti allora? Tu non volevi ti si rubasse una mela e come me avresti allo stesso modo picchiato il ladruncolo di strada. Dovevi picchiarmi perch non l'avevo fatta franca o premiarmi e insegnarmi a rubare le mele nell'orto del vicino.
IL PADRE. - Ma le leggi della religione e della citt impongono di non rubare. Che vai dicendo, Arneo!
IRO. - Anche gli Dei ed i principi non voglion esser derubati e pure tutti, se possono, gliela fanno anche a loro.
IL PADRE. - E che sarebbe stato di te se t'avessi dato di tali ammaestramenti!
IRo. - Guarda quel che sono per non avermeli dati! Non ho saputo prender nulla perch non sapevo rubare. E in casa mia poi era prendere non rubare. Come fui giovane io ricordai l'ammaestramento e feci tesoro delle tue busse. Ogni cosa da prendere mi parve furto ma tutti gli altri presero e io restai a mani vuote, onde avendo creduto da vero che la mela e le busse fossero una cosa sola, vidi poi che si poteva rubare benissimo senza toccarne. Ma era tardi.
IL PADRE. - O mio figliuolo, ma io t'insegnai pure a ottenere, ad esser meritevole di conseguire, ti dissi le mille volte che dovevi esser fornito delle doti migliori per raggiungere la tua fortuna e feci di tutto perch tu n'andassi adorno. Non  forse vero? Di che m'accusi?
IRO. - Gi. Ma non m'hai insegnato il modo di farmi valere. Perch ce n' uno solo, e proprio quello non hai voluto che lo sapessi. Non te ne ricordi?
IL PADRE. - Per meritare bisogna essere; questo io ti dicevo.
IRO. - Bestia! Un giorno, ricordati, ero fanciullo, e venni a te tutto ansante, giocondo e orgoglioso a gridarti che avevo vinto alla corsa il fratello. E tu mi desti un ceffone perch era il fratello maggiore e dicevi che conveniva esser modesto e non vantarsi. Io ti credetti perch eri pi forte, perch mi avevi fatto male e perch eri mio padre. Da allora ogni mio pregio mi parve un oltraggio ai miei simili e fui sempre modesto e non dissi a nessuno mai se mi stimassi qualcosa. Ne accadde che fatto grande tutti vennero a gloriarsi di se stessi con me e naturalmente in tal faccenda occupti a me non fecero caso ed io restai povero, umile, taciturno e a piedi. E gi, un po' d'orgoglio mio ti dava fastidio, perch in casa il padrone eri tu e conveniva mantenere le distanze e le gerarchie l dove con un mio merito per quanto piccolo avresti dovuto pur riconoscermi qualche diritto.
IL PADRE. - Ma io t'insegnai quanto conveniva, e il resto dovevi apprenderlo da te.
IRO. - Tu m'insegnasti quanto conveniva a te ed a tutto il resto del genere umano di cui eri il primo e pi possente ambasciatore presso di me, ma di quanto avrebbe convenuto a me ch'io sapessi non mi desti mai n pur i primi rudimenti.
IL PADRE. - Facevo il mio dovere e tu giungendo nella vita, da te dovevi discernere qual era la verit.
IRO. - La verit! Quale verit? E come facevo a riconoscerla? Fosti cos balordo da volermi far credere che tutto era verit e mi crescesti nell'odio della menzogna. Un bell'affare! Rammentati la mia prima bugia: una mattina tornai a casa e dovevo essere andato dal pedagogo e ti dissi d'esserci stato mentre in vece con gli altri fanciulli c'eravamo spassati tutto il tempo alla riva gettando pietre tonde sul mare per vederle rimbalzare su l'acqua. Tu lo sapevi e mi chiedesti che avessi fatto, ma udita la bugia m'assestasti una pedata che ancora, pare impossibile, mi suona su le pacche!
IL PADRE. - E da allora bugie non ne dicesti pi.
IRO. - E guarda quel che si diviene a restar sinceri! Da allora nella mia piccola anima la bugia parve delitto orrendo e la verit divenne nume a cui tutto doveva sacrificarsi. N pensavo che il primo a mentire ed a fingere eri stato tu che sapevi non esser io andato dal pedagogo e pur m'avevi chiesto dove fossi stato. Ma tu nel tuo egoismo ritenevi fosse lecito a te ingannarmi e ti annoiava aver per casa uno che non t'avesse detto la verit come che dovessi mantener l'ordine della tua azienda.
IL PADRE. - Ma no, figliuolo, ma no, anche a me il padre mio aveva insegnato cos, e cos a lui il nonno, e cos di seguito sino all'autore primo del genere umano.
IRO. - O chi dunque fu a inventar la menzogna? Da quando mi correggesti io dissi sempre la verit a tutti, su tutto, in tutte le occasioni e furon pedate ogni volta. Onde mi chiedevo dove mai avessi tu appreso che bisognava dir sempre la verit per esser sodisfatti e lieti, io a cui poi tutti dicevano la menzogna. Imparai cos che la menzogna  il cardine dell'umana societ, ma tu non m'avevi insegnato ad usarne e non m'avevi reso lusinghevole e accorto, anzi mi volesti punire perch ti parevo tale ed ora eccomi qua come tu mi vedi per aver creduto alla lettera le tue parole ed aver acquisito all'anima mia per effetto dell'educazione che tutti dicevano il vero l dove ho dovuto accertare che se l'uomo pi saggio non dice in qualche modo una bugia ogni tre parole mi faccio tagliare la testa! Tutti hanno mentito con me e tutti sono andati avanti, m'hanno ingannato e posto il piede sul collo per farsi di me un gradino: guarda qui dove mi condussero la verit e la sincerit!
IL PADRE. - Che che tu dica, povero figliuolo mio, non mi potr mai pentire d'averti in tal modo educato. Tutto che vecchio, ancor ti ripeto che l'uomo onesto non pu esser che veritiero, sincero, leale, generoso...
IRO. - Ah pazzo da catena! Se ci fu uomo generoso quello fui io. M'apprendesti a forza a dare a gli altri, ad esser nobile e disinteressato, caritatevole e liberale. Sai che m'accadde? Fui il solo ad esser cos ed a furia di generosit mi spogliai di tutto quel poco che m'avevi dato a gran stento, quando ti lasciai per darmi alla mercatura, riducendomi cos alla miseria.
IL PADRE. - Non per questo t'avevo insegnato a quel modo.
IRO. - E quando mai m'insegnasti la differenza? Ma tu volevi che fossi generoso, per secondare la tua avarizia e perch non amassi il denaro e le sostanze che tenevi tu nelle mani, cos che quelle nelle mie rimasero poco e tutti dopo risero alle mie spalle e mi dissero stolto. Bel frutto ho ricavato da codesta tua pedagogia!
IL PADRE. - Nulla ho a rimproverarmi, figliuol mio, perch ogni buon padre fa quel che io feci.
IRO. - Ed in fatti si vede come va il mondo. Ognuno per far qualche cosa, deve ribellarsi a quel che apprese e spogliarsi degli abiti che fu constretto a indossare. Se non ha questa forza gli uomini ne fanno scempio; e coloro che hanno le mani leste vanno avanti, quelli i quali non sanno far altro che ripetere: - Cos babbo e mamma ci hanno insegnato - restano a dietro a travagliarsi. L'educazione,  primo saggio della vita l dove avrebbe ad essere la prima difesa dai mali della vita.
IL PADRE. - Ma come puoi accusarmi in tal guisa se non ebbi in mira che la tua felicit?
IRO. - Quale felicit? Pensaci bene. Forse la felicit mia, quella che derivava dal mio concetto della mia felicit, o la tua, quella che tu avevi imaginato derivare a te dal sapermi felice secondo il tuo interesse? Quando mai tu mi chiedesti in che cosa facessi consistere la mia gioia? Ma che! Tu hai detto a te stesso: costui  mio figlio;  una disgrazia che consegue come espiazione ad un instante di volutt; per ci conviene io procacci che mi sia il meno possibile dolorosa ma anzi mi sia giovevole perch incastrata nella mia logica. Voglio per ci che egli sia felice a mio modo ed esser responsabile della sua vita a fin che non mi dia noie ed abbia io l'animo in pace. Al mio egoismo occorre pure la sua felicit ma non voglio correr pericoli ed andare in contro a patemi e cos gliela construir tutta da me. E m'hai dato una felicit, se non altro di cinquant'anni prima, e che non era quella che faceva per me, ma pi tosto egoisticamente per te.
IL PADRE. - Tutto, tutto mi comandavano cos la conscienza mia, la legge, la morale, la religione. Ahim, quanto dolore nel vederti a questo punto, mio figliuolo, che io mi pensai di render virtuoso perch fossi felice e di temprare perch fossi forte! Ah che direbbe la tua disgraziata madre che t'insegnai a venerare e rispettare...
IRO. - E per questo a rispettar tutte le donne! Perch son deboli, tu dicevi, bisogna rispettarle. E bene, sciocco vecchio, io non n'ho mai trovata una che fosse pi debole di me. Son sempre state pi forti, s che se mai a me avrebbero esse dovuto portare rispetto. Sappi che un giorno io fui in Argo e vi conobbi Elena. L'hai tu mai veduta? N'hai sentito parlare? Era una creatura divina ed io l'amai con tutto me stesso. Ma era moglie d'un altro, moglie di Menelao signore possente e temuto e poi era cos bella che mi pareva d'oltraggiarla sol perch la desideravo. Un giorno nelle sue case le mostravo le mie mercanzie per donargliele tutte poi che era bella e l'amavo, e restai solo con lei, intendi, solo con Elena ed instupidito di felicit. Ma le portai rispetto ed osai a pena guardarla mentre mi si vuotava il cuore: se le avessi solo toccato la veste sento che sarei morto l. Me ne andai illuminato dal ricordo di lei, ed il giorno a presso ella fugg con Paride. Ah il vecchio Priamo non aveva certo insegnato a costui a rispettare le donne, ma certo gli aveva detto fin dall'infanzia che la donna  una preda e che convien prenderla anche se strilla e gustarne anche se dice di no tanto allora gode e ti ama di pi.
IL PADRE. - Ma vedi quanti malanni, quante rovine, quante morti per quel ratto!
IRO. - E via, vecchio scemo, se per ogni donna che scappa dovesse succedere la guerra di Troia il mondo sarebbe finito da un pezzo! Ah come era bella! E per te l'ho perduta!
IL PADRE. - Figliuolo, tu piangi, vieni qui da tuo padre che piange con te!
IRO. - Io piango? N men per sogno! Le lagrime sono ancora l'onore ed io son la feccia degli uomini.
IL PADRE. - Torna con me, Arneo, ritrova i tuoi spiriti smarriti!
IRO. - Con te? Pi tosto con quel maiale che si fa innanzi grugnendo. Passa via! Lo dico a te ed a lui!
IL PADRE. - Ma che ti feci di male?
IRO. - O non te l'ho detto? E vattene, furfante, ora, che son stanco di ciarle.
IL PADRE. - Ti ho dato la vita e tu l'hai dispersa come uno stolto.
IRO. - Tale tu m'hai creato e peggio m'hai reso.
IL PADRE. - Ma lo feci per il tuo bene.
IRO. - In fatti eccomi qua.
IL PADRE. - Per era la tua indole cos.
IRO. - Gi questa non me l'ero fatta da me e tu che me l'avevi data dovevi conoscerla e poi che avevi tu l'esperienza della vita che a me mancava, instruirla, addestrarla e correggerla. E dovevi rendermi egoista e inspirarmi la diffidenza e tollerarmi qualche vizio ed esaudir qualche capriccio perch divenissi esigente. Per ci se tu m'hai dato la vita che non ti chiedevo e se con la malvagia educazione ti sei vendicato d'avermi messo al mondo non hai ora diritto ad impedirmi di morire cos, come mi talenta. E lasciami nel mio letame e toglimiti d'innanzi.
IL PADRE. - No, figliuol mio, no, ritorna in te, senti la voce del padre tuo che ti ha sempre amato e non ha sognato che la tua felicit!
IRO. - E come? Dandomi l'illusione che il mondo fosse tutto buono e bello come tu volevi che io divenissi per te, per il tuo egoismo, per l'utile e la quiete della tua autorit familiare, non per il mio bene pi vero allor che m'avresti scagliato nella vita. E cos schiacciante fu la tua autorit che ogni mia volont fu soffocata e mi si fiacc il carattere. Da te in vece primamente dovevo imparare che la virt  una maschera o tutto al pi un'aspirazione, da te dovevo sapere due cose diverse essere i precetti e la pratica e dovevi tu badare a rendermi immune dalla delusione che m'attendeva e scaltrirmi per lottare e per vivere.
IL PADRE. - Ma non ti preservai io dall'inferno, dal vaiuolo, dall'ignoranza? Oh, Arneo, tu sei malvagio accusandomi!
IRO. - Che, ti scappa la pazienza? Va con lei e mi farai il primo beneficio. O pi tosto ripensaci ora a quelle preservazioni e medita s'io abbia torto quando dubito forte tu non abbia fatto tutto ci in vantaggio pi tuo e di conseguenza altrui che non mio! Tu in vece mi volesti onesto, mansueto, sincero, obediente, generoso, sottomesso e il resto, togliendomi qual si voglia naturale audacia ed a forza rendendomi logico e per pusillanime onde io per averti onninamente creduto finisco su la paglia. E vattene, che verr giorno in cui l'uomo troppo onesto sar mandato in esilio! Tutta la tua cura per me non mi ha dato se non precetti negativi ma non un'energia per la realt pi vera del vivere. E per quanto mi riguardava nel modo pi intimo ed efficace tu in luogo di apprendermi a conoscere gli altri non sapesti dirmi altro che: - Conosci te stesso! - s che ho dovuto arrivare a questo punto per applicar l'ultima tua sentenza. Oh, non temere, ora mi conosco! Va via, va via, che a ripeter tutto questo che ho rimuginato qua dentro per tant'anni di sventura mi torna su tutta l'ira ad avvamparmi contro di te, la causa prima ed unica di tutti i miei mali!
IL PADRE. - Non me, non me, figliuol mio, ma la fortuna devi accusare che non t'ha assistito ed in che non hai avuto fede.
IRO. - E come no Se non che le cose sono andate in maniera che se mai un giorno per accidente ebbi ad esser cos ingenuo da dirmi: - Se saran rose... - dovetti per affrettarmi a soggiungere: - ...non saranno senza spine! - e se una volta io sia stato cos balordo da alzar gli occhi per aspettar se mi scendeva un canestrino dal cielo mi convenne in vece star bene attento che non mi cascasse una tegola sul capo!
IL PADRE. - Di che cosa, di che cosa son punito cos! E bene Arneo, perdonami e se non per te fallo per la mia vecchiezza, torna alla mia casa deserta e gli ultimi anni della nostra vita transcorreremo in serenit ed in riposo. Non mi rispondi? Torna, Arneo, richiama la luce nel tuo cervello, io ti scongiuro, per il ricordo di quell'Elena che hai tanto amata...
IRO. - Ah, ho capito. Anche tu vuoi sfruttarmi. E bene, dammi da mangiare fin che io non sia sazio e ti servir, e ti farai un gran nome perch sono insaziabile. Dunque di' che cosa vuoi e da chi debbo recarmi.
IL PADRE. - Con me, con me, figliuolo, te ne supplico per la mia vecchiezza, per Elena tua!
IRO. - S, ho inteso dove vuoi andare a parare; io porter per te un messaggio a qualche bella ragazza ch ne conosco molte le quali mi danno focacce con il miele se conduco loro vecchietti bene stanti e rubizzi. Vedrai che fior di figliole, tali che anche ad un vecchio scimunito come te fanno resuscitar gli spiriti.
IL PADRE. - Ah quali nefandezze! Che ho mai fatto per soffrire cos! Egli  pazzo senza rimedio!
IRO. - Cos passerai alla storia perch tra millanta anni si racconter che vi fu uno il quale per effetto di male intesa educazione fin per fare il ruffiano a suo padre. Passa via, cagnaccio maledetto! Ecco che tornano i maiali! Ahi ahi, mi traballano i denti! Via di qua, vecchio imbecille, via cani, via porci, eccoti una sassata. Passa via!
 DIALOGO DI POLIFILO, POETA, E DI MOUSARION, CORTIGIANA O DELLA POESIA.
MOUSARION. - Pst, pst, quel giovane! Buona sera. Buona sera! Uh! come sei superbo! Buona sera! Senti, bel giovane, senti, via fermati qui un momento. Di', senti una parola.
POLIFILO. - La vuoi finire d'infastidirmi cos?
M. - Eh, non t'inquietare! Vieni qui, senti, vieni, senti una parola. No, no, non te n'andare, vieni, senti una parola!
P. - Ma sai che sei noiosa? Come ti chiami?
M. - Mousarion.  un bel nome, non  vero? Vuoi venir su?
P. - Gi, proprio ora sto per arrivare a casa mia, e mi offri di venir con te! Via, Mousarion, lasciami andare, ti sei sbagliata!
M. - Come sei cattivo! Ti divertiresti tanto con me!
P. - Ecco: sono arrivato a casa.
M. - Come? Abiti qui?
P. - S.
M. - E dove?
P. - In quella casa l, quella con la gran porta.
M. - Dove la notte si vede sempre una finestra illuminata sino a tardi?
P. -  quella della stanza ove studio.
M. - Ah, sei tu che vegli sin quasi al mattino? Qui a questo angolo con altre mie compagne tante volte ci siamo domandate chi mai restasse su tutta la notte con la lampada accesa e pensavamo si trattasse di un malato che non poteva dormire.
P. - E forse non pensavate n anche una cosa errata.
M. - E studi sempre? E non vai tal volta con qualche donna o con gli amici?
P. - Assai poco. Basta, Mousarion, addio; lasciami andare.
M. - No, no, senti, non te n'andare, senti, vieni da me un momento solo e poi te ne vai. Via, sii buono, per una volta, per un momento, vedrai, mi spoglier tutta, ti dar tanti baci, ti far tante carezze; sentimi come sono ben fatta... Oh, ecco, cos va bene. Vienmi a presso, io ti precedo. Per di qua, per di qua... seguimi, caro, sto vicina... bada alle scale... accendi un lume, su... aspetta un po' che cerchi la chiave della mia porta. Eccola: cammina piano, per non svegliar la padrona. Ci vedi? Oh, siamo arrivati! Sta fermo, via, non mi toccare!
P. - Come sei bella, Mousarion! Che sorpresa trovarti cos! Come mai essendo cos bella ti dai in questo modo a tutti?
M. - Per piacere, scioglimi questo nastro. Grazie. Come mai mi do a tutti? S, mi do a chi mi vuole. Per a tutti do quello che ciascuno sa prendere, secondo le sue forze. C' chi mi vorrebbe sul serio, tutta quanta, e pure non riesce ad aver nulla.
P. - Oh, come sei bella! Ma quante belle cose! Hai un bel corpo svelto, fianchi possenti che sembrano attendere la fecondit, seni eretti che paion fatti per eccitare e respinger l'amplesso, belle braccia tornite, gambe sottili e nervose. Hai pelle fine e levigata, mani perfette, occhi profondi, bocca fresca e odorosa, capelli superbi, ma, o Mousarion, tu sei veramente bellissima! O come non ti vidi sin ora?
M. - Tutti dicono cos.
P. - Ecco, solo per essermi accostato a te, mi pare di amarti e di desiderare d'essere ricambiato da te.
M. - Eh, bel giovane, anche tu? Come vai di corsa!
P. - Da vero, Mousarion, io vorrei aver da te l'amplesso pi forte e ottenere il tuo amore.
M. - Cos, cos, tutti gli uomini che vengono da me!
P. - Ne vengon molti?
M. - Continuamente, pi o meno, secondo i tempi. Ma sola non resto mai!
P. - E li prendi tutti per via?
M. - Oh no! Certi da s vengon qui alla mia casa; taluni timidi non osano salire, impallidiscono per bussare, quando mi sono dinanzi non sanno dir nulla ed allora convien che li scuota un po' per incoraggiarli, e sorrida loro e li avvezzi alla mia presenza. Di questi raramente ce n' qualcuno che mi piaccia. Certi altri in vece giungon qui di corsa, quasi avessero la morte alle calcagna, e salgon le scale a precipizio come se al contrario le ruzzolassero e bussano forte e fanno chiasso e passano avanti a gli altri, per forza, ma poi quando son qui, molti si perdon d'animo perch li tratto male e se ne tornano tutti delusi, altri in fine, ma son pochi, anche quando m'arrivano cos, sanno dominarmi e s illudono di possedermi per s, poich me n'illudo anch'io. Ma non la durano e se ne vanno presto quando io ho vuotato loro la borsa delle illusioni.
P. - Oh bello, bello! Raccontami ancora! E di quelli che prendi per via, che mi dici?
M. - Li chiamo perch mi sembra che possan piacermi. E a volte cado bene, ma a volte anche, patisco di gran disinganni. Alcuni, in fatti, sembrano lusingati ch'io li abbia presi e son tutti gentili e premurosi, e paiono secondarmi in tutto, ma a un certo punto m'avvedo d'aver solleticato sol tanto la loro vanit; pi del piacere che provano, pi del pensiero di quello che posso provar io, amano il godimento che d loro il far sapere d'essere amati da me. E allora li scaccio per sempre. Altri mi seguono volentieri, mi piacciono, mi sodisfano, ma reggon poco perch son belli e basta, l dove per me, l'uomo che m'ama e che io possa veracemente ricambiare dev'esser bello, forte, lieto, audace, volonteroso e amar me sola e per sempre.
P. - Niente di meno!
M. - Niente di meno, se no mi do come a tutti, ben che gemo e sgambetto e dico parole tenere, s da far credere, a chi ne voglia per il suo denaro, d'aver goduto. Ma allora preferisco rimaner sola con un fiore in bocca sul mio cantone di strada sotto il lume a guardare superba e procace chi passa, ed aspetto.
P. - Ma non troppo, credo.
M. - A volte, s. Tanti m'osservano e non osano accostarmi, tanti paion risolversi e mi seguono per un po', ma poi cambian strada, altri fanno due parole con me, ma sembrano impaurirsi e mi lasciano ad un tratto, andando per i fatti loro, altri ancora si prendon gioco di me e credono poi di insultarmi dandomi della cortigiana. Ah! con quale gena curiosa di uomini ho da fare!
P. - Ma dunque, di te nessuno si sodisfa compiutamente.
M. - Nessuno? Ma tutti, in vece, ch a tutti io do al meno un filo d'illusione e getto sguardi lascivi e dico parole carezzevoli e stringo forte. Nessuno!? Ma non sai che c' pure chi riesce a far denaro, con me?
P. - E questi li ami?
M. - Per qualche poco, forse. Ma li scordo presto.
P. - Dunque non ami nessuno, non senti nulla con nessuno?
M. - E via, se godessi con tutti, a quest'ora sarei morta da un pezzo. In principio, s, amai tanti uomini, ma ero io pi giovane ed essi belli e robusti e fieri e m'amavano per da vero; d'allora per, pochi hanno saputo prendermi.
P. - Dunque che ci vuole per averti veramente e tutta?
M. - Chi vuol sentirmi godere con lui, conviene sia un gran maschio e, come t'ho detto, ami me sola, per me e per sempre. Bisogna nascer con questa inclinazione, e non basta, perch poi bisogna far lunga strada e faticosa per arrivarmi.
P. - Per, se fingi, come fa chi ti ha per s, a comprender d'essere amato?
M. - Oh, lo comprende, perch ho per lui sorrisi quali nessun altro vede e so che egli sente di meritarmi ed il nostro amplesso  pieno e condiviso.
P. - Dev'esser felicit degna dei Numi!
M. - Quale nessuna le si pu paragonare! A gli altri in vece mi contento di lasciar credere che li ricambio ed anche se si accorgano che non  vero non me n'importa nulla, quantunque non faccia nulla per deluderli, ma accada loro pi tosto di non sentirsi, da s, pi validi a tenermi testa.
P. - Dunque ti ridi di tutti?
M. - Non mi rido di nessuno, ma amo chi voglio e chi pu.
P. - E ora chi ami?
M. - Avevo un bell'artiere ma  finito ed ora ho un biondino che mi piace, ma ho paura che mi canzoni qualche volta. Poi ho un uomo dei campi che amo assai, ma di lontano. Ho qualche altro, qua e l, ma ne dubito. Ed aspetto.
P. - Oh, Mousarion, io voglio la verit! Al meno da te, voglio la verit!
M. - Prvati dunque, bello mio, che gi mi piaci. Forse ricordando la finestra illuminata avrei un capriccio per te! Vieni, bello, vieni su, vieni con me. Dunque tu m'ami da vero? Dunque tu vuoi amarmi per sempre?
P. - Per sempre, e te sola, e solo per te!
M. - Bada, che in ogni caso non potrai pi amare altro.
P. - Te sola voglio amare, o Mousarion, ch ogni altra cortigiana mi stanca. Abbracciami, Mousarion, baciami tanto! Ad ogni costo, voglio amarti per sempre!
 DIALOGO DI GIOVANNI FILOPONO, GRAMMATICO, E DI AMRU, GENERALE DEL CALIFFO OMAR, O DELL'INVIDIA DEL TEMPO.
AMRU. - Oh, ecco di nuovo questo fastidioso pedante: che vorr ancora? Parla e fa presto!
GIOVANNI. - Io ritorno a te, invitto principe, a domandarti in tutta umilt che cosa abbia risposto il Califfo a quanto per tuo mezzo gli feci chiedere. Voglia il mio triplice Dio che il glorioso suocero e successore del Profeta, colui che ha conquistato trentaseimila citt, fondato pi di mille templi e quattromila distrutti, sia cos generoso da esaudirmi la preghiera che gli ho rivolta.
A. - Se  cosa giusta, Omar non pu rifiutartela, poich egli  il successore del Profeta e per ci giudice d'ogni giustizia.
G. - Come? non te ne ricordi gi pi? Ahim, ahim, ch'io tremo di paura!
A. - Fa cuore, stolto! Ci credi tu cos barbari? Noi non uccidiamo chi si d nelle nostre mani! E poi mi s' detto che non solo dell'eternit del mondo, ma hai scritto pur qualche cosa di Mos, che fu profeta di Dio: dunque non sei un giaurro volgare.
G. - Io tremo, stratego insigne, per i miei libri dilettissimi, ch'io ho paura, quando prenderai questa Alessandria gi pi tua che nostra, non abbiano a perire preda delle fiamme che divoreranno ogni cosa. E molte volte ho gi fatto questo viaggio dalla citt al tuo campo, per intercedere a favore del mio Serapeo, e l'ultima giunsi finalmente a parlarti e tu consentisti a ci che t'imploravo, dandomi licenza di porre in salvo la Biblioteca. Ma poi ti ricredesti e ti parve di dover mandare qualcuno a chiedere il permesso del Califfo. Ecco perch io tremo, o nobilissimo Amru, e non di paura per me, ch ti so umano e pietoso, ma per i nostri libri ove si contiene quanto sopravive dell'anima greca. Rispose dunque il Califfo? Oh, toglimi di pena, te ne scongiuro, valorosissimo imperatore!
A. - Ah, tu mi parli di libri! Me n'ero scordato: la cura dell'assedio  gi grande di per s, perch mi sia lecito dimenticarmi di qualche vecchio rotolo di papiro e di pergamena, che io non saprei leggere. S, s, rammento, ora: non scrissi io, ma feci scrivere da Saad figlio di Abubaracai, e mi par che il Califfo abbia risposto.
G. - Oh, Amru, dimmi che rispose, od io morr, se aspetti ancora di pi la sentenza!
A. - Uomo debole! Non aspetto io da quattordici mesi per prendere questa tua dannata citt la qual vale per noi ben pi che non per te quei quattro stracci?
G. - Perdonami, Amru, ma in quelli  tutta la mia vita!
A. - E la nostra in qualche cosa di meglio. Ecco qui la risposta del Califfo. Oh povero filosofo!
G. - Dunque?... Son perduti?
A. - "Se conformi al Corano, sono inutili: se contrari, dannosi: dunque bruciali". Sar fatto: tutto che dice ed ordina il Califfo,  inspirato da Dio!
G. - Oh me infelicissimo! Quale orrendo delitto dovr veder compirsi sotto i miei occhi! Ma  egli possibile che quel tesoro di sapienza debba andar distrutto in una fiammata per il capriccio d'un tiranno? Oh, Amru, dimmi che non  vero, dimmi che ho sognato, dimmi ch'eri ebro...
A. - Filosofo, vaneggi? Cos il Califfo ha ordinato, e cos sar fatto.
G. - E non teme dunque il Califfo il disonore che a lui ne proverr dinanzi alla Storia?
A. - Il Califfo non rende conto che a Dio delle sue opere.
G. - Ma tu, al meno, consenti ch'io salvi qualche cosa, e porti via al meno gli scritti dei due astri della filosofia, due numi scesi in terra, il mio Platone e il mio Aristotile!
A. - Son conformi al Corano? Allora sono inutili. Son contrari? E son dannosi. I tuoi due dei, che io del resto non conobbi mai, non mai cos saggiamente difesero i loro libri.
G. - Poich'essi non hanno ora un capitano valoroso che li sostenga come tu fai del Corano. Amru, te ne supplico, abbi piet di me e della stirpe nostra!
A. - Dio  grande e Maometto il suo Profeta, ed Omar  l'erede di Maometto!
G. - No, Amru, spettava ad Al... pensa anche a questo, potentissimo stratego!
A. - Vuoi che ti faccia tagliare la testa? Via, esci di qui, ch ne ho a bastanza delle tue ciarle.
G. - Perdonami, perdonami, non so quel che dico, tanto  il dolore che m'opprime! E bene, e bene, s, ma lascia ch'io interceda ancora per i miei libri!
A. -  inutile: altro non posso dirti che quanto il Califfo ha risposto.
G. - Ma, Amru, e ti par giusto? Forse dunque non pu esservi alcun che non contrario e non conforme al Corano e pur degno di sussistere? Tu che sei logico, a questo non ti convinci?
A. - Filosofo, io non son logico, ma soldato e non mi convinco che all'obedienza.
G. - E pure, pensa che al Serapeo son racchiusi a migliaia libri meravigliosi, ove son scritti i versi pi belli che gli uomini abbian cantato, onde s'impara la storia pi portentosa si sia vissuta da che mondo  mondo, nei quali  raccolta la saggezza pi stupenda cui la mente umana sia pervenuta. Tu, pure, vedi, s'io ti dicessi chi furono quelli che chiamo i miei due numi e di quali sublimi opere di saggezza furon partecipi, tu pure ne rimarresti soggiogato e mi penso che vorresti leggerli tutti quanti e forse comentarli, per la gioia dell'anima tua.
A. - La mia gioia  la mia fede, e la mia fede  il Corano. Ben rispose il Califfo.
G. - Ma la vita non  composta di sola fede, s bene vi son altre porzioni dello spirito che vogliono il lor nutrimento. Ed in nessun altro luogo lo rinverresti pi vitale che non in quei libri.
A. - Per la mia e per la nostra vita, la nostra fede basta. Non conviene sognare ma operare e tutti i tuoi poeti e tutti i tuoi storici e tutti i tuoi sapienti ci colmerebbero la mente di fumo, come se bevessimo vino, e ci lascerebbero fiacco il braccio per la conquista del mondo. E poi, a quanto ho udito, la loro stirpe possedeva ben l'universo e pur l'ha perduto:  da credere che i precetti dei tuoi scribi non valessero gran cosa di fronte al Corano, in nome del quale stiamo prendendo noi l'universo.
G. - Furono i Fati, Amru, a voler cos cessare quella vita perfetta, a fin che gli uomini avessero di poi un esempio perenne di quanto ad essi pu esser lecito per accostarsi a Dio. Non voler dunque tu distruggere ci che fin ora per un miracolo dei Numi, in oltre nove secoli da quando Tolomeo pens di fondare il Museo, rimase salvo a traverso i capricci dell'Evergete dal gran ventre, l'incendio di Cesare, gli esilii di Caracalla, le devastazioni di Aureliano, gli assalti dei Cristiani, le rapine di Teodosio, i furti dei Bizantini, e tutte le altre fortune che sfolgorarono questo paese miserrimo.
A. - Per come sembra, anche uomini della tua stirpe e della tua fede non pregiarono gran fatto cotesti tuoi libri.
G. - Ma no, ch anzi, per dirtene uno, Marco Antonio, un imperatore dei Romani, fu preso d'una nostra regina e non seppe darle pi gran prova d'amore, per risarcirla d'un incendio del Museo, che non mandando a conquistare la biblioteca dei Re di Pergamo per regalarla a lei: e forse alcun dei volumi ch'io custodisco al Serapeo, svolse in un giorno di noia e di sogni Cleopatra bellissima, fra le dita di rosa, onde mi par tal volta che tra quei libri ancor viva lo spirito di quella pura bellezza, pi bianca e splendente delle perle che amava, pi flessuosa d'un aspide... Esiti Amru? Ebbe Cleopatra quei libri in dono dal suo amante, ed io vorrei tu li vedessi sol tanto e parrebbe anche a te di sentirla presente, avvincerti tra le candide braccia tornite.
A. - E dove  ora questa tua regina?
G. - Da quasi sette secoli  morta, stratego invincibile, ma...
A. - Se conformi al Corano, inutili, se contrari, dannosi. Io dar al fuoco i tuoi libri.
G. - Non dirlo, non dirlo, Amru! Vuoi farmi morire di dolore? Vedi, cos come a noi il ricordo della donna bellissima, sar per i posteri quello della poesia che tu vuoi distruggere obedendo ad un errato sofisma. Non privare di questo tesoro le generazioni che succederanno, le quali, se incendi l'archivio, copriranno d'ignominia la tua memoria come quella d'un barbaro che tolse loro ogni testimonio di nobilt, di degnit, d'armonia l dove in vece, se m'esaudisca, sarai chiamato benefattore dell'universo, fin che a gli uomini sar lume d'intelligenza, ch sapranno di dovere a te solo la felicit di goder la sostanza immortale di quella vita. Pensa alla tua fama, potentissimo generale, e non contaminarla cos all'impazzata: pensa che il tuo nome sar ripetuto con riconoscenza e venerazione nei secoli dei secoli, poich dir ognuno, sempre, che un giorno un grande guerriero os arrestare la spada terribile e invitta, per risparmiare le ultime vestigia della Bellezza. Quella che t'offro  la gloria, Amru!
A. - Ma non diranno pure i posteri che arrest la spada di quel guerriero, tal filosofo ch'io conosco e, se sappiano come la cosa andrebbe, non ne daranno a costui tutto il merito? No, Giovanni grammatico, per la tua gloria io non vengo meno alla fede e all'obedienza che debbo al mio Signore.
G. - Dunque per nessun argomento mi sar dato di persuaderti? E bene, uomo d'Oriente, ancora una prova vuoi ch'io abbracci la religione di Maometto? Io mi far circoncidere e fedele seguir il verde vessillo del Profeta, e diverr fervente nel predicare la virt del Corano, qui nella mia stessa citt, dimostrando anzi alle turbe che vorranno ascoltarmi che v' un solo Profeta di Dio, e che il suo libro  pi grande di quelli da me custoditi e difesi. Vuoi tu?
A. - Uomo leggero, che mai ti pensi abbiamo noi a farci d'un che cambia ad ogni vento? La nostra fede non conta pi i suoi seguaci, e per uno assai mal certo ch'io ne possa aggiungere a gl'innumerevoli e sicuri che ci accompagnano, non mette conto ch'io macchi la virt onde rilevo questo imperio e venga meno al mio primo dovere. E poi non abbiamo bisogno di filosofi, ma bene di uomini, e agili e fidi e gagliardi, n tu mi pari di tale valore.
G. - Nulla, nulla vale a smuoverti, o nemico inflessibile! E gli uomini per te perderanno ogni memoria d'essere stati e sparir con noi la generazione di coloro che ancora ricordano! Tutto  finito: con questo si spezza l'ultima colonna del tempio! L'umanit ha cessato di vivere, di pensare, di cantare... ah, maledizione su di voi, barbari iniqui, predoni ignoranti, cani circoncisi, su di voi e la vostra schiatta, abietti devastatori, bruti lussuriosi, selvaggi accecati, che in mandre come le bestie non altro avete se non la violenza, il tumulto, il saccheggio, per spegnere l'ultimo raggio purissimo della bellezza! Ma verr giorno, lo sente il mio cuore presago, verr il giorno in che voi pure sarete vinti ed il mare incorrotto inghiottir le vostre carogne: noi potremo offerire in dono al nostro Dio come giustissima preda quello straccio verde che adorate come un idolo immondo ed il tuo Corano, tiranno insensibile, sar tenuto allora per balbettamento infantile d'un eretico pazzo. Uccidi, devasta, incendia pure, profanatore abominevole e spaventoso, ma qui, al tuo conspetto, io, Giovanni Filopono, umile grammatico d'Alessandria, ma l'ultimo dei Greci, te addito, o Amru, all'esecrazione della Storia!
A. - Amico filosofo, come mi d gusto vederti arrabbiare! In quale dei cinque dialetti che cos bene conosci, scrisse il retore da cui hai appreso a mente questa bella diatribe? Poich, ricca com' d'invettive e d'imagini, a stento potr credere tu l'abbia filata dal tuo cervello, cos all'improvviso. V' un posto di giullare nel mio campo: perch non lo occuperesti? Quando mi gravasse qualche cura tediosa, come pu esser quella dell'assedio onde stringo la tua citt, ti farei chiamare dal mio devoto Firuz, che maneggia cos bene il pugnale da non temere l'ira del Califfo in persona, e ti pregherei di dirmi qualche contumelia, da tenermi luogo della pi lieta facezia, e spianeresti cos la mia fronte pensosa. E bene? Ora piangi? E che son queste lacrime? O filosofo, e dove se ne va la tua saggezza? Tanto a cuore veramente ti stanno i tuoi libri? Ma, ti ripeto, io nulla posso farci, ch, pur se volessi, non mai sarebbe in mio potere di salvarteli, dimenticando di non esser io altro che l'esecutore dei voleri del mio Capo. N a lui n a me devi augurare il male, ma curvar la fronte, come noi tutti facciamo, a gli ordini di Dio.
G. - Io piango, s, la mia stirpe dispersa, il nostro pensiero distrutto, la nostra gloria tramontata per sempre! Il giorno sereno di cui ancora potemmo vedere l'ultimo riflesso, muore nella rovina e nella desolazione, e la mia biblioteca  or mai il sepolcro dell'anima greca che non pi resusciter nel sole! Addio, miei libri, ch'io pensai mantenere come l'estremo presidio della nostra grandezza, addio volumi preziosi, amati pi della stessa vita, addio miei scrittori, miei filosofi, miei poeti dilettissimi! Tutto feci per salvarvi, ed ora che pi non valgo a nulla, cadete inesorabilmente nelle tenebre perenni dell'oblio.
A. - Ma veramente, quelle copie sole ne esistono? Nessun altri se non te, ne possiede?
G. - Forse io solo in tutto il mondo, ancor avevo cura di volumi e serbavo la fede alle Muse antiche: speravo di esser cos forte da poter custodire quest'ultima scintilla della fulgida arte nostra e solo tale speranza sorresse la mia vita. Chi vuoi, con la barbarie che da per tutto imperversa, chi vuoi che ancora conservi volumi? Forse a Bisanzio qualcuno se ne cela, forse qualche altro ad Atene e qualcuno forse in qualche convento, ma a peso di carta saranno venduti fra breve e le membrane raschiate per scrivervi su le stoltezze della superstizione! Con me muore la Grecia!
A. - Ma credi da vero che gli uomini siano per aver bisogno nell'avvenire di codesti tuoi libri?
G. - Se lo credo? Ma son certo come di morire, che essi n'andranno cercando un giorno ogni brandello, ogni frustolo, ogni frammento, per sentire ancora la musica del nostro pensiero, e indagheranno su qualunque traccia da noi lasciata nel mondo, piangendo di dolore per quanto non sapranno.
A. - O non ti pare sia per essere miglior sorte per essi se, pur serbandosi la memoria di questo che a te pare un miracolo degli uomini, sar forza imaginarselo e dovranno porre una fantastica mta di perfezione all'opera loro? Io mi penso che questo esempio favoloso d'un tempo in cui, come dici, un popolo fece l'arte pi squisita, sproner le generazioni future a grandezze ch'esse non saprebbero forse da s imaginare. Conviene che l'ammaestramento del passato non sia troppo presente, a fin che pi libero possa l'uomo operare per l'avvenire.
G. - E perch vorremo noi che i posteri abbiano a ricominciare il cammino, quando gi l'avevano compiuto gli antenati?
A. - Amico, anzi tutto non v' limite alla perfezione n alcun uomo saggio vorrebbe mai porne. Ma poi io persisto a credere che il genere umano sia per ritemprarsi in questo soffio di barbarie che tanto sembri paventare, e possa dopo raccoglier di nuovo le sue forze e rifarsi tornando da capo.
G. - Mai, non mai giungeranno ove quelli!
A. - E chi te lo dice? Cos piccola fiducia hai tu nella natura umana da crederla finita se vada a fuoco una biblioteca? Non sai che l'uomo vive ricominciando e rinascendo nei secoli? Poich la vita e la natura son la sostanza necessaria d'ogni poesia, e nessuno potrebbe sostenere sul serio che quelle non siano infinitamente pi vaste, pi varie, pi possenti di questa. Alla natura e alla vita torneranno dunque gli uomini, delle quali l'armonia non si rompe, per scorrer di secoli e per alternarsi di vicende, anzi sempre meglio i mortali sanno comprenderle, dominarle, esprimerle. Conslati, Giovanni filosofo, ch l'avvenire  pi lungo di quanto tu non creda, ed  forse colmo di tanti eventi quali la tua Grecia non seppe mai.
G. - No. La Grecia visse, seppe, disse tutto.
A. - Sia pur come affermi. E ti dico allora che l'ignoranza del passato  il pi saldo fondamento dell'esperienza cos d'un uomo come d'un popolo e che deve ognuno veder con i suoi propri occhi l'universo e vivere la vita con il suo stesso corpo, e con il suo cuore sol tanto, creare i suoi sogni, se vuol scrivere poesia. Credi a me, per quanto ne  possibile, liberiamo dalla tirannide della tradizione le stirpi future e, se sian sagge, troveranno di ringraziarci d'aver loro permesso di vivere, di pensare, di cantare come loro meglio talenter. Se pur non faranno nulla di pi di quanto fece la tua Grecia, avranno al meno l'orgoglio di sapere che da s poterono accostarsi alla lor propria perfezione, e non per l'inspirazione d'un'irrevocabile gloria lontana.
G. - Ma per la perfezione avevamo segnato il sentiero pi rapido, fiorito e sicuro e nei nostri libri era distillata la sapienza pi armoniosa per ogni condizione della vita e dello spirito. Ora tutto ci va in malora, e di questo io m'accoro, poich in seguito non sa alcuno se gli uomini potranno mai ritrovar quella via!
A. - Pu ben darsi la ritrovino, ed in vano scuoti il capo e fai di no, e poi non  detto essa sia l'unica ed in fine, se cos grande fu questa saggezza che tu la ritenga inarrivabile, oh, credi a me, filosofo ostinato, di essa sar rimasta traccia ben pi profonda di quanto non pensi, ma non su le carte e su i libri, s bene nelle anime della tua razza, ci che vale assai di pi.
G. - E dov' mai pi la mia razza?
A. - Risorger; tutto risorge.
G. - Ma cieca e muta.
A. - Come i neonati che a poco a poco aprono gli occhi alla luce e le labbra alle parole.
G. - E chi sa in vece ove potrebbe giungere se le restassero i testimoni di questa sua gloria e questi insuperati modelli dell'arte sua!
A. - Se era insuperata, certo  che gli uomini non potranno andar oltre, ed allora perch non s'addormentino nella felicit di udire queste lor parole perfette, meglio  che abbiano a credere di dover raggiungerle e ripeterle, e per ci non  male sian distrutte. Senza l'oblio non procedono n il mondo n ciascun uomo. Ma se poi non era tale come la tua enfasi la magnifica, chi sa che, a punto perch mancheranno loro i modelli, non sian costoro abili ad andar di l od, al meno, a tentare, e per ci  bene che quelle periscano. Come vedi il Califfo fa scuola e, anche quanto a logica, per barbaro, sono un suo buon luogotenente.
G. - No, no, no, le mille volte no! Quanto l'uomo ha acquistato di sapere e di bellezza,  delitto disperderlo ed annientarlo. Tu avrai tolto all'umanit tutto ci ch'essa ha ottenuto per avvicinarsi a gli Dei e questo sar cos monstruosa turpitudine, che i posteri, per tua colpa brancolanti nelle barbarie faranno di te un demonio ribelle a Dio e colpevole della maggiore sventura piombata su la terra.
A. - Via, grammatico, non esagerare adesso, e non farti riprendere da un accesso di retorica. Lo crederesti che son persuaso in vece, che un giorno o l'altro qualcuno trover di ringraziarmi come benefattore? E chi sa non mi s'eriga una statua, come  vostro costume, anche per chi vale assai meno di me.
G. - Parli proprio da barbaro! Anche lo scherno vuoi aggiungere al mio dolore!
A. - No, parlo seriamente. Ascoltami e segui il mio dire con attenzione. Poniamo dunque che nel tuo Serapeo, come lo chiami, siano cinquecentomila volumi. Ce n' da scaldare i bagni di Alessandria per sei mesi! Dunque, poniamo per ipotesi che tanti siano. Or bene, dimmi con una mano su la conscienza, se credi fermamente che quelli contengano altri e tanti capolavori.
G. - Da senno? Ma non udisti mai nominare Omero, Esiodo, Eschilo, Archiloco...
A. - Ecco che mi cambi le carte in tavola. Rispondi a tono: son proprio tutti capolavori immortali?
G. - Dir: tutti tutti, proprio no. Ma alcuni, e che mi dico? grandissima parte son ci che di pi bello s' scritto, son le opere dei maggiori artefici della poesia e del pensiero! Omero, Esiodo, Eschilo, Archiloco...
A. - Basta, basta, ho capito. Dunque convieni che parte di quei volumi, ed io penso la massima parte, contengano opere anche mediocri.
G. - Ma gli altri ti ripeto, son le opere compiute, son tutte le opere, intendi, dei maggiori pensatori e poeti!
A. - Va bene, ma anche per questi, non credi vi sia per ciascuno qualche gradazione? Ogni uomo non pu scrivere pi di un capolavoro, e certo ciascun di quelli che hai tanta voglia d'enumerarmi, avr scritto alcune cose migliori, altre men pregevoli e forse anche altre di nessun valore affatto.  cos o non  cos? E dillo, via, ch tanto non lo ripeter a nessuno!
G. - S, veramente, non potrei affermare, pu darsi... ma non vorrei farmi giudice del gusto dei posteri. Che so io di quel che potr loro piacere?
A. - Lascia stare i posteri, ora, e pensa che se pur v' nel tuo Serapeo qualche cosa di perfetto, sar sempre tale, anche contro al tuo gusto. Dunque hai convenuto che pur dei maggiori autori di cui conservi le opere, pu trovarsi qualche scritto, ed io penso la pi gran parte, non assolutamente degno di sopravivere con la loro memoria.
G. - E per questo vorrai tutto distruggere?
A. - Aspetta, Giovanni, che abbia finito. Io penso non poter consentire il fato che quanto merita veramente, abbia ad andare per sempre disperso. Il tempo sa fare giustizia e scegliere quanto  necessario sopraviva, con una sapienza cos sottile ed intelligente che si direbbe vi sia un Genio per sovraintendere a questa libert dei mortali. Per ci che si perde, il tempo d sempre il compenso di un fatto che vale di gran lunga di pi, e ci che vale non perisce per qualunque tempesta vi passi sopra. Non altrimenti accade dei ricordi nel cuore degli uomini. Alcuni spesso un benefico oblio dolcemente cancella lasciandone solo ritmi per entro i quali pi non canta alcuna musica, mentre altri, ognora presenti vivono e rivivono in noi, e sono i pi cari, quelli che nessuna tristezza contamina e che fedeli ci accompagnano fino alla morte e forse di l, n alcun dolore saprebbe distruggerne mai la gioia serena. Anche la poesia cos vive con il ricordo dei popoli.
G. - E tali cose pensando, vuoi proprio incendiare il Serapeo? Ma  assurdo, dunque, tale proposito! Forse... hai voluto giocarti di me... e il tuo cuore magnanimo...
A. - Filopono, come dice il tuo nome, sei amante della fatica e, come prova il tuo dire, hai fiato da vendere. Tanto pi incendierei la Biblioteca pensando di fare un bene ai posteri.
G. - Ma se qui  tutta la poesia che deve viver con loro!
A. - Non dicesti che qualche libro disperso per il mondo, ancora conserva alcune opere di quelle da te custodite? E bene, sta pur certo che se la tua stirpe s' meritato il presente castigo di Dio, e se d'altro canto dovranno i suoi spiriti ancor resuscitare nel futuro, si perder di essa quanto la sua debolezza non seppe mantenere e che sar inutile, ma vivr sempre nei secoli qualcuno che serber quanto alle generazioni venture sar necessario. Io mi penso che sempre, a Bisanzio, ad Atene, in qualche convento, come imagini, sar taluno che rimarr fedele a questa religione della vostra bellezza e custodir gelosamente e con ogni diligenza consegner a chi sia per stimarne pi degno, quanto avr egli saputo raccogliere del grande naufragio e che sar il meglio e il pi necessario per l'umanit.
G. - E se non vi fossero costoro? Non vedi in me uno di quelli? E non ti pare esempio bastevole il mio?
A. - Vi saranno, Filopono, vi saranno, e se no, vi sar bene il Fato, pi forte d'ogni barbarie e d'ogni fortuna.
G. - Ma  turpe consegnare al Fato la sorte delle anime a venire!
A. - O forse  sublime. Non altrimenti dovrebbe fare ogni uomo per la propria e vivente.
G. - E al Fato affidare la scelta?
A. - Questa sar anzi la mia gloria! Perisca per la felicit dei posteri, la tua Biblioteca. Essi, di ci che vi si contenne, andran cercando ogni altro brandello, ogni frustolo, ogni frammento, e tenteranno di leggere le membrane raschiate, l dove se sapessero di trovar qui ogni cosa non se ne curerebbero forse pi. Ognuno non agogna a ci che ha in comoda consuetudine, s bene a quanto gli manca e sa di non poter per alcuna maniera ottenere. Val meglio un bello e sano desiderio di ci che si conosce inconseguibile, com' della gloria verace durante la vita terrena, che non un tranquillo possesso di ci che ti stanca e ti sazia, com' della fama sonante, ch' dubbio non forse discenda con noi nel silenzio di morte. Io dono alla posterit un grande sogno, o filosofo, e pochi uomini seppero fare altro e tanto.
G. - Per... non fu da vero un sogno quello dato da Maometto...
A. - Taci, stolto, e pensa pi tosto come s'io per te lasci in vita quanto ancor di mediocre racchiudono i tuoi rotoli polverosi, anche il sublime che tu affermi serbare e che per altra via sapr percorrere i secoli, potr parere men grande, se non avr saputo dimostrar la sua forza contro alle vicende del Destino, ed in vece, di mille chimere infiorer la fantasia dei mortali, e per se stesso e per la storia sua, e far imaginar bello anche ci che forse non era. Perch d'un mistero, profumato di tutti i segreti dell'ignoto circonder questa vita che m'accingo ora a troncare, tale da renderla una nostalgia di tutte le anime, la mta d'un passato di grazia e di purezza che gli uomini si studieranno di rievocare e di riconstruire con le lor forze migliori. Diamo all'avvenire questa divina ignoranza e lasciamo che il Fato solo serbi ci che si dovr sapere ma per quanto dipende da noi, pensando non esservi cosa bella se non vi s'aggiunga un mistero, procacciamo al futuro la gioia di quest'attesa vana e feconda.
G. - Peggiore tormento non saprebbe inventare un tiranno crudele, di quello che prepari per i venturi e che cinicamente vuoi gabellarmi per una felicit. Sar per essi una perenne agonia, come di chi cerchi con le labbra l'ultimo fiato d'aria per prolungarsi la vita, senza pure riescir a morire.
A. - Sar la gioia d'un ideale. Credi a me, noi creiamo un grande lavoro per i secoli a venire, i quali non mai n'avranno a bastanza, come quelli che saran densi di uomini accorti ma privi di fantasia, bisognosi d'impiegare il loro intelletto e d'infrenare il loro sentimento, d'occupare le loro attivit e di contenere gli slanci dell'imaginazione. E le menti si acuiranno in queste ricerche e in questo desiderio sino alla saziet ma pi animose saran fatte ed esperte per la conquista della lor verit. Va l, grammatico, che n pur tra mille anni nascer un filosofo che sappia ragionare cos rigorosamente!
G. - Fandonie, ciarle, sofismi! Amru, te ne scongiuro, recedi dal tuo proposito, pensa al flagello che sei per scagliare su tutti i Greci che sopravivono, pensa alla gloria tua e di questa civilt che vuoi spegnere. Noi tutti, io per il primo, pregheremo Dio per la tua fortuna e fra qualche giorno, in occasione del Natale, raccolti in San Giovanni, ove gi fu il Museo, tutti i cittadini eleveranno azioni di grazie al Signore per la tua carit, e chi sa non riesca ad indurli a cessare la resistenza e ad aprire le porte alle tue armi trionfali!
A. - N pur se ora mi dessi il mezzo d'entrare...
G. - E bene? E se io ti dia questo mezzo? E se io conosca il luogo sicuro per prendere la citt?
A. - Veramente? Conosceresti cos gran segreto?
G. - Se mi salvi i libri te lo dir.
A. - E chi m'assicura che tu mi dica il vero?
G. - Te ne far sacramento solenne.
A. - Tu sei Greco e tale  pur la tua fede. Dimmi il segreto e, se mi convenga, vedr quello che sar da farsi. Parla, ti dico!
G. - Mi tradirai tu?
A. - Parla o ti strozzo!
G. - S... ecco... or non sono molti anni... quando con i Persiani assediava la citt il generoso Cosroe, venne a lui un altro filosofo, di nome Pietro, il quale molto aveva studiato su i libri della Biblioteca. Offerse, se questa fosse salvata, di dar la citt nelle mani dell'assediante e Cosroe, sovrano illuminato e adorno delle undici virt promise.
A. - E bene? E poi? Ma parla, per tutti i demoni!
G. - Pietro, in una nota d'un libro, aveva letto... Ma farai salva anche per me la Biblioteca?
A. - Vuoi che ti faccia porre alla tortura? Moslema, prepara il fuoco...
G. - ...che dalla porta occidentale che prospetta sul mare, la citt si prendeva sicuramente...
A. - Ol, Firuz, Moslema, qui i capitani, tutti qui, si chiami a raccolta! Domani entreremo in Alessandria ed il nostro verde vessillo sventoler su la citt maledetta.
G. - E i libri, e i libri!?...
A. - Al fuoco, al fuoco, al trionfo di Omar, alla gloria del Califfo e di Dio!
G. - Amru, cos m'inganni? Tale tranello infame mi hai teso?
A. - Diritto di guerra, filosofo. Domani Alessandria sar mia!
G. - Domani... domani.... il vostro giorno santo... il venerd...
A. - Dio non mi punir se per la sua fede non santificher la festa. E poi nessun omaggio migliore di questo potr offrirgli.
G. - E i miei libri, i miei libri, i miei poeti, i miei filosofi, ahim, ahim...
A. - Quelli sono il passato, noi siamo l'avvenire, quelli sono un sogno vano, noi siamo la vita vera. All'armi, all'armi...
G. - Infedele traditore, figlio di meretrice, io ti sollever contro tutta la Cristianit, io schiaccer la tua prepotenza, vile, fedifrago, barbaro...
A. - Firuz, tienmi in serbo sino a domani questo misero pazzo, e non gli far male, ch i mentecatti sono sacri. Dalla porta occidentale che prospetta sul mare! Domani, vent'anni dopo l'Egira, io entrer in Alessandria! All'armi, all'armi!
 DIALOGO MEGARICO DI TRISTANO ED ELEUTERIO. - CONSIGLI AD UN'ANIMA DEBOLE, PER IL DOLORE E PER LA SPERANZA.
TRISTANO. - Eleuterio, io vengo a te come all'ultimo consiglio.
ELEUTERIO. - Meglio sarebbe stato tu fossi venuto a me come al primo.
T. - E pure avevo pensato che a te non sarei mai per ricorrere.
E. - Sembra tu ora ti ricreda.
T. - Eleuterio, Eleuterio, dammi l'estremo consiglio, ch l'anima mia agonizza e sento venir meno ogni fine della vita.
E. - Veramente?  proprio cos? A quanto pare dici sul serio.
T. - Or mai non mette pi conto per me seguitare a vivere.
E. - Se cos fosse per da vero, a quest'ora per follia gi ti saresti ucciso e non lo diresti.
T. - Tutto cade, tutto m'abbandona: muore ogni cosa che la mia speranza abbia toccato.
E. - Ma accade sempre, questo, e se accada senza consumazioni d ragion di felicit onde tu devi ringraziare gli Dei.
T. - Non dirlo, non dirlo! Io mi credo d'avere un veleno nelle saette dei miei sogni, che uccide ogni loro sostanza nella vita. Sino ad ora se altri fallivano, alcuno pur rimaneva superstite cui davo ogni gioia della mia attesa perch mi compensasse del bene perduto. E se anche questo cadeva, ben sapevano gli altri risorgere ed essi d'ogni trepidazione il mio cuore circondava cos che non mai m'ero svegliato un mattino senza aver dinanzi a gli occhi una mta scintillante ove dirigere il mio desiderio. Ma ora son tutti caduti e la mia vita  deserta. Esortami, Eleuterio, ad uccidermi: non altro chiedo da te.
E. - Or ora forse ti dar tal consiglio, e tu mi sai uomo a bastanza freddo e sicuro per dartelo serenamente. Ma converrai trattarsi di consiglio grave da non poter far pesare su l'anima mia se prima non mi sia reso ragione della condizione del tuo spirito e sopra tutto non n'abbia fatto render ragione a te stesso, in guisa che tu possa ucciderti con sicura conscienza d'aver il diritto e il dovere di considerare or mai pi la vita come cosa di nessun valore. Tanto pi che io non ostante qualunque evento non mai discesi a tale proposito. Parla dunque.
T. - Quali le mie sventure, non ti dir ch le conosci tutte. Oggi ogni realt mi vien contro ed annulla ogni mia speranza, s da farmi pentire d'aver vissuto fin qui. Io non ho conseguito una sola delle cose desiderate, se bene a ciascuna abbia dato tutto me stesso per conseguirla. Mi parve che una n'avessi ottenuta, ed ogni altro mio desiderio avrebbe trovato a sopirsi ed esaudirsi in torno a quella. Quanto un uomo pu fare per meritar qualche felicit, io l'ho fatto, e fui puro, leale, tenace, ardente, generoso, ma in vano. Volli rendermi come potevo, in ogni maniera perfetto, e vissi aspettando orgogliosamente, ma da ogni parte la vita mi ha respinto perch ogni porta si  chiusa davanti a me. Il destino ha risposto alla mia preghiera con sferzate, di quelle che nella percossa fanno ben conoscere quanto vana fosse la nostra illusione, tali da farmi al ricordo impallidir di dolore. Io mi chiedevo: - Ma dunque non c' nulla per me, dunque non c' per me un sorriso, una gioia, un esaudimento, un riposo? - Nulla: la vita  stata impassibile. Non ho un rimprovero da farmi, se non d'aver tanto e cos inutilmente sofferto. Ho operato, per me stesso e per gli altri; non un atto della mia vita fu men che nobile e sincero, ma s'io mi guardi a dietro fra tutti i travagli di questa giovinezza or mai vanamente transcorsa mi spavento quasi, in ricordare quanto io abbia lavorato e sperato e come implacabilmente la sorte abbia sempre reciso ogni mio sogno. Ognuno mi parl sempre in nome dei miei doveri e dei suoi diritti e nessuno oper con me usandomi un riguardo. Spronai la mia volont, come del suo cavallo gagliardo fa un capitano contro le file dei nemici, ma quante volte fui nella mischia mi trovai solo a combattere, ch nessuno m'aveva seguto ed io mi sarei creduto di trascinar dietro la schiera delle mie sorti. E per contrario, seppi ritrarmi in solitudine attendendo ancora s da dire a me stesso che io solo sapevo essere solo: e giunsi a conseguire l'oblio ed a fecondare l'opera con il ricordo, e conobbi la ribellione e la pazienza, la conscienza di quel che ero e l'orgoglio di quel che mi credevo. Tutto in vano, in vano. La sorte non fu domata. Ed ora son stanco.  finito. La morte  la sola curiosit superstite, il solo desiderio da attuare sicuramente, il solo riposo. Di quanto ho fatto non ho avuto riconoscenza n riconoscimento, compenso n consenso; non son valso a nulla:  meglio or mai morire!
E. - Attendi. Questo tuo grande sconforto  dunque per non aver conseguito quanto speravi?
T. - Per non aver nulla conseguito: tutte le delusioni pesano su di me.
E. - Perch altri non fece per te nulla di quel che n'attendevi?
T. - Nessuno fece mai nulla. Non c' mortale a cui io debba la ben che minima riconoscenza.
E. - Perch nella vita non t'avvenne mai nulla di lieto n avesti veruna consolazione o reintegrazione?
T. - Cos , amico mio: in poche parole hai detto tutte le mie.
E. - Certo, grandissima dev'essere la tua delusione...
T. - Dunque m'uccider.
E. - ...poich quello in che maggiormente hai fallito  stata la tua imaginazione.
T. - No, Eleuterio,  stata la realt.
E. - Ma se fu questa, dimmi, non t'accadde mai di accertare per taluna delle cose desiderate non tanto attirarti la sostanza loro quanto la vanit tua per esse sodisfatta?
T. - Fu delusione anche questa, per.
E. - Ecco; poich io vorrei sapere se tu veramente creda d'aver tutto, proprio tutto sperato; ed allora vivrebbe in te anima di tale grandezza, che non potrei esortarti a vivere un instante di pi.
T. - Non ironia, Eleuterio, ch per la grandezza non dell'anima mia io medito ci, ma per quella delle mie sventure e per il gran numero loro.
E. - Di tal piccolezza allora  l'anima tua, che le sventure l'hanno subito fiaccata.
T. - Oh che dici! Qualunque anima la pi forte esse avrebbero uccisa!
E. - Non sei dunque orgoglioso come Edipo che si stimava solo ad esser tale da sopportare tutte le sue rovine?
T. - Ma Edipo aveva commesso delitti, l dove io per nobili fini ho impegnato quanto valore credo di significare in ogni senso.
E. - Ecco; questo volevo, per poterti chiamare veramente infelice in quanto sei dunque constretto a persuaderti di valere assai meno di quel che pensavi.
T. - No, no: quel che pensavo valgo. Ma quel che valevo non ebbe compimento vitale.
E. - Sei allora pi infelice perch quel che sei non ha valso a sodisfarti.
T. - Ma no; la vita non ha risposto!
E. - Infelicissimo allora, perch non hai saputo fare quanto occorreva per conseguire.
T. - Ma se io feci quanto occorreva per meritare!
E. - Allora devi morire perch valendo, meritando ed operando, non hai ottenuto la maggior felicit, quella che si ha di se stessi.
T. - Ma l'orgoglio di me stesso, anche or che ti parlo, non  caduto.
E. - O allora, povero amico, a che ti duoli e vuoi ucciderti se con quanto hai di meglio, vivi ancora in codesta fiamma d'orgoglio di te? Ma non t'avvedi che le mie parole hanno inteso fin ora a farti credere assai pi sventurato di quanto tu non sia, unicamente perch tu, discendendo a forza pi in basso, ritrovassi te stesso e la tua, la universale ragion di vivere? Ma non hai compreso come io volessi ingrandire le tue sciagure a fin che te ne sentissi distaccato, come se esse non t'appartenessero pi e ti rialzassi allora superbamente con il tuo dolore, ma con la certezza dell'umanit tua? Dunque tu sei, dunque di altri e non di te stesso ti quereli; ma, e questo importa, ti senti tu diminuito dalle tue sciagure?
T. - Questo no: il valore della realt  per me diminuito.
E. - Allora tu rimani integro e quel che t'ha fallito  la sorte la quale non ha saputo pregiarti! E perch dunque vorresti ad essa dare anche la tua vita, se questa  intatta, se l'anima tua, per non aver nulla conseguito, ha come riavuto in dietro cresciuta d'esperienza e scaltrita di cimenti la sua sostanza migliore, se essendo prima solo ricco di speranze, sei ora anche signore di dolori?
T. - Ma questi son sofismi! Io soffro. Credi sia imaginazione?
E. - Non parlar cos, Tristano, ch tutta la vita  imaginazione, e il piacere e il dolore e la felicit e l'infelicit e il bene e il male. Tu soffri non per non aver ottenuto, ma per l'imaginazione di quel che avresti voluto ottenere. Dunque convien si dica non aver tu nulla perduto di tuo o di vitale in modo da non poter ritrovarlo mai pi.
T. - Oh Eleuterio, come son aspre le tue parole! Tu mi distacchi dalle mie miserie ma mi lasci, se  possibile, pi indolorito di prima, perch cresci l'acutezza dei miei tormenti, quasi ponendoli in dubbio e mi fai sentir pi forte il mio soffrire togliendogli quella realt ch'era tutta mia quasi come una giusta volutt di disperazione! Ma non sai dunque quali traversie ho sostenute?
E. - Lo so, povero amico mio, lo so, e so il tuo valore e conosco il tuo passato. Ad un comune ragguaglio bisogna riconoscere non esserti stata una sola sorte seconda.
T. - Non una volta quel che aspettavo dal mondo, qualunque cosa per esso avessi compiuto, giunse a me come caro fiore di gratitudine.
E. - Eh, amico mio, questa non tocca n pur a chi la domanda: figuriamoci a te che non chiedevi nulla.
T. - Ma per giustizia, dal bene fatto, non doveva sorgere qualche bene anche per me?
E. - Non credo. Gi ben vacillante  quell'ordine di vita in cui qualche parte voglia farsi dipender da gli altri. Ma poi rifletti che la giustizia morale non riguarda gli uomini uno per uno, ma l'umanit tutta quanta.  ben umile cotesto tuo sentimento. Poich la vita vuole si faccia il bene, ma non pone verun obbligo di compenso: tanto  vero, che assai pi grave  la pena inflitta a chi uccida un uomo o commetta un altro delitto, di quanto non sia grande il premio a chi un uomo salvi o compia un'altra opera buona. La natura umana inspira la societ ad impedire e punire il male ed a stimolare il bene; e d la condanna di quello, ma non il premio di questo. Se hai fatto il bene a qualcuno, per costoro impiegando ed impegnando quanto avevi di meglio, non hai verun diritto non dico alla loro riconoscenza, ma al loro od altrui ricambio di altro e tanto bene, poich non devi considerarti nell'umana societ se non come uno strumento impersonale e disinteressato del bene universo ed il ricambio ti proverr dal medesimo bene universo in quanto ne partecipi; ma non pu esser proporzionato a quello da te fatto. Troppo ci vorrebbe per dare ad ognuno quanto si merita e temo ben di frequente si commetterebbero grossi sbagli o si verificherebbero enormi inganni.
T. - La virt  fine a se stessa! O Eleuterio, io ero venuto a te per aver esortazioni e non luoghi comuni.
E. - Amico mio, credi a me, tutta la vita in ogni sua manifestazione allor che s'esprima finisce in un luogo comune. Ognuno ritiene sempre il suo caso diverso da ogni altro, ma furia di pensarci, di dolersene e di ripensarci ritrova gli umani dolori pi o men grandi, ma pochi e sempre gli stessi e sempre eguali, e ciascun d'essi riconduce al suo corrispondente luogo comune; di cui per ogni uomo non si persuade se non vi giunga da s, sospinto dalla propria esperienza, dalla propria sofferenza, dal suo sillogisma, nutrito dalla logica corporale del suo dolore. Gli sembra in principio d'aver fatto una grande scoperta, d'aver creato una immarcescibile verit morale, ma subito dopo, a pena chiaramente pronuncia il suo pensiero s'avvede a un tratto che la sua gran verit era solo un piccolo fiore d'eterna saggezza. Ed in questo punto prova come un'umiliazione per il proprio intelletto il quale dopo tanto tormento non ha saputo concludere che ad una misera frase detta da millenni; ma in pari tempo, liberato dall'ingombrante orgoglio di credersi un miracolo di sventura, egli si sente serenamente umile nella solidariet, nella fraternit del dolore d'infiniti uomini, sofferenti prima di lui ed insieme con lui, e pu dirsi allora di conoscer la vita.
T. -  vero. Le tue parole ammolliscono la rigidit mortuaria in cui l'anima mia s'agghiacciava. E pure, credi, io resto sempre immensamente deluso perch quanto ho operato a nulla mi ha valso, onde mi trovo ora allo stesso punto che se da ozioso avessi vissuto, mentre in vece nessuno transcorse giorni pi dei miei travagliati! Non una tra le forme molteplici dell'esser mio lasciai svanire ma tutte volli tenerle vive come se mi sembrasse indegno, da una qual si voglia rinuncia far sorgere per tolleranza, o per riguardo, o per concessione l'incremento per quella di tali forme che mi fosse pi cara. Non volli mai venir meno all'onore n all'amore, al lavoro n all'amicizia, al dovere per la vita n al diritto per il mio spirito, ed accettai orgogliosamente la sorte qual era, tutta scrupolosamente sostenendola, sfidandola quasi a sovra porre la sua logica alla mia, rigorosamente informandola a dignit, sollecito solo che da me non provenissero se non esempio ed incitamento benefico a chiunque m'accostasse. Fu un'enorme fatica ed inutile!
E. - O per chi la sostenevi? Tali cose valgono a pena se fatte solo per sodisfazione propria, altrimenti conducon sempre ad un calcolo sbagliato.
T. - Ma la sodisfazione propria si comporr anche tal volta di risultati, per quanto tenui. E poi, al meno avessi potuto dedicarmi ai miei scopi, a quelli pi intimi per i quali  gioia sacrificarsi anche senza nulla conseguirne perch fanno sentire se stessi! No, n pur questo mi fu dato, perch a me fu sempre necessario imperiosamente, per la vita perder la causa della vita.
E. - Credi tu dunque che questa esiga da noi quel che crediamo o vogliamo? Come per il bene morale, cos essa vuole il nostro lavoro: di quello, in quanto press'a poco libero ad adempirsi per ciascun uomo, non c' premio e basta non commettiamo il male. Di questo, del lavoro che  aspro dovere di tutti, ci paga a mala pena il suo debito, n pi n meno, ma non ci lascia la scelta. Se ciascuno potesse lavorare a quel che gli aggrada ogni lavoro sarebbe una gioia, e d'altra parte se si dovesse regolarmente compensare tutto il lavoro dovuto e non dovuto, fornito da un uomo troppo ci vorrebbe ed anche qui avrebber luogo, credi, errori ed inganni. Pur del lavoro una parte  fine a se stessa: quel che importa  lo sforzo, in ogni senso, e questo  il risultato spettante alla societ; ma al compenso proporzionato essa non bada n punto n poco, poich si d un'universa collaborazione per tutto quanto v' da fare nel mondo, della quale tu partecipi senza valer pi d'un altro.
T. - Sei terribile, Eleuterio, nel render le cose nella loro razionale nudit, anzi nello scarnirle sino a farne un irreducibile scheletro. Ma io ti rispondo che vi son uomini cui  pur accaduto alcun che di lieto e di consolante. A me nulla, mai; non ho avuto il minimo impensato evento felice e dovetti passar questi anni, a tale proposito, nell'affaticarmi in vece a parare quante sventure oltre alle consuete fossero per cadermi sul capo. E non ho un fatto, nella mia memoria, per dirmi che ebbi qualche fortuna.
E. - Lo so, n ti ripeter della propria fortuna ciascuno esser artefice, se no m'accusi di cader nei luoghi comuni. Ma guarda bene per, che di cotesti eventi positivi, come vogliam chiamarli, io credo non n'accadan mai. In tanto tu non sai quali vilt e bassezze onde non vorresti mai esserti macchiato abbia per lo pi fatte chi consegue onori, quali sforzi e spesso disonest chi giunge alla ricchezza, quali timori ed angosce e contrasti sostenga chi possiede bella donna ed amata. Ogni bene della terra corrisponde a tale lotta e travaglio per conquistarlo e mantenerlo, che una volta avuto forse se ne gode solo la vanit, perch vi si vive spossati. Forse la felicit, nel suo senso pi volgare,  solo esaudimento di vanit a prezzo di smisurata ma invidiata fatica. Cos che anche per questo, pu dirsi nulla accadere mai di veramente positivo, ma la bont della vita consistere nella forza avuta a parare o sostenere i fatti negativi, ci in cui risiede la pi sicura fortuna dell'uomo.
T. - Tu devi aver prodigiosamente vissuto e sofferto per poter dire di tali cose. Allora convien fare come consiglia quel santo, e pregar come se tutto dipenda da Dio e vivere come se tutto dipenda da noi. E sia cos. Ma tu mostri la vita sempre pi deserta e se pur me ne di una ragione, non mi compensi d'aver tanto sognato e sperato. Che cosa porr nel mio vuoto cuore? Ma non sai tu che tutta la giovinezza vissi illuminato di speranze onde non v' uno dei beni mortali da me non reso mio per ansia violenta e tenerissima di desiderio?
E. - O tre volte avventurato Tristano se tale fu veramente la tua giovinezza! Ch tu non conosci quale sia stata la tua felicit, e come ogni altro uomo ti lamenti di quanto ti manca e non sai goder quanto hai! Tu avesti un arco con molte corde e con buone speranze per dardi, n ti venne in mente di posseder gi tutte le condizioni per chiamarti felice. Ben fu lieta la tua giovinezza se spaventato di quanto essa agit, ora riguardi a lei come ad evo tempestoso di vita e di sogni! Ch in questi soli risiede la gioia del vivere n alcuno mai la conobbe nel conseguimento, e se vieni ora a dirmi di voler morire perch tutto hai potuto desiderare, ti esorter a non vivere un instante di pi. Bene visse che ben seppe intendere con ogni suo sforzo a tutte le gioie, anche senza goderne alcuna, ma pure ben muore chi non ha pi nulla da aspettare. Forse  la morte la nostra ultima dea, se alla morte ancora una speranza si congiunga o una curiosit. Tanto meglio avrai vissuto quanto pi avrai sperato: sempre il tuo cuore avr gioito di nobili attese e se pur tutte le porte ti furon chiuse sul viso, ma potesti oltre sognando passarle, e se pur l'eco onde la realt rispose al segreto canto di desiderio della tua solitudine taciturna, non fu che ferreo e spietato romor di serramenti, oh Tristano, di tutti i beni avevi goduto nel desiderio la sostanza migliore e l'orgoglio deve pur averti concesso sovrumani piaceri!
T. - Questo fu, ma ogni speranza ora  morta. Non sai che Pandora la lasci nel fondo del vaso?
E. - Per prima la trasse in vece a consolazione dei mali donati a gli uomini ed a costoro la diede come primo male necessario, causa del bene perch ci consuma e ci esalta. Dagli Dei penso cos per primo dono esser a noi provenuta. E quale opera in fatti possiamo noi compiere se da lei non siamo guidati? Vedi come ogni pi umile intento del nostro volere ne sia animato ch come il primo, fresco azzurro di primavera penetra in ogni angolo di quanto  visibile, cos essa invade ogni nostra possanza ed agile e lieta la rende per tenerci in vita. E le  confidata la volutt dell'oblio fra cui ben transcorrono i giorni del saggio, se pur in lui s'accenni la debolezza d'un rimpianto, e chi sa nutrirsene sa pur sorridere ad ogni avversit e risollevarsi da ogni sventura. Il divino Platone ha chiamato le speranze i sogni di coloro che non dormono: ed in fatti come senza il sogno evocatore alla fantasia di creature e fatti e mondi che non sono, sarebbe il sonno a pena una brutale acquiescenza alla necessit imposta dalla natura, cos senza la speranza non sarebbe il tempo da impiegarsi a morire se non un'animalesca sequenza di inutili anni. Le cose esistono perch le si sperano e nessuna realt ha luogo se non la renda viva un'attesa: forse la sola verit della vita  a punto questa la quale al volgo par la men vera di tutte.
T. - Allora quanto non ho ottenuto basta ch'io l'abbia sperato?
E. - Torna, o Tristano, torna pur a dietro nel sentiero del ricordo, e dimmi se non furono i momenti di pi grande felicit quelli in cui ti parve che il tuo cuore non avrebbe potuto reggere alla gioia di ottenere ci cui anelavi. Per quanto poche siano, puoi tu in conscienza dire d'aver mai vissuto una felicit? Il ricordo te la fa parer tale, ma esso  un inverso desiderio che ti riconduce all'aspettazione di quanto avesti, ed al rimpianto di non pregiarlo e di non attenderlo pi, ma non mai alla sostanza di una gioia. E il rimpianto o tocca un bene perduto, ed allora  sentimento nuovo il quale ci avverte di ci che spesso non sapevamo fosse un bene e lo conosciamo sol quando ci viene a mancare, o tocca un bene vissuto ed allora esso  tale da farci rimpiangere sol tanto noi stessi e ci  l'illusione animatrice dell'attimo in cui vivemmo quel bene. Credi anche a questo altro luogo comune, o Tristano; l'illusione  la sola realt della vita e per certo io non chiamerei beato colui onde la vita fosse stata infiorata di quante appaiono a gli uomini sostanze di gioia, se egli non avesse data loro una ragion di coerenza con il suo spirito per mezzo dell'illusione. Ringrazia i Numi che ti concessero di desiderare; non meglio di cos poteva passar la tua giovinezza e se dai ricordi si genera in te il rimpianto di gioie non ottenute, credi, ora l'averle conseguite ti darebbe la pi desolata stanchezza, perch sapresti per tua esperienza ci che per ogni tempo, da ogni parte si ripete, nessuna realt valere quanto un nostro desiderio.
T. - Ma tu mi trascini tutto in una irrealit insostenibile e mi riduci tutto a me stesso.
E. - Non  diversamente: oltre di che tu vivi ora nel momento migliore per misurar quanto ti pensavi d'essere in confronto di quanto veramente sei, onde solo ora puoi conoscer te stesso in relazione alla sorte e ricominciare a vivere. Poich quanto ti credevi di essere, come i fatti intervenuti han dimostrato, dipendeva da contingenze esteriori, e quanto sei riguarda a te solo. Sappi dunque vivere di te stesso e spera al meno nella serenit.
T. - Cos dunque tutto il mio dolore ed il mio disinganno non contano, cos tu mi ripeteresti quel che si dice a chiunque, di confidar nell'oblio, di farmi coraggio, di guardarmi a dietro? E non senti come le mie delusioni infirmino fin da ora ogni mio desiderio? E poi per illudersi convien essere ingenui ed amare: come far io ad amare la vita, se il mondo temo non susciti in me che odio?
E. - La turpe parola che hai detta! Qualunque tuo desiderio non sia stato esaudito,  vile da parte tua l'odiare. Abbi conscienza di quel che sei e se desideravi per virt, non odio, ma proverai infinita piet per non essere state comprese la ricchezza e la bellezza di quanto avresti saputo dare. Rammenta quell'eroina che disse di volersi vendicare a meritar la felicit, del destino che non voleva concederla. Quanto pi grande e universa  la delusione, tanto pi in alto e forte bisogna reagirvi per rendersi migliore dell'illusione che vi corrispondeva: si trova allora che la sostanza verace e vitale, da noi rivestita di quell'illusione, non merita pi di esser desiderata. Dal nostro dolore dobbiamo far sorgere la forza per sfruttare il dolore e con amara compiacenza renderci a lui superiori: lo sforzo  cos violento che ne sparisce il primitivo movente e ci troviamo liberati ma pi in alto ed impregnati d'una divina tristezza che ci fa sentire in noi come per un prodigio tutto il dolore del mondo, ma in pari tempo ci ha resi a lui come inaccessibili. E quando la vita attratta dalla nostra splendida solitudine ritorna a noi, e ci trova cos mutati e fino a quel punto cresciuti, ci conosce finalmente per quel che eravamo ma non  pi in tempo a riprenderci e ci conosce solo quando ci ha perduti. Se tu sai arrivare a questo, allora tu conosci te stesso.
T. - Ancora? E pure vi son taluni dolori che sento di amare al punto che mi parrebbe profanazione privarmene.
E. - Ma dell'oggetto loro t'ha privato il destino n tu vorrai esser da meno di lui.
T. - Diresti dunque che il conoscere solleva?
E. - Comprendere  distruggere come conoscere  finire. Ci  vero per l'anima come per la filosofia. Non diversamente ti si provano cos la favola di Psiche, come la leggenda ove canta il cavalier del San Graal.
T. - Ma questo  terribile, ma questo  atroce! Dove trover io le forze per essere cos forte, e di che cosa m'inganner io ancora? Che altro mi resta a conoscere, se non la morte, con cui finire? Dove mi volgerei per credere ancora?
E. - Allora  grande l'uomo quando, caduta ogni sua speranza, solo si pone di fronte alla sua volont e di essa si crea una speranza nuova: e quando, ancor trepido del terrore d'esser rimasto solo, sfida la solitudine e la vita deserta.  pur gran volutt ricominciare a vivere con eroica disperazione, dopo che la sventura ci ha colpiti e quasi distrutti: par d'essere convalescenti ed in principio si prova tristissima la privazione dei sogni recisi dal nostro destino. Al mattino svegliandoci si sente solo nel primo torpore la vaga conscienza d'aver una ragione di soffrire ed a pena la mente concepisce il proposito di riprendere il dolce sonno per sfuggir l'indeterminata verit dolorosa, ecco il tenue sforzo razionale risvegliarci ad un tratto e restituirci tutti a noi stessi e farci spalancar gli occhi e stringere il cuore nella rinnovata certezza della nostra infelicit. Com'era diverso il risveglio quando credevamo di poterci illudere! E sin da quel primo momento della giornata sentiamo la privazione dell'antico inganno s che ci offende la luce perch non ci reca pi verun nutrimento di sogni e subito si torna dopo il sonno alla vita stanchi e sfedati come se il sonno ci fossimo meritati dopo una enorme fatica vana. Ma erano sogni cattivi quelli privi di forza bastevole ad accompagnarci per tutta la vita, e passato il primo abbattimento, gi i nuovi si sentono timidamente spuntare, senza osar d'apparire, come se avessero ali deboli per alzarsi a volo, o per la nascita recente fossero paurosi della luce e del freddo, o dall'esperienza nostra dell'esito degli altri, fatti presaghi della vanit loro. E quasi amando la nostra sconfortata amarezza, si spera allora con sorriso tristissimo, in una pace che contenga ogni soavit di rinunzie, ed in noi stessi si spera, in questo ritrovando le prime deboli forze per ricollegarci alla vita. Ch di forze moltissime e di tanto varie quanto noi non sapremmo supporre  provvista l'anima dell'uomo, le quali tutte alla speranza s'appuntano, onde anche l'umilt e la nichilit del vivere posson divenire una mta cara a cui mirare, se in quelle si sappia serbar celata una qualche grandezza interiore di purit. Quindi, o Tristano, pensa se da vero tu debba dirti finito, o se non ti convenga pi tosto dimenticare con ogni tua forza il passato per restringerti ora a sperar la speranza. La quale si sostiene solo se l'oblio l'assicuri ed allora potrai dir d'averla nuovamente espugnata, quando, ancor riguardando a questo momento che cos malinconiosa ti fa l'anima sarai dimentico di quel dolore per cui ora  ingrandita la tua infelicit e solo te stesso vedrai nel tuo cuore. Se tu ponga le tue sventure, per quanto gravi e numerose, in confronto con ci che valeva per te la speranza del contrario, esse ti appariranno leggere e grande la forza del tuo desiderio, la qual ti rialzer nella tua opinion di te stesso. Solo chi male ha sperato e per ci deve pentirsi non ha diritto di sperare pi oltre; ma poi che bene avevi sperato, va l Tristano, tu valevi e puoi valere ancora pi del tuo destino. Che importa se il sogno  caduto quando per esso deve viversi e non per il suo diventar verit? Fa cuore, amico, e spera anche l'impossibile, e nuovi mondi crea per la tua fantasia e di questo in cui viviamo non curarti.
T. - Ma la follia tu mi consigli!
E. - Sia pure: anch'essa d gioie quali nessuna logica saprebbe concederne.
T. - E come n'avr il potere?
E. - Certo l'avrai: tu sei sventurato perch hai voluto restare te stesso e salvar dalla lotta la tua persona senza abbandonarne la minima parte. Per qual siasi cosa si voglia conseguire, bisogna renunziarne qualche altra e solo rimane integro chi come te non ha conseguito nulla, come solo  scusato d'aver gettato da s la gioia o l'onore chi da tal sacrificio abbia fatto fiorir qualche bene per gli uomini, il qual per se stesso, nella sua essenza di creazione, sia stato sollievo e felicit, ma non fonte di esterior ricompensa a colui che lo comp.
T. - Illudermi, illudermi! E dove, e come, io che mi sento inetto a vivere?
E. - Per esser veramente felici occorre farsi illusione su tutto salvo che su se stessi.
T. - Ma dovr ben partecipare alla vita!?
E. - Lo credi proprio necessario? E non ti  sufficiente la pi intima vita, la tua interior solitudine?
T. - Senza aver nulla cui appoggiarmi?
E. - Nulla: a che serve? Spera quanto non mai potrebbe accadere; poich se si spera alcun che di possibile, sempre esso , quando divenga, inferiore alla speranza sua, ma se speri quanto non ha fondamento veruno negli eventi tu avrai al meno goduto la gioia degnissima d'avere imaginato e sperato.
T. - Dunque le mie sventure ti sembrano facili a superare e piccole se paragonate alle mie speranze?
E. - Direi meglio insensibili e di pi quelle toccano la parte meno nobile dell'anima tua, queste avvolgono in vece tutta la tua persona; quelle servon di sostegno a queste, e ti rendono le une e le altre orgoglioso di te stesso, perch senza i sofferti dolori non saresti quel che sei, n avresti l'anima che hai pur se furono grandi i disinganni cui essi corrispondono.
T. - Per ci mi esorti a vivere ancora?
E. - Vivi, se non hai colpa.
T. - Grazie. Eleuterio.
 CLEOMBROTO D'AMBRACIA O DELLA BELLEZZA. RACCONTO.
Ardente nel sole pareva la terra vibrare ai nostri sguardi assonnati e il mare tremolava in innumeri punti luminosi. Sdraiati sul prato all'ombra di antichi alberi, tacevamo tutti, come se anche il parlare ci fosse fatica, e solo di tanto in tanto diceva alcuno poche parole, quasi volesse far sentire a gli altri che la vita non era spenta fra noi. Aristonico il nostro maestro, pi innanzi a gli altri sedeva su la balaustra verso il mare e, pi vicino al riflesso del sole, il suo vecchio capo tutto bianco d'anni, sembrava pensoso di qualche ardua verit.
Aveva egli, fanciullo, varie volte udito in Atene la viva voce del divino Socrate ed avuto poi a maestro Cleombroto d'Ambracia che per breve tempo, come si diceva, tenne scuola per i giovani. Era indi venuto nella nostra piccola isola di Paro, ove a lui gli ottimati confidavano noi, loro figli, perch ci facesse esperti d'ogni argomento utile a renderci pi belli e pi buoni. E nell'udire un uomo che di mirabili saggezze trovava ogni testimonianza nelle memorie della sua vita, ben ci compiacevamo noi e d'esser nati di questa gente ellenica, forte nell'armi, arguta nel sapere, esperta nel consiglio, e di vivere in un tempo in che, al meno, potevamo sentir ancora vivente in torno a noi lo spirito della sua gloria.
Tacevamo dunque ma mentre il nostro silenzio era come quello di coloro i quali, pur non volendo dormire, amano per la quiete circonstante, quasi per adagiarsi con il cuore in un riposo di sogni pronti a svanire ad ogni respiro, era in vece taciturno Aristonico, come se qualche cosa gli gravasse su l'anima, trattenendogli su le labbra parole ch'egli volesse godere per s, nella lor sostanza di pensiero. Ed esclam un di noi:
-  in vero terribile la bellezza della natura che arde nel meriggio e par vibrare per la gioia della sua forza!
- Tale, - soggiunse un altro, - che nessuna pu esserle paragonata, per la suprema felicit dei mortali.
- Il pensiero dell'uomo, in fatti, - disse un terzo, - sembra allora farsi una cosa sola con quello di tutta la terra.
Aristonico non s'era mosso e forse non aveva udito; pur dalla bocca, con la voce di chi risponde, gli escirono queste parole
- Poich solo una grande bellezza pu veramente far suo l'intelletto umano e dominarlo di l da ogni violenza.
Grande stupore indusse in noi questo detto, onde alcuni si levaron dall'erba mirando fissi Aristonico e poi interrogandosi con gli occhi tra loro. Anche Dionione, il pi giovane dei discepoli, che credevano sonnecchiasse tra i rami d'una quercia ombrosa, discese e venne ad unirsi alla nostra meraviglia. C'eravamo a poco a poco l'un dopo l'altro alzati da terra ed accostati al maestro, il quale ancor seguitava a fissare il mare, avendo sul volto l'ombra di un sorriso, come di chi rammenti d'esser stato un giorno felice.
- O che hai detto adesso, - chiese Dionione. - se di continuo vai predicando esser la virt la sola forza degna di far conquista dell'uomo?
- Poich, - aggiunse Ippodamo, il pi bello di noi, - ci sembra aver tu or ora questo affermato della bellezza.
Guard noi tutti Aristonico, quasi risvegliandosi da un sogno ove qualche suo pensiero l'avesse rapito. Poi, a pena s'accorse che gli eravamo da torno aspettando, una mano si pass su gli occhi e, pensando, ve la tenne a lungo. E ancora ci riguard tutti, dopo, come se solo in quel punto sentisse di doverci rispondere, e:
- Imperioso e profondo, - disse, - convien sia, o giovani, tal mio ricordo, se, quasi senza mio volere, mi sospinse a proferirvi cos strana sentenza; n d'altra parte ho vergogna d'aver detto le parole che tanta curiosit hanno suscitata in voi, per che vi siano certe verit le quali oltrepassano il desiderio onde la nostra virt pu essere animata. Ed io non vorrei non aver quel ricordo, per qual si voglia altro dono avessero a farmi gli Dei beati, quando sento che l'amore della sapienza nacque veracemente in me a punto nel giorno in cui accadde il fatto di quella memoria. Ma ora vi prego di non pi domandarmi su tali parole d'attribuirle solo al potere della vecchiezza che gi possiede, come annunziatrice della morte, le mie fragili membra e tal ora m'offusca la mente e mi fa escire in detti censurabili.
- No, no, - dicemmo tutti in coro, - no, per gli Dei, maestro nostro che sei fornito d'ogni saggezza, narra, narra su dunque a noi quanto vide la tua giovinezza!
E affollati in torno al nostro vecchio, cos lo esortavamo a raccontare, e quale per la sua barba lo pregava, e quale per le sue ginocchia, e quale lo prendeva amorosamente per la mano, quale un lembo del suo mantello traeva perch si volgesse a vedergli il viso desideroso e si persuadesse.
Pur scotendo il capo, discese Aristonico dalla balaustra, cedendo, quasi contrariato, alla nostra violenza amichevole e, sorridendo:
- Andiamo allora, - disse - in quell'ombra di bussi, lontano da queste luci che abbagliano, per che gran quiete convenga al racconto che sono per farvi.
Scendemmo tutti per un corto dirupo verso una piccola valle ove un ruscello s'allargava a formare un laghetto. S'incurvavano su le rive le siepi, interrotte in un punto da un breve prato ove sedemmo, mentre, poggiando le spalle ad un elce, s'era adagiato su l'erba anche Aristonico. Sal su l'elce il giovinetto Dionione, e tra due rami s'allog, ben guardando dall'alto il maestro.
Con gli occhi fissi, quasi nulla vedesse, se non una lontana imagine che pareva illuminargli i vecchi occhi d'una luce di giovinezza, prese Aristonico a narrare, e:
- Singolare ventura vi tocca, - disse, - o giovani, nell'avermi persuaso a questo racconto; quanto vidi non mai avrei voluto in vero avere a narrarlo per il resto degli anni miei temendo non fosse per suscitar desider incomposti, quali non sono accetti alle vergini Criti, poich la mia parola inabile non avrebbe saputo felicemente esporlo. Oltre a ci un'altra ragione mi constringeva al silenzio ed era che con alcuni giovani del mio tempo, avevam fermato di non mai far parola a chiunque su la verit di questo fatto. Ma ora son essi tutti morti, e poi m'avete con tali instanze pregato, ed io mi son fatto vecchio, ed  oggi s lieta e vigorosa la natura che, se ben contradice a quanto v'insegno, vi narrer un fatto tale da farvi muti di stupore e d'invidia se per mi promettiate che a nessuno sarete per raccontarlo di poi, per quanto grande il desiderio a voi ne venga o altri ve ne manifesti.
- Te lo promettiamo, - dicemmo tutti, - non temere, Aristonico nostro, lo terremo segreto! - Anche Dionione, di su dall'albero, stese la piccola mano per unirsi al nostro sacramento.
*
*   *
- Fu mio maestro, - disse allora Aristonico, - Cleombroto d'Ambracia. Di lui poche notizie devono essere a voi pervenute, come che in assai giovane et sia passato di vita, senza nulla aver compiuto, degno di particolare ricordo. Voi saprete certo com'egli, di nobilissima famiglia Spartana, ma nato in Ambracia, poco pi che adolescente sia stato mandato ad Atene per instruirsi, ove in amicizia si congiunse con Aristippo filosofo, e spesso si trovavano insieme nei luoghi in cui potesse accader loro di sentir discorrere Socrate. Fu detto, che pi dall'opinione d'Aristippo attirato che non da quella del lor comune maestro, menasse una vita di mollezze; ed anzi, che il giorno in cui Socrate bevve la cicuta, si fosse recato a diporto, ci cui sembra alludere Platone quando dice che Cleombroto non si trovava fra gli astanti a gli ultimi discorsi del filosofo. V'avr pur riferito tal uno che dopo qualche tempo da quel giorno, leggendo egli il Fedone. sia per rimorso di tale assenza che pareva essergli tacitamente rimproverata nel dialogo, o sia per i pensieri in lui da quella lettura eccitati in torno al destino delle anime, si tolse violentemente la vita. Tutto ci voi certo conoscerete, ma nulla  questo per farvi intendere chi sia stato Cleombroto, uomo d'ingegno e di sentire altissimo e di quanto altra mai miserevole fine.
Qui tacque un instante quasi oppresso da un triste pensiero, e poi riprese a dire:
- Poco dopo la morte del maestro, in fatti, torn Cleombroto in Atene e vi cominci ad insegnare, non, secondo il costume dei sofisti per mercede, ma liberalmente a quanti volevano esser partecipi delle sue dottrine. Sapeva ognuno aver egli e dall'ammaestramento di Socrate e dalla consuetudine quotidiana con il Cirenaico e dall'intrinsechezza con quanti sapienti Atene avesse in quel tempo ospitato, tratto gran copia di cognizioni ordinatesi poi nell'intelletto di lui a formarvi un suo grande disegno delle virt che veniva insegnando ai suoi discepoli. Trassero in folla i giovani alla nuova scuola, ed io con essi, e non avevo allora pi anni di quanti non n'abbia Dionione nostro, il quale ora di su da quest'elce s fisso m'ascolta ch'io crederei sentirmi i suoi sguardi penetrar nelle carni, e solevamo riunirci al ginnasio di Ermes ove, seduti sotto un portico aperto su la campagna, con le menti desiderose prendevamo la saggezza da quell'uomo che aveva conosciuto ed udito il maestro di tutti.
Cleombroto era bello e ben fatto del corpo, folta e morbida la barba bionda gli incorniciava il viso, gli occhi aveva cerulei e assai dolci, se bene a tratti come velati dall'ombra d'un doloroso pensiero, e grandi cure aveva della persona che nel ginnasio ogni giorno esercitava al pentatlo, ben profumava di olii odorosi, ravvolgeva in vesti ricchissime. Per noi era volutt tale da farne dimenticare ogni altra, udirlo insegnarci la virt, poich pareva giungere dal suo discorso come un'eco di quello del maestro suo ed anche perch la sua voce e le sue parole suonavano come un'armonia carezzevole all'anima. Ci diceva egli i precetti della sua sapienza con cos nobile dignit di gesto e d'eloquio, da farci a volte restare attoniti pur alla bellezza dello spettacolo che egli ci offriva, come se fossimo stati al teatro di Dioniso ad udire i cori di Eschilo; e la sua construzione della virt era cos perfetta e conforme al genio della nostra razza, che a noi che l'udivamo ammirando, pareva sentir per la sua bocca l'esortazione solenne di qualche Nume della patria.
Poich egli c'incoraggiava a fidar solo in noi stessi e diceva essere ogni uomo un mondo a s e centro di un mondo ch'egli stesso domina, ed affermava il volere e il sentimento della dignit di ciascun dei mortali, fondamenti della felicit e della sapienza. E molte altre cose c'insegnava Cleombroto, le quali, ripetute da noi, giungevano a poco a poco a riporlo nella estimazione dei cittadini, avendolo questi sempre tenuto per uomo dissoluto, molle e pericoloso alla giovent.
Primo di tutti veniva Cleombroto ogni mattina al ginnasio, che gi il sole era alto, e vi restava sino al tramonto, quando l'ultimo di noi fosse tornato alle sue case, e grande era per lui il nostro affetto, in quanto egli ognuno teneva avvinto al magistero della sua parola sapiente. Circa la sua vita, ben poco sapevamo, se non che solitario abitava poco lungi dal ginnasio, presso la porta Melitide ed al Baratron, su la pendice del colle delle Ninfe. E sapevamo pure di una sua grande dimestichezza con un'etra bellissima, nativa di Rodi, Himnis chiamata, a cui di frequente faceva doni assai ricchi, la quale nella sua casa, secondo l'uso messo in voga da Aspasia, soleva ospitare il fiore della citt, ch volentieri i cittadini andavano da lei per cenare e discorrere di filosofia. Diceva ognuno che Cleombroto l'amasse profondamente e ne fosse ricambiato, onde un giorno ad un di noi venne la curiosit di conoscere se tale amore fosse pi forte in lui di quello della sapienza, e gli chiese:
- Di' su, o Cleombroto; come fai ad insegnare l'uomo non altro dominatore dover riconoscere se non se stesso e poi si va dicendo nella citt che tu e gli averi e il tempo e la tua stessa saggezza doni a Himnis, la bellissima etra di Rodi? Dunque Amore  veramente un nume invincibile, come canta Sofocle, l'autor di tragedie?
Ma egli aveva atteggiato le labbra ad un sorriso in cui non avreste saputo se leggere un disprezzo, una compassione o un orgoglio e non aveva risposto, n alcuno gli aveva mai pi domandato nulla in torno a questo discorso.
Per, spesso e specialmente gli ultimi giorni in cui l'avemmo a maestro, veniva Cleombroto al ginnasio assai scuro in viso, e non ne sapevamo il perch. Ma quando ricominciava a parlarci la sua fronte pareva sgombrarsi da ogni altra cura; poich con mirabile serenit e sempre sorridente, come per la gioia della sua bellezza e della sua bont, ci veniva ammaestrando, dimentico, a quanto pareva, di pensieri tali da poterlo turbare nel suo ministerio. E seco lui ci adduceva per la virt del suo dire, di l dalla vita in una divina imaginazione di mondi dal suo dmone inspirati esaltandosi a parlare come se fosse inebriato e volesse sempre pi bello fingersi tutto ci che non era, in una consolazione ed una speranza da lui creata per tutti gli uomini ed anche per s. Cos restavamo tutto il giorno con lui che, quando il sole volgeva al tramonto e ciascun di noi se n'andava via, quasi senza salutarci, solitario, pensieroso e lento s'avviava sempre verso il Pritaneo, nei cui pressi Himnis abitava. E tornava ancora il domani e sempre nuova era la nostra meraviglia in udir cos libera e alata la verit uscire dalle sue labbra, volando per le fantasie pi aggraziate sino alle nostre menti ignare ed estatiche.
Era dei nostri anche Callia, nipote di quel Callia grande amico di tutti i sofisti e, quantunque assai giovane e impoverito, in grande amicizia viveva con molti dei maggiorenti della citt. Narrava costui fatti che pochi potevano sapere o, secondo la verit, chiariva quelli che la voce della fama portava tal volta alle nostre orecchie, tra quanti ne accadevano in Atene, poich molte cose udiva da chi era in condizione di conoscerle. Avendogli alcun di noi chiesto una volta se egli sapesse come mai Cleombroto non s'era trovato presente alla morte di Socrate, egli prima sorrise come per schermirsi dal sodisfarci, poi, scrollando le spalle quasi pensasse non turpe ma umano quanto stava per dirci, rispose:
- Si rec ad Egina, con Aristippo e la figlia Areta, alle feste Eace cui assisteva Himnis che egli molto ama al punto d'avere, perfino quel giorno, dimenticato quale fosse il dover suo.
- E l'ama egli ancora molto? - chiedemmo. E disse Callia:
- Sembra di s, ma pare ella ora stanca di lui, essendo femina la quale non per vizio ma per diletto non voglia appagarsi d'un solo uomo e si compiaccia in vece di tenerne molti sotto il suo dominio.
- O come  possibile, - esclam talun di noi stupefatto, - che se egli l'ami, possa non seguitar a piacere a una femina Cleombroto, un uomo fornito d'ogni bellezza e quanto al corpo e quanto all'anima?
- Forse - disse - a punto perch l'ama. Cos pare sian fatte talune donne che per esserne amati convenga dimostrar disprezzarle. O dunque non vedeste mai tragedie di Euripide?
Noi, che eravamo giovani, poco sapevamo di ci, per quanto lo abbiamo appreso in seguito. E domandammo ancora:
- E Himnis  bella?
- Pochi l'hanno veduta, - rispose, - ma riferiscono che sembra una dea.
Pi strana da quel giorno e pi pensierosa ci parve la bellezza del nostro maestro, poich comprendevamo e sentivamo quale umana fraternit ci legasse con lui e pregiavamo anche di pi al tempo stesso la virt del suo vivere e del suo dire. Ma in breve lo vedemmo ancor pi cupo, poco sollecito di dissimulare il suo dolore, spesso taciturno e raccolto, come volesse ad ogni costo vincere un'angoscia onde sentiva vergogna. E noi tutti, che l'amavamo come ottimo padre, grandemente ci crucciavamo della sua tristezza ed avremmo volentieri sofferto per lui, pur di saperlo felice. Ma non a pena egli indovinasse su i nostri visi un segno d'ansiet o di compassione, sbito si rialzava rapidamente, stringeva i denti ed i pugni, chiudendo gli occhi e inghiottendo, e dopo questo sforzo ci mostrava di nuovo il bel volto impassibile e il tesoro delle parole sublimi ancora giungeva dalle sue labbra alle nostre anime e tutti noi consolava e faceva lieti e ammirati.
Una mattina Callia a pena giunto ci raccont d'aver inteso la sera innanzi in casa di Apollodoro che Cleombroto aveva quel giorno abbandonato per sempre l'etra, scegliendo, a quanto sembrava, il darsi tutto all'amore della sapienza e da Himnis congedandosi, la quale, come si diceva, assai tranquilla aveva accolto il suo saluto. Da questo racconto traemmo argomento di gran piacere per noi e quando poco dopo Cleombroto apparve, vide i nostri visi illuminati di gioia inconsueta. Pareva anch'egli animato da una febbre di felicit ed a tutti parl con affetto quasi morboso, con voce leggermente pi alta della solita e commossa. Ma quando prese a dire il suo primo discorso, parve a noi d'aver in conspetto lo stesso Socrate, tanto meravigliose furono le sue parole. Poich ci rese perfetta la dottrina dell'amore professata dal maestro suo: ci  l'amore aver per oggetto il bene con il fine che questo aderisca in perpetuo a chi ama, ed il voler appropriarsi il bene in cui consiste non altro essere che il generare nel bello, e per il corpo e per lo spirito, e per ci amore esser desiderio di possedere in perpetuo un bene, ci  il modo mortale per conseguire l'immortalit, del quale la disciplina fa ascendere dall'amore d'un unico corpo bello, per gradi di sempre maggior perfezione, a quello d'una scienza assoluta onde l'oggetto  il bello eterno. Queste e altre cose molte ci disse e per tutto il giorno ci tenne incantati ad udirlo, e pareva che non pur gli occhi, ma tutto il capo gli scintillasse d'una gioia febrile tale a momenti quasi da impaurirci, cos vi tremava per entro una grande passione di s, della quale pareva eccitarsi per discorrere. Tanto che a un certo punto Callia, in nome di noi tutti, lo preg di non affaticarsi di troppo, ed egli tacque e a lungo rimase assorto nei suoi pensieri.
Poco pi tardi l'un dopo l'altro si partirono i discepoli ed io solo rimasi ch avevo tempo innanzi a me, dovendo andar prima di sera al Ceramico. Gi stava per tramontare il sole, quando Cleombroto s'alz da un banco di pietra su cui sedeva ed allora mi vide e:
- Sei ancora qui? - mi chiese. - Or su, Aristonico, accompagnami.
- Ma io, - gli risposi, - debbo volgere verso la porta Piraica.
- Ed anch'io verso l - fece. - Non sai tu che abito al limite del Baratron?
Con gioia mi disposi a seguirlo, pensando che, per la prima volta da che c'insegnava, se ne tornava a casa, anzi che recarsi da Himnis che stava presso al Pritaneo. Per via riprese, ma con grande tranquillit, il discorso dell'amore, sorridendo del disprezzo per le donne dimostrato dai poeti, dicendomi ci ch'Esiodo aveva cantato di Pandora, Simonide Amorgino dei caratteri feminili, giungendo poi a quanto n'aveva espresso Euripide e recitandomi i versi in cui il tragedo esclama: - Terribile  la violenza dei flutti del mare, terribili l'impeto dei fiumi e il soffio ardente del fuoco, terribili la povert e mille altri mali, ma di tutti il flagello pi terribile  la donna. Nulla saprebbe dire e descrivere ci ch'essa . Se  un Dio colui che con le sue mani l'ha foggiata, egli pu ben vantarsi d'essere un possente artefice d'opere funeste ed il nemico del genere umano.
Poi mi soggiunse d'aver udito in vece narrazioni ammirabili di virt femminili e mi disse la storia di Panteia moglie di Abradata, re dei Susiani, che s'uccise sul cadavere del marito, e mi rifer un discorso in cui, portando ad esempio la moglie d'Iscomaco, modello di saggezza e d'amore, aveva Socrate intessuto a Critobulo l'elogio delle donne.
Eravamo giunti alla casa di Cleombroto, il quale su la porta interruppe il suo dire per congedarsi e, quasi parlasse da s, disse:
- Oh, Socrate, cos t'avessi ascoltato!
Ma qui bruscamente si rivolse a me e, tornato triste, mi salut e disparve in fretta, che era notte buia.
Il domani noi discepoli attendevamo al ginnasio il nostro maestro meravigliandoci d'esser tutti gi arrivati ed egli non ancora. Ma verso l'ora del mercato la nostra meraviglia si mut in curiosit, e questa in dubbio, e questo ancora in timore poich passava il tempo e non si vedeva giungere Cleombroto. A mezzogiorno alcuno di noi, impensierito che egli non fosse ammalato, pensava gi d'andare a casa sua a domandarne notizia, quando da lungi vediamo venir di corsa il suo schiavo agitando le braccia. Com' pi vicino gli scorgiamo sul viso tra l'ansimare i segni del terrore e tutti voliamo in torno a lui e prevedendo una sventura lo assaliamo d'inchieste. A stento lo schiavo riesce a balbettare qualche parola da cui giunge la nostra angoscia a comprendere che Cleombroto la mattina s' gettato dal tetto della sua casa gi per il dirupo e agonizza.
Come se un solo sentimento ci spingesse, pur senza esserci detto nulla, a pena dopo le prime esclamazioni di dolore, prendemmo tutti insieme la via della porta Melitide, tacendo fra noi per serbare il fiato al correre. Breve era la distanza per buona sorte, altrimenti taluno sarebbe caduto a terra pi tosto che darsi per vinto e non andare al passo degli altri. E lo sforzo e il dolore ci sfiguravano e ci davano aspetti terribili.
Giungemmo al Baratron. Lo schiavo che ci aveva seguti ci addit in fondo al burrone una massa inerte in cui a pena si distinguevano un mantello ed una forma umana, e poi sed su l'erba con il viso tra le mani scoppiando in singhiozzi. Spaventati da quella prima vista della morte, scendemmo tenendoci ai ciuffi di virgulti ed alle pietre sporgenti, come meglio potevamo, incespicando, scivolando, rotolando e ponendo la vita le mille volte in pericolo. In breve fummo tutti vicini a Cleombroto.
Giaceva supino, con un braccio steso e l'altro ravvolto in un lembo del mantello che gli copriva la testa, di sotto al quale esciva una striscia di sangue a perdersi tra i sassi. Sul primo momento ci arretrammo inorriditi, poi un di noi, Erissimaco, figlio di Teocle medico, il quale per la professione del padre meno degli altri poteva sentire il ribrezzo del cadavere, alz il lembo del mantello e scopr il viso del maestro. Livido e truce apparve Cleombroto: aveva la bocca semi aperta, gli occhi chiusi e su di una tempia e su la fronte due larghe ferite d'onde era escito il sangue che avevam gi veduto.
Un urlo di terrore e di dolore esc dai nostri petti. Ma Cleombroto non ancora era morto poich trasse un respiro e apr gli occhi. Subito ci stringemmo in ginocchio a torno a lui, spiando ansiosi quell'ultimo soffio di vita che ancor animava il corpo di quell'uomo da noi tanto diletto ed Erissimaco fece per sollevargli il capo dalle pietre; con tal gesto, alzandone il mantello, scopr un rotolo di papiro tutto schiacciato nella caduta; potemmo leggervi su il titolo del libro: era il Fedone del divino Platone, a pena aperto al principio, l dove Cleombroto  nominato.
Ci vide il maestro e trasse ancora un profondo faticoso respiro che gli chiam su le labbra una spuma sanguigna: ci guard con occhi pieni d'affetto disperato, nei quali, tra il nostro pianto, leggemmo tutto ci che avrebbe voluto dirci. Schiuse due o tre volte la bocca rantolando, come per mordere, disse a gran pena, quasi in un gemito: - Himnis, Himnis... - con fisse le pupille, e tent d'alzare un braccio, ma in quell'instante rapida la morte gliene ritrasse il gomito sul fianco, lasciandogli la mano rattrappita, ed egli tutto s'abbandon, il capo piegando su di una spalla, parve sorridere e spir.
Cos in ginocchio com'eravamo restammo, e a lungo lasciammo scorrer le nostre lacrime e gemere il nostro immenso dolore. Pi di tutti piangeva il giovinetto Erissimaco che aveva usato al maestro l'ultima piet di chiudergli le palpebre e lo teneva abbracciato quasi volesse con la sua piccola forza ancor dargli una parvenza di vita. E l'un l'altro andavamo chiedendoci tra i singhiozzi che ne sarebbe stato di noi orfani della nostra guida migliore, restati all'oscuro senza la luce delle anime, ed esclamando che ben ingiusti dovevano esser gli Dei per aver constretto alla morte colui che c'era parso un di loro. E Callia piangendo disse:
- Perch, perch ci hai abbandonato, o Cleombroto? Non ti valeva dunque l'amor nostro e quello della sapienza? Perch ti sei tolto la vita e qui ci tocca trovarti precipitato, come un reo per mano del carnefice, quando ci saremmo in vece pensati d'averti un giorno a veder sparire nel cielo, rapito dai Numi invidiosi della tua bellezza? Che cosa dunque amavi pi ardentemente di te stesso da preferir di morire all'esserne privo? Ah se ci  sostanza mortale abbian le Eumenidi a dilaniarla poi che uccise tanto gran cuore!
Ed io, rammentando i racconti uditi, i discorsi della sera innanzi e la sola parola pronunziata da Cleombroto prima di spirare, gridai inghiottendo i singulti:
- Himnis, Himnis, tu ce l'hai tolto, tu ce l'hai ucciso!
Ci guardaron gli amici e il sospetto arrest loro le lagrime in su le ciglia. Raccontammo in breve quanto sapevamo, quanto credevamo dicemmo, e nel parlare, e dalla nostra persuasione e dal consenso degli amici, crescevano in noi tutti lo sdegno e l'ira. Sorsero alcuni, a Himnis imprecando, alzando i pugni al cielo e presto fummo tutti su, scambiandoci parole terribili di dolore e di vendetta. Aveva ciascuno or mai compreso la causa di quella morte orrenda e riuniva ad essa il suo soffrire, quasi dimenticando d'un tratto il cadavere ancor caldo che giaceva ai nostri piedi.
- Per lei dunque - s'udiva esclamare - siam privi del nostro maestro!
- Onta ricada su la cortigiana che lo forz a morire!
- Io se la incontro le far la maggior villania che abbia mai patito femina da un uomo!
- Ed io pagher marinai per andare la notte a urlar canzoni oscene alla sua porta!
- Ed io v'andr di persona e le getter quante pi turpi ingiurie io mi sappia!
- Andiamoci tutti, ora! - grid uno di noi, giovane robusto e animoso.
- S, s, - urlammo - vendetta di Cleombroto su Himnis! Al fuoco la sua casa, al fuoco, ed ella vi muoia arsa di fiamme impure! Andiamo, andiamo, corriamo...
Un furore irrefrenabile ci aveva invaso: non vedevamo pi nulla, non piangevamo pi, non pensavamo. Ci stringemmo ancora una volta in torno al morto cui ora la bocca s'era contratta per sempre nell'estremo sorriso, e Callia, dominandosi per usar rispetto al cadavere, stendendo la mano sul capo di lui come a minacciare e a promettere, disse:
- Attendi, Cleombroto, attendi; non sarai morto senza vendetta e tra poco saprai quanto t'abbiamo amato!
Era fra tanto disceso anche lo schiavo, per restare a guardia del corpo del maestro, mentre risalivamo arrampicandoci alla meglio, tratti su dalla follia di vendicarci quasi pi che dalla nostra forza.
- Al Pritaneo! - io gridai a pena giunto sul ciglio.
E qui riprendemmo a correre, frementi d'ira. Entrati in citt per la porta Piraica, traversammo le vie muggendo ed incitandoci l'un l'altro, ed ognun dei passanti si fermava e si voltava a veder questa schiera di forse venti giovani correnti alla disperata, avendo sul viso cos tremenda passione, e non riesciva a comprendere qual nume ci sospingesse in tal furore.
- Alstor, dmone della vendetta, noi ti obediamo! - grid una volta correndo il discepolo robusto e animoso che aveva dato il segnale. Ed:
- Alstor! - rispondemmo in coro - Un sacrificio a te domani!
Divorammo la via e giungemmo alla casa di Himnis ancor pi eccitati per la corsa recente e sfigurati come belve inferocite.
L'etra da poco s'era levata dal letto e circondata dalle sue schiave egizie stava facendo il bagno e donando al suo corpo tutte le cure voluttuose in che manifestava il suo smisurato amor di se stessa. Dentro la conca di porfido avvolgeva le membra nell'acqua profumata, mentre il prezioso aloe mandava spire di fumo dai braceri e le donne preparavano farmachi, odori e unguenti negli alabastri e strumenti d'abbigliamento e lini morbidi e tepidi. E la stanza pareva tutta invasa da un aura di lascivie.
A un tratto una delle schiave s'arrest nella sua faccenda e tese l'orecchio. La imitarono le altre che l'avean veduta e, per la loro immobilit cessato ogni rumore nell'interno, s'ud un lontano clamore avvicinarsi. Himnis seguit a ravvolgersi nell'acqua. Il clamore divenne sempre pi forte e a poco a poco giunse alla porta della casa e, inaspettato, vi si ferm dinanzi e risuon minaccioso e profondo. Sorsero le schiave impaurite, raccogliendosi in torno la conca, come chiedendo un comando alla loro padrona la quale solo allora parve scuotersi dalla gioia di sentire il possesso del suo corpo e, immobile anch'ella, ristette ascoltando.
- Himnis, - si udiva - Cleombroto, Alstor... morte... vendetta!
Fiammeggiarono gli occhi dell'etra e ad una delle schiave:
- Va - disse - Drosis, e vedi che cosa .
Drosis corse via e torn poco dopo come folle di terrore, dicendo a parole mozze che eravam noi, risoluti a trarre vendetta di Cleombroto il quale per Himnis s'era ucciso al mattino, e appiccare il fuoco alla casa ed in essa ardere l'etra e le sue donne.
- Questo, - grid Himnis con voce rauca di sdegno - questo vogliono costoro? Per me Cleombroto s' ucciso? E pi di tutta la sapienza della terra non vale dunque la perfezione di questo mio corpo? Or su, cialtrone, alzate i visi che tenete bassi come pecore all'odor del lupo, or su, vengano pure che Himnis non li teme. Andate, andate tutte, - url levando le braccia - aprite le porte, ed entrino costoro a dar fuoco a tanta bellezza!
E ci precipitammo dentro in tumulto e in clamore per le porte che le schiave, soggiogate dall'imperio della padrona, ci avevano aperte. Pareva volessimo squarciare, stritolare, sgretolare il nemico odiato e finalmente raggiunto.
Ma nella sala del bagno non a pena i primi di noi furono su la soglia, Himnis nuda sorse dalla conca di porfido e con gli occhi ardenti ci fiss: nuda sorse in divinamente impudico atteggiamento di sdegno, e nel sorgere, su la candidissima pelle scintillante come marmo per l'acqua che ancor vi scorreva su, quasi soffice mantello di onde d'oro le caddero dalla nuca, ov'eran raccolti, i capelli magnifici. Il corpo meraviglioso si disegn e parve risplendere su la parete, e Himnis, immobile, con una mano alzata come a colpirci con una folgore, sembr il presidio invincibile dell'eterna bellezza e la vendetta d'una misteriosa divinit, possente s da giungere a dominare il nostro furore. Poich nessun di noi, vedendola, aveva osato fare un passo di pi, come se tutti fossimo rimasti abbacinati e senza respiro dinanzi a quello spettacolo terribile e sublime.
Tremanti e a testa china, come vergognosi di ci che avevamo osato, silenziosi fuggimmo quasi ci sentissimo rei di aver profanato un tempio, e pieni di rimorsi ripassammo davanti alle schiave atterrite, le quali non sapevano riaversi nel vederci cos mutati andarcene confusi ed attoniti. Nulla ci dicemmo per via, ma guidati da egual sentimento, tornammo al Baratron, prendemmo il corpo irrigidito del nostro maestro e provvedemmo dopo a fargli il rogo e a dargli onorata sepoltura. Convenimmo di poi di non far parola mai a nessuno su questo evento e non ce ne dicemmo mai pi nulla. N, che io mi sappia, veruno dei discepoli di Cleombroto prese in sguito altro maestro, e sembrammo schivarci tra noi e in breve ci perdemmo chi in un luogo chi in un altro, come se ci sentissimo complici di un delitto da barbari. Sapemmo dopo poco tempo che Himnis era stata strozzata nel suo letto da un atleta di Tracia che fu poi preso e giustiziato, e il suo corpo gettato nel Baratron per mano del carnefice.
E da quel giorno, o giovani, son stato persuaso poter solo una grande bellezza far veramente suo l'intelletto degli uomini, e dominarlo di l da ogni violenza, ma non l'ho mai insegnato, n ad altri ho fatto questo racconto, poich ancora quel ricordo mi rapisce dalle cose presenti e mi fa pensare di aver veduto alcun che di divino e tentato un sacrilegio di che gli Dei siano un giorno per punirmi. Ma d'altra parte, per un rispetto io considero che ero allora assai giovane, per un altro che son passati or mai molt'anni da quel tempo.
*
*   *
Aristonico aveva finito il suo dire da un pezzo, e noi ancora stavamo taciturni, ascoltando nell'anima l'eco di quel passato lontano che ci faceva muti di stupore e d'invidia. Parl per primo Ippodamo e disse:
- Forse qualche Nume discese in quel punto e Himnis transform e voi confuse. Ma, per Zeus, io so bene che la verit delle cose distrugge ogni potere indotto dalla meditazione poich gli occhi ed i sensi son le vie onde giunge all'anima la persuasione; per quanto la mente architetta s'appoggia al desiderio della mente e non all'inclinazione dei sensi e per ci dell'anima.
- D'un altro amore mi parli, o mio bell'Ippodamo - rispose - ove la bellezza, se ben grande, non ha tutta la virt. Nessun di noi, in fatti, discepoli di Cleombroto, avrebbe mai potuto amare Himnis, ma pure sent ciascuno la vittoria della bellezza di lei, sul proprio impulso che era dettato da inclinazione dell'anima.
- Dunque diresti la pi pura bellezza non potersi amare, ma pensare e per tanto dominar essa anche ci che si ama di se stessi.
- Cos  - rispose Aristonico - al meno per il fatto accaduto a me quella volta. La bellezza  la divinit pi violenta e nulla vale ad attenuarne il potere poich non saprebbe resisterle la migliore virt. Ed io son venuto nel convincimento che essa sia per ci la virt suprema, nella forma in cui visibilmente si manifesta ai mortali, in quanto nessuna virt sarebbe, se non le desse corpo la bellezza della forma.
- Cos anch'io penso - disse Ippodamo - ma stimo pure solo a bellissime anime esser lecito sino a lei salire ed emularla.
- Per questo - Aristonico soggiunse - io prdico esser la virt la sola forza degna di far conquista dell'uomo ed i piaceri dei sensi da transcurare per viver solo quelli dell'anima. Convien farsi un'anima bella e piena di speranze e di essa sol tanto godersi, per sentire in s una bellezza grande come la suprema e tale da saper con questa trattare alla pari. Vuol per ci l'anima possedere ogni virt e forse allora solo  valida e di s sola si compiace.
- Fa a noi tale anima - disse di su dall'albero Dionione - o maestro nostro, e noi ameremo te come voi Cleombroto!
- Ci non si consegue - rispose - se non nella bellezza vivendo e della speranza nutrendosi. Poich tutta la vita dell'uomo abbisogna di bel ritmo e di bell'armonia.
Cos dicendo si alz, e noi con lui, ed era gi quasi il tramonto, verso il mare violaceo tornando, traversato dalla rossa striscia abbagliante del sole. E calava il sole incendiando l'orizzonte di caldi e densi fulgori che impregnavano il cielo di gloria per una transparenza serena ove si stendevano l'eternit e l'infinito.
 PRIMO DIALOGO DEI MORTI O IL CONGRESSO DEI FILOSOFI.
CARONTE. - Pronti... Avanti... Arriva Caronte...
TUTTI. - Eccoci, eccoci!
CAR. - Avanti, anime! Sotto a chi tocca!
TUTTI. - Veniamo, veniamo! Caronte, Caronte bello, Caronte buono... prendi me... prendi me che ho diritto... Io... io... no... fatti in dietro... io aspetto da sei secoli... io da dieci... io da trenta...
CAR. - A chi tocca tocca! Salite e fate presto!
TUTTI. - Io... io... noi... i re... i poveri... i guerrieri... le donne oneste...
CAR. - O la finite di leticare? Il padrone son io. Via tutti. A me spetta risolvere. Son uomo d'ordine, io. Stavolta sarete pochi e per ci voglio fare una cosa originale: verranno i filosofi.
I FILOSOFI. - Eccoci, eccoci! Bravo Caronte! E viva Caronte!
CAR. - Uh che folla! E chi se lo sarebbe pensato! Guarda guarda che bulicme di filosofi! E s che non  molto ne avevo portata una bella resta a far gli spiriti magni che occorrevano d'urgenza per far piacere a un poeta. C'erano Socrate e Platone, Democrito che il mondo a caso pone, Diogens, Anassagora e Tale, Empedocls, Eraclito e Zenone, Dioscoride dico e tanti altri d'ogni risma. E adesso eccoli un'altra volta qui tutti dopo quella parata, ad affollarsi per passare. Ma guarda quanti filosofi: sbaglier ma ce n' pure qualcuno con il collo lungo... E come leticano!
I FIL. - Tu va via! Positivista! No, qui ci sto io! Pelagiano! Nominalista! Lvati, se no... Pragmatista! Dilettante! Ah pretaccio, se non mi fai posto... Va via!
CAR. - Ora basta! Basta, ho detto! Via gli altri, via tutti! Non uno di pi! Per Satanasso, via!
UN FIL. - Caronte bello, Caronte buono, lasciami attaccar qui dietro, a poppa, son tanto leggero,  tanto che aspetto...
CAR. - Via! O che mi volete sfasciar questa povera carcassa che gi fa acqua da tutte le parti e non c' verso mi riesca di far sborsare quei pochi soldi e quell'avaraccio per rabberciarla! Da quando mi venite qui tutti senza monetina in bocca, sguito a sbarcar voi ma non il lunario. Gi, ho detto! Ah non ci senti? O pigliati questa! E ancor quest'altra!
I FIL. - Ahi, ahi, ahi! O per chi ci prendi? Siamo gente per bene, siamo filosofi!
CAR. - E per ci pesate assai e ne voglio pochini alla volta! Mi volete far stroncare le braccia? Via! Andiamo! S... alla prossima mandata... e se non  la prossima sar un'altra...
KANT. - Ecco l, se n' andato, senza un riguardo al mondo!
MENIPPO. - E che? Vorresti qualche riguardo proprio qui?
KANT. - Voglio la giustizia! Ha dato la precedenza ad Aristotele che aveva trovato dieci categorie sole, proprio trovate per caso, senza una regola ed un ordine, ed ha lasciato a terra me che in vece, fondandomi su di un principio ne ho poste niente meno che dodici!
MEN. - Mal di poco!
K. - Dici? Ma qui bisogna porre un rimedio a ci e prendere un partito e determinare il criterio per i viaggi avvenire.
I FIL. - S, facciamo un'adunanza! Poich siam tutti riuniti accordiamoci sul da farsi. Parli, faccia un discorso quel morto.
K. - Signori filosofi, gioia grande  per l'animo mio lo scorgere insiem raccolti tanti nobili cultori della disciplina principe dello spirito umano. Se fossimo vivi a voi tutti proporrei la soluzione di qualche eterno problema e non dubito che dalla nostra discussione, come dal pi vasto congresso internazionale sorgerebbe qualche eterna verit da donare a gli uomini. Ma poi che siam morti e siamo stati cos constretti a risolvere definitivamente e di persona il pi importante problema, quello che in realt ci dava da vivere, per guisa che degli altri i quali in fondo in fondo eran tutti congiunti con questo non c'importa pi nulla, ben io vorrei che nel nuovo stato di cose in cui ci accade di trovarci ed in cui sembra dobbiam rimanere a lungo...
I FIL. - Basta... basta con queste chiacchiere... meno ciarle... o che si canzona... venga all'argomento...
MEN. - Al solito, non si conclude nulla.
UN FIL. - Ci vuole un presidente.
I FIL. - S, s, un presidente, eleggiamo il presidente!
MEN. - Adesso sar un bel vedere!
UN FIL. - Signori, propongo che assuma la presidenza il pi anziano di noi.
I FIL. - S, il pi anziano, Talete, Talete di Mileto, fuori Talete! Dove s' andato a cacciare?
COMTE. - Ma che Talete. O non lo vedete che  rammollito? Vorreste eleggere a presidente uno che per guardare le stelle ruzzol in un fosso? Chi sa dove far ruzzolare noi altri!
I FIL. - S,  vero, questo criterio non pu andare. Niente antichit.
UN FIL. - Propongo che a presidente sia eletto chi occup la carica pi alta...
I FIL. - S, s, ci vuole un uomo eminente e autorevole.
MELISSO. - Allora io che son stato ammiraglio.
CUSANO. - Conto pi io che fui cardinale di Santa Romana Chiesa.
BACONE E HUME. - Io lord cancelliere... io ambasciatore...
BERKELEY E STUART MILL. - Io vescovo... io deputato ai Comuni...
MENIPPO. - Io, da buon fenicio, strozzino!
MARCO AURELIO. - Zitti tutti! Io sono stato imperatore romano!
EPICURO. - No, quello no, lo stoico non ce lo voglio e con me non ce lo vogliamo in parecchi. Pi tosto ci dimettiamo...
MEN. - E da che cosa?
I FIL. - ...io professore... io proprietario...
KANT. - In summa meine Herren...
MEN. - Signori, io faccio una proposta. Non nominiamo a presidente, poich siamo filosofi e ci vuol dire persone sagge, se non colui che dimostrer all'assemblea d'aver proferito la pi importante verit...
I FIL. - S, s, facciamo cos, presto, prima che torni Caronte... bravo Menippo, questo  il criterio pi giusto!
K. - Allora, signori, lasciatemi parlare. A me, anni or sono  stato fatto un centenario con i fiocchi, come mi hanno riferito alcuni colleghi venuti qui dopo...
UN FIL. - Eh va a badare a queste sciocchezze!
K. - ...e per ci riterrei che spettasse a me la presidenza. Ma s come l'assemblea ha deliberato che si debba proferire e presceglier la verit pi importante per attribuir su quella l'insigne onore di presiedervi, cos io vi dir d'esser l'autore di un principio che, gridato a Caronte, certamente lo colpir ingenerando nell'animo suo savie riflessioni sul pi retto modo di comportarsi in questa faccenda. Cos la mia stessa nomina varr anche a conquistare quell'ordine il quale...
I FIL. - Basta... meno ciarle... fuori il principio...
K. - Eccolo. Si chiama l'imperativo categorico. Lo conoscete voi?
I FIL. - No.
MEN. - Bella figura!
K. - Allora ve lo dir: - Opera in modo che la massima della tua azione possa valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale.
I FIL. - Bravo, bene!
K. - Che ne dite, eh?
ARISTIPPO. - Eh, sar pure cos!
K. - Che ha da ribattere quel greco che non sembra persuaso?
AR. - Vorrebbe dire in altri termini il tuo principio, che si deve operare come se non ci fosse legge.
K. - Ma, pi propriamente...
AR. - Lasciami finire. Un giorno venne un tale a domandarmi quel che avessero d'importante i filosofi, ed io gli risposi che noi siamo coloro i quali vivremmo nello stesso modo se si togliesser di mezzo tutte le leggi. Mi son spiegato?
K. - Ecco, io veramente...
ERACLITO. - Stolti, carogne, ribaldi, che non capite una maledetta! Nessuno ha mai capito niente! Tu, o greco, hai copiato da me e certo sei andato all'altare di Artemide in Efeso a rubare il mio libro. Ho detto io esservi taluni i quali non conoscerebbero la giustizia n pur di nome se le leggi non fossero. E impara a farti bello della roba altrui.
I FIL. -  vero,  vero, son le stesse cose.
UN FILOSOFO QUALUNQUE. - Aristippo di Cirene! Il mio venerato maestro! Eraclito l'oscuro, il mio libro!
ER. - E tu chi sei, faccia di teschio?
IL FIL. Q. - Io son uno che v'ha studiato con amore ed ha scoperto che voi avreste voluto essere un grande poeta e per ci sentivate invidia di Omero e di Esiodo, e poi ho scoperto che il fuoco della vostra filosofia  il principio dinamico come dopo, in Empedocle, a riscontro dei tre elementi materiali...
ER. - O dove hai trovato tante corbellerie? Ma n men per sogno!
IL FIL. Q. - Scusate, mi pareva...
ER. - E chi t'aveva pregato?
IL FIL. Q. - Minerva vuole...
ER. - Ma va a nasconderti e lascia parlar noi altri. Dunque tu, o Cirenaico, non ti vergogni d'aver fatto tuo pro' di una parola mia? E tu, o barbaro, dove l'hai rubato quel principio! Io non credevo che dopo Pitagora e Senofane fosser nati degli altri sfrontati! Avevo io messo a posto tutto il mondo!
AR. - Amico, dopo di te son venuti tanti altri, sino a me che ho regolato tutto in modo definitivo. Ma pare che poi m'abbian copiato!
K. - Questo poi no. Chi ha capito tutto e detto tutto per sempre sono io. Tutti i miei predecessori non contano pi da quando son venuto io che ho pensato anche all'avvenire, scrivendo per ci i prolegomeni ad ogni futura metafisica.
I FIL. - Che faccia tosta! Ma perch si d tutto quel tno? Si sbaglia... no... non  vero...
SCHOPENHAUER. - Costui  tedesco anche dopo morto! Presuntuoso che non sei altro! Ogni metafisica futura! Ma non sai che tutto ci sar inutile dal momento che son venuto io? Proprio cos; io ho persuaso tutti gli uomini che era assai meglio a dirittura non procrear pi per non offrir nuove vittime al dolore del mondo. Che varranno allora tutti i vostri sistemi?
ABELARDO. - Ma io, assai prima avevo messo in pratica...
ORIGENE. - Assai prima, io...
I FIL. - Zitti quei due l! Basta, non hanno diritto di disturbare, non hanno argomenti! Basta, fuori, via quei due!
AB. - Lo vedi? Sempre cos. Non si combina nulla.
OR. - Ah che mal augurata idea fu la mia...
K. - Non credo dunque che sia tanto inutile quanto io ho assestato, come vorrebbe provare quel mio compatriota. Poich dalla mia filosofia son provenuti i maggiori vantaggi a gli uomini.
SCH. - A chi? Ma non sai che simili ai montoni che saltabeccano sul prato mentre con l'occhio il macellaio fa la sua scelta in mezzo al gregge, gli uomini non sanno nei giorni cos detti felici quale rovina proprio in quel momento prepara loro il destino?
VOLTAIRE. - O quel morto, dove l'hai prese codeste parole?
SCH. -  roba mia.
VOLT. - Potevi degnarti di citarmi, perch avevo io detto meglio, essere gli uomini vittime condannate a morte simili ai montoni che belano, giocano, ruzzano aspettando d'essere sgozzati ed avendo su di noi il grande vantaggio di non saper che faranno quella fine la quale noi in vece conosciamo. Meglio sarebbe dunque non esser mai nati.
ERACLITO. - Brutti mascalzoni che non siete altro! Ladri, manigoldi, bricconi! L'avevo detto io, molto prima di voi che gli uomini come son nati cos voglion vivere e giungere alla morte in cui  il solo riposo, e lasciar figli nati per morire! Appiccatevi tutti, come consigliavo a quegli sprocedati degli Efesii!
K. - Costui  sempre di pessimo umore persino qui dove non ce ne sarebbe ragione!
NIETZSCHE. - Ma in vece io son d'accordo con lui. Cos bisogna fare.  necessario discutere. Ogni bene al mondo, amici miei,  nella guerra.
ER. - Anche costui ci si mette, questo truffatore sfacciato, il quale finge di non aver letto sul mio libro che la guerra  madre e regina di tutte le cose.
K. - Ma che succede l in fondo?
PROTAGORA. - Questo no... questo non lo dirai, uomo d'Atlantide
WILLIAM JAMES. - In vece lo voglio dire a tutti, a gran voce, perch  il pi grande principio del mondo!
PROT. - Eccoti un ceffone...
W. J. - Prendi questo pugno...
K. - Oh, che state facendo? Separateli...
AR. - Ma che fanno?
MEN. - Sono un sofista e un americano che si prendono a scapaccioni.
K. - E chi ce ne piglia?
MEN. - Mi par che l'americano abbia la peggio.
K. - Basta!  ora di finirla. Zitti tutti. Ora parlo io. Che maniera sarebbe!?
I FIL. - S,  vero, ordine, silenzio, mettiamoci d'accordo, qui si perde tempo. N meno se fossimo archeologi!
COMTE. - S, ricordatevi, l'amore come principio, l'ordine come fondamento, il progresso come fine! Andiamo per stadi: il teologico, il metafisico, il positivo.
LESSING. - Ma a questo c'ero arrivato io un secolo prima...
AR. - Non ricominciamo, per carit.
K. - Signori, un poco di silenzio, per piacere! Riprendiamo da capo. Era stato dunque proposto di trovare quale fosse il pi importante dei princpi da noi espressi. Ora, poi che sul mio imperativo categorico sembra sia sorta qualche controversia, cos vi dir un altro dei capi saldi del mio sistema. Eccolo qui; lo prender un po' alla lontana. Ogni problema scomparisce se noi poniamo una distinzione tra il nostro modo di concepire e la cosa in s. Per ci  ingiustificato il fare della distinzione tra fenomeni corporei e fenomeni spirituali, una distinzione fra due specie di sostanze o di essenze.
PARMENIDE. - Prego l'assemblea, prima che il discorso continui, di prender atto di una mia dichiarazione, ed  che io ho affermato in certi miei versi che lo stesso  l'essere come il pensare, ci  che lo stesso  il pensare e quanto ond'ha luogo il pensiero.
K. - Tu, vecchio fossile, vorresti metterti a paragone con me? Ma non sai che io ho scritto la critica della ragion pura non che la critica della ragion pratica e che...
PARM. - Ed io ho scritto le parole della verit non che le parole delle opinioni!
BERKELEY. - Qui mi pare che torniamo alle questioni di precedenza. Lasciate parlare me. Se io vi dico che ho negato la materia...
ZENONE. - Mi dispiace di non avere un'altra lingua da sputarti a dosso, vescovo scomunicato! Parmenide, maestro mio dilettissimo, lo senti come hanno rubato a man salva la roba nostra. Io me ne appello...
DIOGENE. - Menippo! Menippo!
MENIPPO. - Oh, amico, mancavi tu alla festa, ma arrivi tardi!
DIOG. - Prima che mi vedano, vien qui da una parte e dimmi che succede.
IL FILOSOFO QUALUNQUE. - Aspettatemi, vengo anche io con voi, ch qui ho bisogno di capir qualche cosa.
MEN. - Credi, ti perdi un divertimento impagabile. Figrati che si son riuniti tutti quei pazzi dei filosofi e stanno a discutere chi fra loro abbia maggior diritto a salir su la barca di Caronte, scegliendo chi ha detto le verit pi originali.
DIOG. - Ah, pazzi da catena, imbroglioni ridicoli!
IL FIL. Q. - Ma, signori miei, cos parlate di uomini venerabili che io stimo ed ammiro profondamente e che consacrarono le nobili vite alla disinteressata ricerca del vero?
DIOG. - O Menippo, e di dove l'hai scavato codesto scheletro?
IL FIL. Q. - Scheletri per scheletri, qui valiamo tutti lo stesso.
MEN. - E che? Vorresti riscaldarti anche tu? O guarda questo coso che ci crede ancora!
IL FIL. Q. - Io s, ci credo, e credo la filosofia una sublime disciplina dello spirito.
DIOG. - O povero figliolo, che ingenuo! O Menippo, vogliamo dirglielo il segreto?
MEN. - Fa come ti pare. Ma bada che poi ci rester male!
DIOG. - Non fa niente: lo guariremo.
IL FIL. Q. - Ma che state dicendo? Spiegatevi una buona volta!
DIOG. - Sappi dunque, ragazzo mio, che la filosofia non esiste.
IL FIL. Q. - Oh!
DIOG. - Non esiste. Essa  una professione, non uno stato d'animo od un abito intellettuale,  un esercizio, non un risultato. Hai mai sentito narrar della corsa che ad Atene facevano le fanciulle consegnandosi le fiaccole accese fin che non si spegnevano? E bene, fatti conto, la filosofia  un gioco come quello e la fiaccola  sempre la stessa ma sembra diversa a seconda di chi la reca in mano. La sola differenza  che le fanciulle eran bottoni di rosa, l dove i filosofi, guardali l che berciano, come son brutti!
MEN. - Hai capito ora? Fra tutti i filosofi c' un'intesa segreta che si perpetua nei secoli, per dire sempre la stessa cosa. I pi grandi tengono il mestolo della faccenda e gli altri cercano d'aiutarli.
IL FIL. Q. - Ah se l'avessi saputo!
DIOG. - Molti non se n'accorgon n pure. Ed in fatti se ciascuno prima di dire una cosa dovesse verificar se proprio quella cosa non sia stata mai detta, sta sicuro che nessuno direbbe pi nulla, al meno in filosofia, poich in un modo o nell'altro tutto  gi stato detto.
IL FIL. Q. - Ma qualcuno avr detto per la prima volta qualche cosa.
MEN. - Lo vedi che non capisci? Non c' nulla da dire perch la verit ciascuno l'ha in s e non c' uomo che non contenga tutta la pi estesa filosofia ed anche pi in l. Tutto sta a farla venir fuori, questa verit e qui ti voglio! Ma basta pensare che l'uomo il pi balordo, per il fatto stesso del suo esistere, del suo pensare, del suo sentire,  la filosofia di per s.
IL FIL. Q. - Ma per dire e spiegar tutto questo ci vorr pure una attitudine.
MEN. - E dlli! Ma credi che queste famose verit siano poi tante?
IL FIL. Q. - Io so che tra filosofia e filosofia intercedono profonde differenze.
DIOG. - Costui, Menippo mio,  un di quelli illusi che stimano ancora che la filosofia possa cavare un ragno da un buco. Ci stiamo sfiatando inutilmente mentre ci perdiamo il teatro del congresso. Sentili, sentili come urlano! Devono aver preso la parola gli Scolastici.
MEN. - E pure vorrei persuaderlo questo scioccone. Dunque le differenze non dipendono se non dal modo in cui le cose furono dette, e per ci dal carattere personale assunto dalle verit nell'essere dette, perch, con poco esercizio, ognuno pu arrivare da s a quei pochi princpi che fanno parte della zoologia spirituale dell'umanit.
IL FIL. Q. - Pochi princpi!? Ma innumerevoli sistemi!
DIOG. - Lascialo perdere, che  un infatuato.
MEN. - E io mi c'incaponisco. Vedi; figliolo, di l da un certo punto non  mai giunto nessuno. Ed allora, per non farsene accorgere, i filosofi hanno stabilito fra loro con un tacito patto, di non fare alla corsa a chi arriva pi in l, ma di rigirarsi a studiar lo strumento per il quale si cammina, nella lor disciplina, e stringi stringi, sembrano naviganti che preparino una nave sempre pi bella e veloce e sicura per non partire mai.
IL FIL. Q. - Anche nel medio evo s'era detto presso a poco questo distinguendosi la fede che si crede da quella per la quale si crede. Non sei originale.
MEN. - Non me ne importa un fico.
DIOG. - Vedi? Anche lui  tale e quale a quelli l.
IL FIL. Q. - Ma le differenze ci sono, e come!
MEN. - Se a questo viaggio Caronte non ci porta via, resto con te per dimostrarti che  tutta una minestra. Credi a me, tutti restano sul limitare ed in fondo in fondo fanno un gran chiacchierar di metodo, ma a una verit vera ed utile, sta pur sicuro, non ci arrivano.
IL FIL. Q. - E pure a scuola m'hanno insegnato...
DIOG. - Ah, ah, ah... ah, ah, ah...
MEN. - Ah, ah, ah... ah, ah, ah...
IL FIL. Q. - Che ho detto, da farvi ridere cos sgangheratamente?
DIOG. - A scuola!
MFN. - Proprio l dove si esercita la professione e si piglia lo stipendio del filosofo!
IL FIL. Q. - Il vostro riso non mi sconcerta. S, io mi ostino a credere che la filosofia  un progresso continuo dello spirito e che la verit cresce in ampiezza con lo scorrer delle epoche.
MEN. - Via, finiscila con queste puerilit. Basta tu pensi che ogni filosofo giunge al proprio convincimento con la certezza d'essere il primo ad aver detto quel ch'egli ha detto l dove in vece tutto  sempre stato detto da tempo immemorabile.
IL FIL. Q. - O come fa ogni filosofo a non accorgersene se ci son le opere di tutti gli altri dove pu trovare quanto  stato detto?
DIOG. - Ma si  perch i libri di costoro son tutti quanti insopportabilmente noiosi, cos che nessun li ha letti mai e tal volta n pur chi li ha scritti, e per ci ogni autore ripete a modo pi o meno suo quel che han detto gli altri credendo sempre d'essere il primo e d'aver scoperto l'America.
IL FIL. Q. - Ma tutte le scuole, tutti i partiti, i periodi storici?
MEN. - Guardali da vicino e poi vedrai che imbroglio!
IL FIL. Q. - O allora che cosa sono le differenze che io stesso ho trovate?
MEN. - Le differenze stanno nel modo di dire, dove si vede come anche nella pi raffinata astrazione, nella obiettivit che si presume pi rigorosa, quello che importa  sempre l'uomo, o come alcuni dicono, l'individuo onde un principio in tanto vale in quanto sia pi o meno per dir cos simpatico colui che lo pronuncia, e siano pi o meno ben congegnate le parole che lo esprimono, e sia pi o meno illuso chi lo manifesta come nuovo ed immortale. La filosofia  tutta un questione di stile e per iscriverne la storia basta guardare al modo in cui ciascuno  arrivato alla medesima impossibilit e per ci saper bene la grammatica e le lingue, perch quei disgraziati stanno sempre a ripetere le stesse cose.
IL FIL. Q. - E sareste voi i primi ad accorgervene? O allora a che serve la filosofia?
DIOG. - Prima di tutto serve a dar da vivere a tutti coloro che la insegnano. Di pi  utile per aiutar molta gente ad esercitare lo spirito al maneggio delle parole astratte ed alla ginnastica dell'illusione e del sistema. In fine  ottima per tutti per ingannare il tempo e non pensare alla morte...
MEN. - Senti, senti! Fanno frastuono come anitre! Andiamo a vederli, non ti spolmonare anche te con quel cocciuto.
DIOG. - Torniamo l, torniamo l che adesso  bello.
I FIL. - La monade... cogito ergo sum... bermensch... will to believe... oudeis ekon kakos... Weltschmertz... esse est percipi... esse in re!...
IL FIL. Q. - Vedi come volano i pugni! Che pandemonio!
MEN. - E il presidente l'avete nominato?
DIOG. - E la verit pi originale l'avete trovata?
IL FIL. Q. - Ma che, stanno ancora allo stesso punto! Quasi quasi vi darei ragione!
K. - L'ho detto prima io... io ho detto tutto...
CARONTE. - Pronti... Avanti... Arriva Caronte...
TUTTI. - Aspetta, aspetta! Non abbiam stabilito ancora nulla!
CAR. - Chi tarda, peggio per lui. Avanti, anime! Sotto a chi tocca!
TUTTI. - Veniamo, veniamo! Caronte, Caronte bello, Caronte buono... prendi me... io aspetto da trenta secoli...
CAR. - Eh, trenta secoli non son nulla e l'eternit  a bastanza lunga!
TUTTI. - Io... io... no... tu in dietro...
CAR. - A chi tocca tocca! Salite e fate presto!
 L'OTTIMATE O DELLA FELICIT.
DIONISIO. - Salute, Eliodoro, dove vai e d'onde vieni?
ELIODORO. - Salute, amico: dove vada, non so, perch sto passeggiando in compagnia dei miei pensieri senza direzione n scopo, e vengo da casa.
D. - Cos presto? Non ti vidi mai per la citt ad ora cos matutina.
E. - Ma si  perch m' intervenuto un fatto assai stravagante per il quale ho dovuto levarmi pi presto del consueto.
D. - Raccontamelo, Eliodoro, ch anch'io nulla ho da fare per ora e ben volentieri star con te che vedo cos di rado.
E. - Grazie, amico, ma non qui per via.
D. - Andiamo qui presso, in certo luogo che io conosco, assai onesto e costumato, perch vi possiamo discorrere a nostro piacimento ed io oda questo tuo fatto strano.
E. - Stamane, ed era ancora buio e placidamente dormivo il primo sonno, ch ieri sera sino a tardi, come faccio di solito, ero rimasto a lavorare, a un tratto s'apre la porta della mia camera e la vecchia fantesca v'entra e a gran voce mi chiama: - Svegliatevi, padrone, - dicendo - ch' venuto quel patrizio il quale tal volta cerca di voi, e pare abbia da parlarvi di premura. - E che vuole egli mai? - chiedo. - Non so, - risponde - ma sembra assai dolente e sospira. - Io compresi che colui che domandava di me era Demetrio, uno fra i pi opulenti ed onorati signori della citt, e mentre in fretta facevo il bagno e andavo vestendomi, ch avevo anche ordinato alla fantesca facesse entrare l'ospite nella stanza ove studio, pensavo che mai egli volesse da me ad ora cos insolita, e perch sospirasse; ed assai mi sarebbe rincresciuto gli fosse accaduta qualche disgrazia. Poi che fui pronto, tosto mi recai ov'egli m'attendeva e: - Salute, Demetrio: - e gli chiesi - che volete voi? Dite in che posso rendervi servigio e mi sar grato l'esservi utile. - Ahim! - fece - io dubito tu non possa ridarmi la pace, tanto mi sento abbattuto e desolato. - O che v' accaduto - esclamai - o Demetrio? Non vogliate spaventarmi. - Ahim! - ripeteva - che non ne escir! - Ma per gli Dei, - dissi - che  stato? Forse qualche usuraio  venuto alla vostra porta a pretendere il pagamento del suo denaro? - No no, Eliodoro, - rispose, - io non conosco usurai, ma da ogni dono della fortuna son stato ricolmo, ch i miei forzieri son pieni di monete, ed ho possessi vasti come provincie, ed ho ville e palazzi, cavalli e cacce, libri e gioielli. - O dunque - dissi - forse qualche donna vi ha respinto, o vi ha ingannato? - N anche, - fece, e gemeva - ch io ho moglie saggia, bella e virtuosa che mi diede figli obedienti e tranquilli, n ad altre donne volgo lo sguardo. - O che sar dunque? - gli dissi ancora, - forse che qualche vostra ambizione fu fiaccata nello Stato, o la fama non vi diede quel compenso che speravate al vostro ingegno? - N pur questo, o Eliodoro, - rispose: - io m'ebbi quanto potevo agognare poich, nato di famiglia nobilissima e ricca, ottenni i maggiori onori nella patria e quanto al governo e quanto alla saggezza e quanto alle vanit, onde trovandomi sul limitare della vecchiezza, or nulla di pi potrei desiderare; ed anche ognuno si compiacque della mia compagnia, i pi grandi potenti della terra, i pi acuti politici, i poeti e i filosofi pi rinomati, gli uomini ricchi, gli stranieri e i cittadini, le donne ed i giovani. E di quanto feci ognuno mi rese l'onore che meritavo, s che nulla abbia da rimproverare alla vita la quale mi diede quanto poteva e quanto doveva darmi.  altro,  altro il mio cruccio, Eliodoro, e vengo a te per chiedere la serenit. - Io ero or mai rassicurato, quanto al timore che danno fosse accaduto a Demetrio, ma non erudito quanto alla ragione del suo dolore. Ed esclamai: - Dite su dunque, Demetrio, e quanta serenit potr darvi la mia giovinezza io ve la dar: non altro ch null'altro possiedo, io che son povero e di ricchezze e di donne e di onori. - Ascoltami - disse - Eliodoro. Assai mi dolgo di cosa che ti parr risibile, ma pur mi tormenta e mi toglie i sonni e la pace. E son venuto da te, ora che  ancor buio, levandomi dal letto, ove non avevo dormito, ed ove spesso transcorro dolorando l'intiera notte, senza che mi sia dato di abbandonarmi alla dolcezza del riposo. Poich un pensiero pesa su l'animo mio e mai non lo lascia, ed  una domanda angosciosa quella in cui sempre si avvolge il mio cuore, n alcuno vi sa rispondere, n anche lo slancio della mia fede. Dimmi tu. Eliodoro, l'anima  essa immortale? - Oh, - gli risposi - finalmente! Da vero m'avevate messo in pensiero, poich vi vedevo cos gravato di dolore, che qualche grande sventura non fosse piombata su voi o su i vostri. - E non ti par dolore grande il non sapere se l'anima sia o no immortale? - mi domand. Ed io gli dissi: - Ma, Demetrio, veramente troppo ho io avuto da fare nella mia vita che  forse breve di anni ma densa di molte cure, perch mai abbia posto questo problema in conspetto del mio sentimento. Potrei tutt'al pi dirvi ci che ne ho letto, dal sublime dialogo di Platone in poi, e con quante chimere abbiano gli uomini nascosto il lor desiderio di sciogliere questo dubbio. - Conosco - m'interruppe, - conosco ci che saresti per dirmi, poich io pure cercai ogni parola tutti quanti gli uomini abbiano scritto in questo proposito, n alcuno mi ha dato una speranza in che l'anima mia potesse abbandonarsi. - Ma in vero, - gli dissi voi mi fate chiedere per la prima volta a me stesso se l'anima sia immortale. Poich molto lessi e molto udii dire di questo, ma non mi son proposto mai tale domanda come se per quanto del problema mi riguardava, mi rimettessi ai Numi che non errano ed alla forza del Fato, che pi di noi vale e di loro. O perch non fareste voi altro e tanto? - Mi rispose: - Beato io ti stimo, o Eliodoro, se non mai soffristi tal pena, ma non mi pare da te, che sei saggio ed arguto, il non aver mai chiesto al tuo cuore ci che sentisse del destino delle anime. O dunque non te ne importa? - No, - dissi - ch anzi me ne importerebbe moltissimo, ma, come vi ho detto, troppo ebbi da fare perch avessi tempo di sprofondarmi in tali tenebre. - Tu sei veramente felice, - mi disse allora, - tu che da vero puoi viver sereno, senza sapere se l'anima tua sopra viver al tuo corpo, non io che pur avendo e salute e ricchezze e pace in casa e onori nello Stato, tanto dell'anima mia vado crucciandomi da non trovare riposo. - Ed io gli dissi: - Ci vi interviene a punto, perch siete felice, secondo la pi comune sentenza dei mortali, tal che vorrei domandarvi se conosciate la vostra felicit. - E come vuoi tu, - mi rispose - o Eliodoro, che io sia felice, se v' un pensiero cos grave da togliermi di godere della felicit che mi attribuisci? - Ed io: - E bene, Demetrio, si direbbe ora che io sia pi felice di voi, se voi a me venite a chiedere i conforti della mia debole saggezza. E pur non sapete che quante cose il destino vi ha fortunatamente concesse, a me fanno difetto, poich se io voglia seguitare a vivere, debbo lavorare in ci che gli uomini mi chiedono per farmi meritare il loro denaro, e sono umili cure, ben diverse da quelle cui intenderei, se potessi godere dell'aurea quiete dei filosofi. L dove, per voi, a perdita d'occhio si stendono i solchi che su i vostri poderi alline la paziente fatica dei buoi, ed approdano le navi nei porti, e se vogliate godere di riposi campestri avete solitudini deliziose, e se di svaghi cittadini ben adorne case, e attendono il vostro piacere bei cavalli e bei libri. Io in vece in queste due stanzette passo le notti nel lavoro e nel sogno, ed i giorni transcorro tutto agitato o stanco, a far ci cui la sorte non m'aveva chiamato, che mi procaccia ben poco denaro in confronto di quanto n meno voi avreste a sufficienza per scapricciare il mio desiderio infaticabile. Vi concessero i fati buona moglie e lieta sodisfazione dell'amore; ed io in vece la giovinezza vissi da una femina all'altra passando, per varie ragioni constretto sempre a convenire con me, che colei che mi lasciava od io lasciavo non era quella cui avrei dato ogni gioia del mio ricordo. Tutti gli onori che l'indole vostra consentiva, voi otteneste nello Stato; per me, pur dandomi frequente, se ben parco tributo di lodi, gli uomini nulla fecero, sempre per meravigliandosi che nulla facessi per me stesso, io che miravo alla perfezione dell'intelletto. Vedete dunque, quanto diverse siano le nostre fortune e da tale contrasto s'induca in voi la persuasione che ben animata di cimenti e ingemmata di amarezze dev'essermi passata la vita nel continuo desiderio di una pace che in nulla, dalle cose presenti, si dimostra sia per fiorirmi nell'avvenire. O come dunque avrei potuto accorarmi dell'immortalit dell'anima mia, quando tanti pensieri vitali mi assalivano e non mai mi davan tregua perch potessi posar la mente su alcuna di s fatte universali questioni? Se bene, nel vedervi ora cos abbattuto e angosciato, benedico alla mia sorte, se mi risparmi tale sofferenza. Poich io mi penso che non darei la mia apparente infelicit in cambio della facilit della vostra vita, se ci dovesse costarmi il perdere quella serenit interiore, onde al meno la natura mi fu indulgente. Voi, in fatti, dal posseder quanto forma oggetto del desiderio degli uomini, siete condotto a rifugiarvi nel desiderio di quanto inflessibilmente gli Dei vollero nascosto alla nostra ragione come non solo impossibile ma anche ingiusto ad ottenersi; perch se taluno sicuramente risolvesse in qualunque senso tale questione, io fossi il tiranno lo dannerei del capo, come colui che a gli uomini toglierebbe l'ultima ragione di disperare. E voi siete infelice a punto per la vostra felicit in tutte le cose, e s come la natura umana non pu acquetarsi in nulla senza subito volersi sorpassare quasi avesse un assillo che di continuo la punge a dolersi, cos voi, tutto avendo conseguito e per diritto di nascita e per acquisto di fortuna e per concessione al merito vostro, or dovete cruciarvi dell'anima se sia essa o pur no immortale. Io in vece nulla ebbi di ci che la sorte ha a voi compartito e che pur desidero ma ben mi sento di voi pi felice; la vita in vero ha per me scopi grandi e tali da non lasciarmi un instante di tale disperazione da togliermi i sonni, come a voi, in quanto molte cure la travaglino, che la mente mi tengono occupata della vita stessa, e non di quanto  proibito a gli uomini e la vostra occupa in mancanza di peggio. Voi non siete felice, o Demetrio, perch non avete infelicit di sorta, e qualcuna vi convien crearvene, cos come vuole l'indole umana; e poi che la infelicit vostra  da voi imaginata, forza  sia men serena di quelle che la natura ed il viver comune ci creano, mentre pi felice di voi sono io tante lotte sostenendo e tendendo a tante mte. Oh lasciate alle anime deboli il persuadersi che felice  chi si contenta; questo  argomento fatto per colmar di parole una risposta che sembri una verit, ma  solo per coloro che vivono come gli schiavi: felice  chi non si contenta e di nulla saprebbe contentarsi, ma non ponendo limite al suo desiderio, pensa di poter ottenere in progresso fin che vorr ci che dovr. La felicit  un che di instabile tra la gioia della necessit e il pensiero di poter sodisfarla ed io mi so di tale che pur non godendo di alcun piacere, tal volta gitt spregiando quelli che la sua sorte gli offriva, sentendosi pago di saper che avrebbe potuto ottenerli, e di essersi compiaciuto del loro desiderio. E vi dir ora quel che accadde a un fanciulletto che molto amo, cui un giorno eran stati dati in dono alcuni piccoli vasi perch avesse a giocare con essi. Come li ebbe, timido e titubante preg egli di poterli tenere con s, anche quando avrebbe dovuto attendere ad altri esercizi e poi che era buono e quieto, gli furori concessi. Domand allora se in uno di essi avrebbe potuto porre alcun poco di acqua e, poi che non si vedeva dai suoi parenti in ci nessun male, anche questo gli fu permesso. Chiese ancora se gli si lasciava versare l'acqua dall'uno all'altro de' suoi vasetti e contra al temuto divieto anche di questo gli si diede licenza. E quando insperatamente esauditi tutti i suoi piccoli desideri ebbe in fine fatto passar l'acqua d'uno in un altro, in tutti i vasi, la testina alz dirottamente lagrimando dal suo gioco e chiese: - Ed ora che altro mi resta da fare? - Risero i parenti del suo infantile dolore che pur sembrava significare tutta la vita e per consolarlo gli fecero presente di certo cofanetto ove si contenevano molti pezzi di legno di varia forma, i quali chi con industre pazienza avesse l'uno all'altro adattati formavano un vago disegno gi da prima ordinato. Ed il fanciullo in quel gioco pass lunghe ore componendo e scomponendo e poi ricomponendo faticosamente i suoi disegni e quasi dimenticando ogni altro diletto ed ogni necessit poich sempre in quell'occupazione il suo desiderio trovava ad esercitarsi ed il suo bisogno di divertimento ad appagarsi. Imparate, Demetrio, da quanto vi ho detto, a considerare rettamente la felicit ed anzi che all'immortalit dell'anima, che nessuno pu conoscere se sia o non sia, ponetevi dinanzi uno scopo tale da procacciarvi qualche infelicit e sarete allora pi felice di quanto ora non siate. - Attento m'aveva ascoltato Demetrio, e quando ebbi finito il mio dire esclam: - Per vero, Eliodoro, mi dici cose che non avrei imaginate. Ma dimmi tu, che debbo dunque fare, se voglio esser felice quanto ai mortali  lecito? - Fate - gli dissi, - come gi Policrate tiranno, dell'anello a lui carissimo, e nel gran mare della vita scagliate del vostro cuore qualche parte preziosa che vogliate poi ritrovare, anche dubitando se la ritroverete mai pi. E non state a pensar se l'anima sia o no immortale ch avreste allora prima da chiedervi se essa sia o no: e sarebbe problema da incanutirvi, ma ringraziate con me gli Dei i quali contro alla noia che necessariamente devasterebbe il nostro vivere, i dolori ne concessero, in che si distrae la cura nostra della morte. Se la vostra vita  ordinata in modo da non sentir la necessit di seguitarla, tale necessit createvi di l dalla vostra stessa condizione, e persuadetevi che la gioia maggiore risiede nel maggior numero di speranze che possiamo nutrire. - E su questo discorso egli se ne and ringraziandomi, che era tutto riconsolato: e gi era giorno fatto.
D. - Per, Eliodoro, tu non gli dicesti se l'anima sia o no immortale.
E. - No, come sembra, o Dionisio, ma diedi al suo dolore conforto ben pi grande di quanto avrebbe egli potuto dare, con ogni suo potere, a me.
D. - Dunque pensi che la felicit non sia?
E. - O che essa esista solo in quanto noi possiamo agognarvi.
 EPISTOLA ALL'AMICA LONTANA O DELL'AMORE.
Dove sei, dove sei, mia perduta amica, tanto lontana "tratta dall'arco della tua fortuna"? N saprei ora ove queste mie lettere saranno per giungerti, cos instabile  il tuo errore per i paesi del mondo! E pur questa notte m'ha colto repentino e imperioso il desiderio di scriverti, come faceva ogni giorno quando eri ancor mia, tanto pungente e lacrimoso m'ha sorpreso e soprafatto il ricordo del nostro lontano passato, ed ho voluto per un instante concedermi l'illusione di amarti ora come allora e darmi il piacere di dirti la commozione che mi vince quando penso a te. Poich stasera nessun potere di filosofemi o di sofismi sarebbe abile a rapirmi in alto lungi dai desideri di quella realt che m'ha sempre fuggito, ma a te s' congiunto il mio pensiero ed al tuo ricordo come a quello che meglio d'ogni altro mi sembra faccia risorgere nel mio cuore una verit vitale, la sola che io abbia creduto di possedere, e ti ho riveduta nel mio sentimento e nel mio intelletto quale tu eri e quale la mia fantasia per me ti aveva e ti ha creata.
Vedi, vi son giorni in cui mi sento indifeso contro qualunque malinconia, e mi sembra gravi su di me tutto il dolore del mondo. Ho la sensibilit allo scoperto s che mi manca l'energia per odiare, e provo per ogni fatto una tristissima indulgenza. Non mi vengono in mente se non afflitti pensieri; anzi, qualunque pensiero mi sorga nella mente  velato di dolore. Ogni lettura, ogni musica, ogni spettacolo, ogni idea mi trattiene continuamente sul limitare del pianto. Di queste,  stata per me la mia giornata, e stasera m'ero ridotto qui nella mia solitudine, per attendere fra l'inerte stanchezza della malinconia, una ragionevole ora per andare a riposare. Ma or non  molto, il caso ha voluto che su dalla via salisse ai miei orecchi una musica, prima a pena percettibile di lontano, poi a poco a poco sempre pi vicina, ed era la nostra musica, intendi? onde ho socchiuso gli occhi quasi per prenderla solo con l'anima, e l'ho seguita con l'udito sino a che non s' perduta nella notte deserta. Ah che peccato! La stessa musica sentivamo tal volta quando eravamo insieme, n mai d'allora m'era tornata presente al ricordo; poich ho sempre pensato alla nostra gioia fuggita, senza osar di richiamare le memorie pi atte a farmela rimpiangere. Ho riudito, amica, ho riudito in quella condizione di spirito la musica che udivamo insieme ed allora sembrava segnasse il ritmo di sensi e di sogni in cui pulsavano i nostri cuori, ed ancora il mio cuore ha pulsato in quel ritmo, ed ho rivissuto ci ch'ero allora. Solo una musica, una commozione senza parole, poteva cos rievocare me a me stesso, e tanto irreparabilmente consapevole di ci che  questo tempo e di ci che fu quello; onde se ho socchiuso gli occhi, fu per sentirmi morto a quanto era il presente, ed imaginarmi di vivere per una leggera ansia disperata, a pena la memore essenza di quella felicit!
S; a pena gli ultimi echi di quella musica si son perduti nella lontananza sonora mi son ritrovato nel presente, ma con l'anima cresciuta di sgomento, ma con un fitto velo di lagrime a torno il cuore, ma con la desolazione nel petto inerte perch ho sentito di rimpiangere in te me stesso e la verginit d'una mia fede e la divina ignoranza del futuro che fu. Dunque, mi chiesi, dunque  vero, non sar pi mai cos, non avr mai pi quel sogno, non vivr mai pi quell'ebrezza? Dove sei, mi chiesi, dove sei tu, in quale sei dei sepolcri che come per una antica strada fiancheggiano il sentiero della mia vita transcorsa? Dunque in ciascuno di quelli anch'io mi giaccio morto le mille volte, n di tante vite mi resta pi che il ricordo, e questo pure riapparisce verace ma come ombra fuggevole solo se una musica lo commova, per ricadere subito dopo nel buio dietro le vane parole della sua lapide lasciandomi tra lo sgomento, il pianto, la desolazione? Che cosa  morto di me stesso con te?
Ora sol tanto ho sentito di essere immensamente, inguaribilmente solo e mi son gettato avidamente su la nostra memoria quasi per convincermi che avevo altra volta vissuto. Quel tempo m' parso perfetto di giovinezza e di gioia pur se io sappia che la nostra gioia fu breve. Forse, a punto per questo e perch fu la sorte a cessare il nostro amore e non la nostra volont o la nostra stanchezza noi potemmo vivere in brevi mesi una perfezione lasciando il nostro sogno spaziare tant'alto da esser persuasi che nulla avrebbe potuto durevolmente sodisfarlo. Parve allora che noi soli sapessimo amarci nel mondo e tu cos presto e cos in tempo te n'andasti lontana da me che nessuna turpe ombra di verit giunse ad offuscare la limpida felicit delle nostre vite congiunte.
Come ben sapevi tacere standomi vicina e guardandomi con i grandi occhi attoniti, mentre io, vincendo l'impulso che m'avrebbe sospinto a rivolgermi verso di te, di te godevo di l da te stessa! Noi passammo lunghe ore cos, durante le quali a volte ci parve venir meno per lo spasimo in che ci poneva il desiderio, e talora ci convenne scuoterci a forza, come fossimo affascinati dal nostro stesso incanto. E per la tua muta presenza sapevi esser la musica dell'anima tanto anela ad un'essenza feminea ove riposare come in una pace naturale e sicura onde sembravi il simbolo d'una sorte che io potessi crescere di quante soavit mi suggerisse la tristezza di desidri e di appagamenti lontani, ed impersonavi nel tuo silenzio uno spirito di divina poesia che sapesse vivente rivelarmisi nella vita. Cos come affondando il viso nel flutto odoroso dei tuoi capelli io ho sentito per te la divinit della morte!
Tanto ci amammo, da sembrarci noi stessi e tutto quanto l'universo, insufficienti a contenere, a ragguagliare, ad esaudire la nostra follia. Ogni superstizione fu nostra come ogni volutt; conoscemmo ogni confidenza di due creature mortali e nella nostra nudit luminosa divenne inutile fra noi ogni parola: fummo in un racchiuso attimo un tutto ed un sempre incessantemente vibranti di l da ogni umanit; convivemmo soli nel mondo transumanati ed invulnerabili quasi avessimo noi inventato l'amore e ne fossimo solleciti come d'un'opera d'arte: non sapemmo che fosse egoismo n gerarchia perch ci sentimmo schiavi, non l'un dell'altro, ma di un'astrazione onde sembravamo ambedue parimenti ravvolti ed alla quale dovevamo dare naturalmente e spontaneamente quanto avevam di migliore; ignorammo di esser felici perch fummo tanto felici da perdere ogni nozione o confronto o giudizio situandoci di sopra ad ogni valore: creammo il nostro amore cos fuori di noi e cos pi possente di noi da credere d'aver veramente constituito un che di supremo ed insieme di solamente nostro verso cui avessimo misteriosi doveri di perfezione e segrete responsabilit di morale e di bellezza che c'investivano come di un sacerdozio, per una verit da dover essere poi immortale.
E bene, questo mistero che abbiamo creato, esiste sempre, mia perduta amica, esiste per sempre! Non s'espresse, non si comp, ma  impossibile che l'anima mia abbia tanto vissuto, goduto, sofferto, soggiogato, animato, sconvolto, perch tutto ci possa finire cos, per uno scherzo del destino. Tu sorridi, non  vero? tu che forse non hai compiutamente avvertito ci cui passavi rasente; e pure sento che tra di noi fu in breve un'eternit, e tanto intensa virt non pu essere rimasta senza traccia nel fremito universo delle cose. Troppo perfetta t'avevo creata perch tu non sia mia per sempre. Oh non temere, non sperare, non credere: ti parlo dell'anima! Non te, ma  mio per sempre il sogno ch'io feci per tuo mezzo: allora, come ora, non serve ch'io mi dica nel cuore il tuo nome, ma quella che io nomino lei, sei te ch'io nomino, la divina innominata, quale vive per sempre in fondo al cuore dei pochi che hanno saputo amare. Tu sei stata in fatti la mia perfezione.
Onde sei mia per quanto t'ho attribuito di me. Non perch ci tu avessi ad attuare, ma perch facevo s che tu l'attuassi nel mio spirito ritenendoti io tale da esistere quale ti avevo foggiata. E su di te collocai quanto avevo pensato ed imaginato di pi eletto, come prendendoti a pretesto della mia rivelazione di me stesso e dandoti per ci con crescente volutt di dedizione le fantasie accumulate in tanti anni di desiderio e di silenzio. Ti feci mia in me stesso poich per me raccolsi ogni mia possibilit di passione in te come incastonata in un mio ideale. Fosti la realt ch'io credetti saper creare quasi avessi transfuso in te la mia forza di bellezza per riaverla da te formata nella bellezza tua. Chiamai la tua grazia a collaborare con la ricchezza segreta dell'anima mia appropriandomi la tua essenza vitale per farmene una divinit quale io solo potessi adorare ed in lei esultare per il miracolo del mio cuore. Ti diedi un'anima che pur restava con me ma era fatta d'ogni mia poesia onde t'illuminai di fulgida luce ch'io solo sapevo sostenere.
Per questo sei mia per sempre, invincibilmente, di l da qualunque evento. Da te ho rapito la foggia in cui si materia la mia forza pi pura, onde se io pensi a te, sento come il dovere di proteggerti e di conservarti nel cuore quale ti ho formata. Tu mi sei sacra, come composta di troppe cose mie perch fin che io viva tu non debba esistere; ed il mio sogno di te non potresti n men tu far nulla per restituirmelo o per ritogliermelo. N questo or mai potrei pi io stesso: nell'imagine, nel ricordo, nella fantasia di te, troppo assiduamente ho immerso il mio spirito perch tutto ci non m'appartenga definitivamente, e d'altra parte, per la stessa ragione, provo come un senso d'avarizia o d'indolenza a tentar di disfarmene. Per ci io ti custodisco e ti governo nell'anima, come un prezioso bene ideale il qual rappresenta un mio capo lavoro interiore onde ho fastosamente arricchito la pi intima vita.
Ecco: si narra che coloro a cui fu amputato un braccio, spesso si sognano d'averlo ancora e lo senton dolere come fosse ancor vivo e del loro corpo. Ora, qualche cosa di simile io provo per te: non ci sei pi, da tanto, e pure  come se tu fossi ancora con me, sei una parte di me che non ho pi e che mi sembra viva ancora e per sempre, ma per sempre divenuta irreale, fatta di me stesso ma inabile a vivere, vissuta di me, e fatalmente relativa alla mia forma umana ed esclusivamente necessaria all'unit della mia persona. Non ci sei pi, non ci sarai pi, ma quel che di te dovevo avere, per la perfezione della mia vicenda  mio,  unicamente e perennemente mio.
Non  egoismo, anche ora, nelle mie parole: io ti parlo dell'anima e te ne parlo per una mia vivacit ed ampiezza di sentire, onde dall'attrito di quella con le cose e con gli eventi riprendo l'umanit di me stesso. Non ti chiesi di essere quel che sognavo, ma tale ti resi in me e similmente intesi il nostro legame, s che potemmo vivere quel che  dato come singolare ventura, a pochi, perch potemmo vivere un sogno. E seppi amarti in sempiterno, quando instituendo con te una cos perfetta e complessa e libera comunione di persone, ti feci rispondere e corrispondere ad una verit superiore che rappresentava per questo rispetto la mia ragione di vivere e che solo in te mi parve potersi incarnare come in colei nella quale si traducevano e s'armonizzavano le linee ideali della mia obiettiva personalit amante. Per questo non ti potrei chiamar con nessuno dei nomi che determinano le varie relazioni d'un uomo con una donna, poich ti ho amata per amarti, senza riserve n salvaguardie, senza transazioni n esitazioni, senza raffronti n diffidenze, ma in un dolcissimo abbandono totale e consapevole. Eri una mia propria creatura, e perch avrei dovuto dubitar di me stesso?
Tanto  vero che non mai ho tentato di cancellarti dal cuore, o di sostituirti quanto a quel che sei stata, o di mutarti nel concetto definitivo che mi son formato di me rispetto al nostro ricordo, come se con ci dovessi cancellare, sostituire, mutare qualche cosa di essenziale alla mia persona. Nell'anima mia ho bisogno di stare in pace con te, altrimenti mi parrebbe di compiere un sacrilegio, tanto grandi sono l'affetto e la venerazione che provo per questa specie di sistemazione della mia vita interiore, dal momento che tu mi rappresenti nel tempo e nello spazio una mia chiara definizione, sia in un preciso periodo della mia giovinezza pi piena, sia in una proiezione compiuta dell'anima mia. Per nulla al mondo vorrei modificare questa mia realt spirituale, la qual non ha nulla a che fare con quanto possa essermi intervenuto o sia per intervenirmi, onde non  in me ombra di rimpianto di te, poich quanto ho vissuto per noi era in ogni senso, necessario. Tu sei una mia compiuta esperienza da me cristallizzata nella memoria ove ti ho fatta divenire una propriet inviolabile di cui sono orgoglioso ed a cui il mio sentire partecipa con l'indipendenza e l'indifferenza pi sicure da ogni evento esteriore. Tal che discorrendo come ora con te mi par di parlare solo di me stesso rievocato da un'immemorabile esistenza che io abbia vissuta con un'altra anima. In fine quel che era e doveva esser l'amore per una natura come la mia, in un'et come quella, nelle condizioni in cui ci amammo, nella speranza e nel ricordo che dovevano attuarsi, con te io l'ho esaudito ed esaurito.
Non posso per ci profanare tal mio possesso onde sentendo d'aver in me gravi doveri verso di te, vigilo nell'anima mia a fin che esso come altri non si contamini con nessun diverso fatto e non evolva con le mie vicende, ma resti a s vivo ed immobile e non commisto con il movimento della mia fervida vita, s che nulla di tuo, di mio, di estraneo mi turbi nel cuore l'imagine che di te mi son fatta. Forse non ti amo pi ed in fatti di ci che tu sia ora o faccia non m'importa, anzi il mio pensiero di te non  disgiunto da qualche piet; forse dunque ti ho incastrata per sempre in me, a me riducendoti come un'attivit propria dell'esser mio, una consuetudine interiore a cui sei estranea per sempre. Un pezzo della mia anima  formato di te, per me solo rifatta da me, ma or mai inabile a convivere con il resto e ad escir di nuovo nella luce, ed il mio cuore  da quel lato come ricoperto da una dura crosta che ha un solo spiraglio per dove io solo so penetrare con l'intelletto e ritrovare un calore ancor vergine e forte.
Pure il miracolo del nostro amore mi fece sentire di possederti con ogni mia facolt coordinata ad una stupenda armonia, con un'integrit di fervori che tutto me stesso univa e distingueva in una volont ed in una chiaroveggenza del fine supremo: per ci nulla fra noi era semplice ed elementare ma ogni cosa era tutto. Qualunque momento del nostro breve consorzio mi manifesta, al ricordo, che ciascuna espressione ci congiungesse recava fra noi palesi il desiderio dei sensi ed il disinteresse dell'affetto, lo scintillio dell'intelligenza e la dolcezza della familiarit, onde nell'esplicar ciascuna di queste facolt, volevano, dovevano le altre esser presenti perch ogni nostro atto fosse compiuto, fosse tutto di noi e non vi si sottraesse anche per un attimo l'esercizio pieno e giocondo della nostra persona pi complessa n una di quelle attivit avesse a prevaler su le altre ed a turbare il divino equilibrio in che fra tutte si rispondevano naturalmente.
In un momento questa sublime armonia si dissolse. La tua sorte ti port lontana, ed io dopo il primo schianto ti sentii presente in ciascuno di quei miei sentimenti e non pi in tutti insieme. Un solo momento offusc, appann, incrin, disgreg la lucida fissit di quel tutto e da quel momento il sogno dopo essersi incarnato nella verit rinacque come consolazione; non altrimenti il figlio di Dio aveva compito la sua resurrezione immortale. T'avevo ripresa, per me, avevo ripreso tutto me stesso nella mia essenza pi vera, ed or mai t'avevo esaurita per il mio sogno e dalla nostra realt ero inespugnabile. Dal giorno in cui andavi lontana incominciava in me la tua vita pi efficace e durevole: da quel giorno tu eri mia per sempre!
Ed ora, "stiamo amore a veder la gloria nostra". Non cerchiamo di rivederci mai pi: forse non sapremmo serbare intatto il nostro ricordo, e troppo esso m' prezioso per esporlo a guastarsi, a divenire un fatto od un sguito e poi a svanire. Se ci rivedessimo, forse un vano sforzo ed un pentimento amarissimo di ci che non  pi, ci farebbero aspri e delusi di noi stessi; forse vorremmo trovar parole per resuscitare le nostre memorie, ma vanit e rimproveri ci scorrerebbero dalle labbra; forse vorremmo rivivere un instante di quella felicit o sacrilegamente abolire il passato e riprenderci in un evangelio d'amore, ma di continuo lo spettacolo della nostra antica demenza gloriosa tornerebbe a smentire la nostra illusione. Fu quello il momento pi meraviglioso della mia giovinezza, ed ora nulla potrebbe farlo rifiorire alla mia speranza, poich tu non esisti pi per me, esistendo ora mai solo per me stesso, onde nel nostro contatto sarebbero sempre intenzione, confronto, silenzio. Fatalmente solo il rimpianto s'insinuerebbe tra noi e le nostre mani che si stringessero, s'abbandonerebbero a un tratto inerti come se una morte avesse lor tolto ogni possibilit di comunicare il nostro sentire, e i nostri sguardi si perderebbero nel cielo, non pi osando di mescolarsi in quell'amplesso ideale che ci faceva transcolorare poich troppo avrebbero a dirsi e troppo poco a godersi di se stessi.
Addio: fra poche ore ricomincia la vita e tu sarai ridiventata quanto ad essa uno scialbo ricordo, pur se tutto quel che sono, su di te e su la nostra vicenda si adatti e si colori. N pur io riesco a rendermi un preciso conto di ci, anche se sento e penso che il nostro amore  stato un evento ben pi grave di quanto io sappia. Vi son reazioni ed influssi segreti su cui si disegna la mia pi intima vita, i quali risalgono tutti a quel fatto senza che di solito me n'avveda. Se bene ancora per poco. Come per  rimasto immobile il tempo e come siamo fuggiti noi, vertiginosamente! Ma il dovere vuol che si sia forti e si guardi innanzi a noi con il severo coraggio di chi sa esser padrone del suo destino. Addio, amica mia, tanto amata: addio, addio!
 AHASVERO O LA VERIT.
IL PRETE JANNI. - Aspetteremo ancora. Eterna  la primavera in questa nostra isola ove ci hanno confinati da quando fui detronizzato dal mio regno di Gog e Magog, e son dolci i conviti e i riposi nel mio palazzo tutto d'oro e di sentenze. Verr qualcuno a liberarci ed un giorno udremo dall'alto della nostra torre il grido della vedetta annunziare le navi che dovranno ricondurci nel mondo d'onde fummo scacciati.
ACCA LARENZIA. - Attendiamo, ricordando e sperando. Ma forse ancora vanno ansiosamente cercandomi fra le macchie e le grotte dell'Agro i pastori usi a rintracciarmi per il loro ed il mio piacere dopo ardente caccia amorosa ed a gettarmi a terra per possedermi tra le frasche, incecaliti di sole e di desiderio. Anche io amaramente li rimpiango ma pi assai m'accora il pensiero dei gemelli che trovai sul greto del sacro fiume. Chi li nutrir ora? Le mie mammelle son gonfie di latte e le mie braccia son vuote. Ed in tanto essi vagiscono dolorosamente chiamando la mamma che il fato benigno aveva loro concessa!
MARCO CURZIO. - Anche il tuo esilio  turpe, o Larenzia che desti il tuo latte ai divini gemelli, divenendo cos la prima progenitrice di Roma. Ma Roma, patria nostra, io salvai con sacrificio mortale, n so chi ancora oser sorridendo gittarsi in olocausto nel fuoco, se un'altra volta si spalanchi orrenda una voragine nel Foro. E, tal prodigio d'eroismo avendo compto, perch mai son reietto in questa lontananza d'oblio?
IL PRETE. - E pure io feci ogni sforzo per la nostra liberazione ed usai ospitali cortesie al giovine cavaliere bastardo e prode che s'era spinto un giorno sino a gli alberi della luna a cercar responso circa la sua stirpe, ed a lungo sostenni i discorsi e le domande di quel viaggiatore veneziano che tutto noverava a milioni, e spedii lettere e doni all'imperador Federigo a fin che qui volgesse la sua crociata. Ma inutilmente: gli uomini di noi non vogliono pi saperne e la nostra attesa  interminabile pur se contro alle loro usurpazioni ci sostenga la profumata soavit d'una speranza.
ORLANDO. - Ma non  possibile che non debbano ritornare a noi! Terror di pericoli grava su la Cristianit che non sapr pi difendersi se contro i cani Saraceni manchi io con la mia spada, n alcuno giunger a sventare i tradimenti del perfido Gano se con i paladini non stia io a fianco del vecchio re Carlo.
VERONICA. - Pazienza, compagni miei, pazienza! Io sento che l ci rimpiangono e m'assiste la certezza del ritorno. Allora il sacro lino onde tersi il viso sanguinoso del Redentore sar di nuovo verit di misericordia e consolazione per gli uomini. Oh! Chi sei tu, sconosciuto che mi guardi con occhi riconoscenti? No, non andartene... S' allontanato come se temesse ch'io lo ravvisassi! Chi  costui, Prete Janni, tutto ravvolto nel suo mantello s che non se ne scorge il viso?  fra noi da gran tempo e non disse mai verbo.
IL PRETE. - Non so chi sia, donna pietosa. Si disveler anch'egli un giorno ma ora attende come noi pur se al sol vederlo palesi indicibile maest che lo rende ben di noi pi grande e venerando. Parve commosso di gratitudine quando nominasti il tuo lino: forse anch'egli come me pensa che questo gli uomini abbian serbato a fin che tu lo riprenda fra le purissime dita quando riconquisterai la tua gloria. Fra tanto l'acqua che sgorga dalla fonte di giovent qui nel mezzo di questo fiorito giardino ci disseti perennemente per render pi sicura l'attesa del liberatore e farci sempre pi degni di lui.
LA PAPESSA GIOVANNA. - Oh ch'io beva ancora di quell'acqua prodigiosa, ch'io resti sempre giovane, bella ed ardente, s da conservare intatto il fascino onde avvinsi e soggiogai i fieri conti e baroni che m'incoronarono della tiara! Erano uomini gagliardi e indomabili che solo la mia bellezza seppe vincere. Ed ora, senza di me, che avranno essi fatto della cattedra di Pietro ch'io occupai per breve tempo con gloria? Quanto  per durare l'interregno se io non partorisca un pontefice? Quale altra forza se non quella di una donna come io fui salver il trono di Roma da tutte le immonde cupidigie che lo assediano? Oh, Presto Janni, la libert, la libert! Io ho bisogno di regno, perch solo il dominare esaudisce!
LINO. - No, donna, no, ma cantare! Io, figlio di progenie divina non il regno rimpiango ma il canto. E pure gli uomini hanno scacciato anche un fanciullo come me, e su di me si gettarono come cani famelici per isbranarmi! Ma ora chi dar loro il pianto della poesia, il divino mpito del ritmo, la lirica gioia sublime dell'anima impregnata di sogno? Ailino, ailino pi non canta su la terra ed io muto e dolente cresco il mio cuore d'infinite canzoni che non s'effondono pi sotto un libero azzurro cielo, ma restano tutte e per sempre con me.
IL PRETE. - Sorridi, sorridi ancora, fanciullo! Nulla  pi triste di un fanciullo triste e tu mi sei prediletto in questo mio popolo. Fa che io ti riveda sorridere con la nostra stessa serenit. Guarda, l nel prato degli asfodeli saltano e si rincorrono la Sfinge e la Chimera mentre su di esse alternano voli leggiadri nel cielo il Cavallo pegaseo e la Fenice.
TILL ULENSPIEGEL. - Vieni con me, mio piccolo amico, vieni a giocare con me. Ti narrer tutte le burle che feci al re, t'insegner tutte le mie astuzie, ti dir le favole che mi raccontavano il mio buon babbo Claes e la mia dolce mamma Soetkin. Chi sa come mi cercano e mi piangono, poveretti! Ma io ritorner da loro e tu verrai con me e nei quieti canali della mia Fiandra pescheremo presso i mulini meditando allegrezze.
ORSOLA VERGINE BRITANNA. - Oh, come tornerete, poveri fanciulli, fin l se orde selvagge di Unni percorron la terra e non mai sono sazie di martirii? Chi pu arrestarli? Ove si troveranno ancora le migliaia di vergini che come me e le mie compagne si offrano a dissetarli di strage, cantando la gloria di Dio per la salvezza della fede? Forse tutto il mondo  or mai preda di barbari e qui in vano pregano fervidamente nel loro immenso convento le mie caste sorelle innumerabili, per rinnovare il doloroso miracolo!
IL PRETE. - Vergine, forse la vittoria non  ancora decisa ma ancor si combatte e si muore. Se per venga giorno che i barbari minaccino l'Impero e calpestino le terre sacre, allora fra gli squilli delle magiche trombe tu vedrai scoperchiarsi la tomba ove su quella collina dorme la sua attesa fatale l'Imperatore il quale in quel punto, tutto armato d'oro risorger dal sepolcro e trarr la spada per toccarne l'albero secco che si coprir d'un tratto di foglie. Allora tremer il mondo e si vedranno segni spaventevoli e contro l'Anticristo uscito con i suoi mostri da Gog e Magog, essendo crollate le smisurate mura di bronzo fra cui Alessandro li chiuse, l'Imperatore alla testa delle sue legioni invincibili riconquister Roma e la sua corona immortale.
IPPOLITA. - I miei cavalli, o re, i miei cavalli! Io lo seguir con le mie Amazzoni e gli saremo terribile scudo e basteremo noi sole alla sua vittoria per che sar egli il primo uomo accolto fra noi. Dalla Scizia alla Tracia, dal Termodonte alla Siria, io conosco ogni sentiero e gli sar guida e difesa poich me pi d'ogni altra ama Artemide Tauropolos. Dimmi, o re, quando sar quel giorno! Perch restiamo qui nell'ignavia a logorarci quando tutte le mie membra fremono d'ebrezza solo al ricordo delle folli corse, delle gigantesche battaglie d'un tempo?
NAUNDORF. - Apprendete da me, mia signora, ad attendere ch a restaurare un trono si convengono rassegnazione e tenacia. Io sono lo sventurato duca di Normandia che la frode dei miei zii escluse dalla successione. Chi governer ora il bel regno di Francia deserto del suo pi legittimo sovrano? Perch, perch nessuno volle credermi e fui da ogni parte respinto? Povero e solo me ne son venuto sin qui dopo infinite miserie ad aspettar la mia stella.
IL PRETE. - E la nostra stella rifulger un giorno nel cielo, n in vano le creature gloriose che popolano quest'angolo sconosciuto della terra avranno atteso in serena gioia l'evangelio della rinnovata fede...
LA VEDETTA. - Una barca, una barca nel mare!
TUTTI. - Che !? Chi ? Chi sar mai? Il liberatore? Un nuovo ospite? La vedetta grid dalla torre! Corriamo alla spiaggia! Novit, notizie, speranza! Chi giunge, chi giunge? Corriamo, corriamo! Eccola, eccolo!
IL PRETE. - Una barca s'accosta. V' un uomo solo.
LA PAPESSA. - Un vecchio! Non  buono a nulla! Donne, donne andiamo via,  un vecchio.
CURZIO. - Ma vigoroso.
ORLANDO. - Vedi come rema ardito.
TILL. - Andiamo ad aiutarlo.
LINO. - Sta per approdare.
NAUNDORF. - Recher notizie di Francia. Il mio trono!...
IL PRETE. - Come  vecchio! Chi sar mai? Lo copre solo un lacero mantello nero d'onde escono le membra che paion fatte solo di ossa, tendini e pelle olivigna e rugosa, tanto son temprate di vecchiezza, d'intemperie e di cammino. Di tra l'immensa barba che gl'invade il petto, si protendono grosse labbra e naso adunco, e sul capo gli s'aggrovigliano grige ciocche di capelli crespi. Terribili sono i suoi occhi, torvi e malvagi, sfavillanti e sospettosi! Costui pass certo traverso a tutte le tempeste del mondo. Eccolo a terra: andiamo in contro all'ospite!
TILL. - M'ha dato cinque soldi, m'ha dato cinque soldi!
LINO. - Anche a me, anche a me!
IL P. - Oh, strano,  scalzo e pure su la sabbia della spiaggia il suo piede lascia un'orma di sette chiodi in croce!
AHASVERO. - (O che curioso paese! In tanti secoli da che vado peregrinando in questa Asia sterminata, non l'avevo visto mai!).
IL P. - Salute, ospite.
AH. - (Non mi riconoscono. Ma come pu esservi un luogo ove giungendo io non sia accolto con segni di terrore e di odio? Stiamo a vedere). Non m' dato ricambiarti il saluto poich la mia bocca non pu proferir parola augurale, ma il solo chiamarmi ospite mi fa esser grato verso di te.
IL P. - Ancora dunque salute, ospite. Chi sei?
AH. - (Non mi riconoscono. Oh finalmente ch'io possa passar la mezz'ora di riposo che oggi, come ogni giorno mi spetta, obliando la mia maledizione. Ma son cos avvezzo al male che non so chi mi tratterr dal farne anche a costoro). Non domandare, o signore ma lascia solo ch'io mi riposi ignoto brevemente presso di te.
IL P. - E bene, resta pure con noi. Al pari di noi anche tu forse attendi il ritorno di un migliore destino.
AH. - (Come son stravaganti! Sembran tutti mascherati e pur li circonfonde una mistica luce che par promanare dai loro corpi. Dove son capitato? Voglio domandare). E che attendete?
IL P. - Libert, o straniero, e solo questa speranza ci assiste.
AH. - Attendere? Sperare? No, gi mai, vituperio; io odio quanto  aspettazione e speranza e vorrei distruggere su la terra quanto  sogno, instaurando solo il regno della verit pi arida e cruda ch in questa sola  il reale destino degli uomini.
TUTTI. - Che dice! Chi ? Vedi come d'un tratto  divenuto orrendo il suo viso!
IL P. - Nessuna verit, o straniero, giunge ad ammaestrare come un'aggraziata finzione.
AH. - (Costoro o son pazzi o voglion farsi gioco di me. E che folla ce n'! Stiamo in guardia e pronti a ribattere). Ogni finzione  impostura, ospite, e l'impostura non ammaestra. Or su dimmi, che paese  questo?
IL P. - Tu sei sbarcato nell'isola di Taraconta situata nel braccio di mare che separa il paese di Gog e Magog dal Paradiso Terrestre. Nelle giornate molto chiare di primavera dall'alto della collina si scorgono lontanissime all'un orizzonte le montagne e le torri gigantesche e spaventevoli del regno dell'Anticristo, all'altro i declivi fioriti...
AH. - Vuoi burlarti di me? Ma questi paesi non esistono! Sono stati inventati per i credenzoni o per raccontar favole ai ragazzi. Chi sei tu che vuoi darmi ad intendere simili babbuaggini?
IL P. - Anche tu non vuoi credere? E pure sorrido di tali tue parole. Io sono il Prete Janni e governo tutta questa isola che  popolata d'eroi, di sovrani e di donne illustri. Fra noi  pure un divino sconosciuto e v' anche il pi antico glorioso Poeta!
AH. - Il Presto Janni!? Corbezzoli! Non sapevo che ci fossi per da vero. Vien qua da una parte. Sei proprio lui? Dillo, tanto me ne vado fra poco. Bada, si susurra che il Gran Lama o il Negus ti somiglino molto! Non ti conviene prestarti allo scherzo.
IL P. - Sono avvezzo a non essere creduto n ti contesto che il Gran Lama ed il Negus abbian con me gran somiglianze. Ma ci non toglie che dinanzi a te sia il Prete Janni in persona.
AH. - In persona? Vorresti trascinarmi a discuter di Pelagio e Nestorio? Non  argomento che m'attragga. Di' su, chi sono codesti tuoi compagni? (Sembrano le figure dei tarocchi!).
IL P. - Venite, amici, il visitatore vuol conoscervi. Ecco Marco Curzio che interpretando l'oracolo si gett, sul cavallo magnificamente bardato, per placare gli Dei nella voragine di fuoco che s'era spalancata nel Foro.
AH. - Ma  ormai una fola con la barba pi lunga della mia!
CUR. - Che dici, straniero? Guarda, guarda i segni del fuoco sul mio corpo! Chi ti d il diritto di togliermi la mia gloria?
AH. - No, no, non ci cascher. Mi prendi per un ignorante? Credi che io non sappia esser tu un simbolo, una ombra, una leggenda? Fu atto di buona politica per la fusione delle razze inventar questo Sabino che salvava la patria con il suo sacrificio. Ma a quel modo l, via, ero buono anch'io!
CUR. - Bada, vecchio...
ORLANDO. - Lascialo andare. Ti sembra degno, che uomini di spada come noi debban giustificare le opere loro?
IL P. - Ecco, straniero, questo cavaliere  fra i pi prodi che gli uomini ricordino,  Orlando conte della Marca di Bretagna,  il nipote di Carlomagno che pugn a Roncisvalle respingendo i Saraceni. Vedilo fieramente poggiato su la sua Durendal!
AH. - Nipote di Carlomagno! Giovinotto, come facevi a esser tanto pi vecchio di tuo zio? Non sai che si va dicendo che tu non eri se non un comandante qualunque? Credi che le tue prodezze si bevano ancora come una volta? Son mutati i tempi e t'hanno ridotto un pupazzo da novellette: servivi a pena per far onore alla dinastia!
NAUNDORF. - La dinastia non aveva bisogno di ci! Il nostro sangue non si smentisce.
AH. - Chi parla di te? Tu chi sei, moscardino?
N. - Io sono il Delfino, il duca di Normandia, sono Naundorf...
AH. - Anche tu qui? Attendi la restaurazione? Oh, se sapessi come t'hanno spulciato, anche te! Il calzolaio Simone, Giuseppina e Barras, l'arrivo a Berlino, ma tutto ci  un romanzo per far intenerire le vecchie zitelle! E dovrei crederlo verit proprio io? No, zerbinotto azzimato, non farci assegnamento, tu or mai sei morto e sepolto e chi ti crede si fa ridere a presso!
IL P. - Non ingiuriare, straniero; potresti pentirtene.
AH. - Tanto non sapreste farmi morire e se riesciste a questo mi rendereste il pi insigne servigio.
CUR. - Che misteriose parole son queste? Ma chi  dunque costui?
AH. - E gli altri ospiti son tutti della vostra fatta? Andiamo l verso quel boschetto ove siedono le donne fuggite al mio arrivo, traendo con s i ragazzi che m'avevano aiutato a sbarcare. Capperi, queste s son donne prosperose! Eccone tre, proprio come mi piacevano quando ero giovane! Chi  quella balia?
LARENZIA. - Straniero, se tu mai torni nel mondo, fa che io sappia ci che avvenne dei due gemelli divini da me trovati sul greto del Rumon e nutriti del mio latte! Chi fin d'allevarli? Son cresciuti? Che fu di loro?
AH. - Ah tu sei la Lupa? Acconciavi bene la testa al buon Faustolo!
LAR. - Ma quando li udii vagire nella cesta, visse in me solo la madre.
AH. - Molte cose son accadute d'allora, donna. La lupa  uno stemma, i gemelli son simboli, tu un aneddoto inventato per adombrare le origini qualche poco maculate dell'Urbe.
LAR. - Chi, chi osa smentire i miei fasti? In nome di qual verit mi si nega? Gi le mani, vecchiaccio! Ippolita, bada...
IPPOLITA. - Vecchio malvagio, non t'accostare a me! Il mio scudiscio basterebbe a difendermi. Son Ippolita, la regina delle Amazzoni che ad un mio grido escirebbero dalle loro scuderie a metterti la testa a segno frustandoti.
AH. - Oh, imagine della sterilit, effigie della donna che segue altro destino da quello del sesso e sconciata nelle opere maschili procrea un rampollo inetto...
IP. - Mio figlio! Ippolito, inetto!
AH. - Un sognatore impotente. Val meglio di te Fedra, al meno in tragedia, ch altro non siete tutti se non passatempi da poeti.
LA PAPESSA. - Anche me dunque vorrai smascherare, vecchio rimbambito? Io ti scomunico...
AH. - Eh, donna mia, ci vuol altro! Qualunque scomunica  un gioco, contro di me: figuriamoci la tua! In nome di che me la scaglieresti, o dottissimo Giovanni Anglico?
LA P. - Quale ardire  il tuo di schernir la mia scomunica? Credi io non abbia autorit pari a quella del mio predecessore Leone e del mio successor Benedetto?
AH. - Ma questa  roba da Mirabilia ed ora  persin dimostrato che la sella stercoraria era un semicupo! N men pi i tuoi inglesi bevitori di birra credono questa fandonia.
ORSOLA. - O perch, straniero, parli di noi in cotal guisa? Anch'io sono britanna e con undicimila compagne soffersi il martirio.
AH. - Vedi che cosa vuol dire non saper leggere le epigrafi! Non hai tu ancora appreso che martire e mille cominciano in latino con la stessa lettera? Dovevi ben saperlo e poi che ci non accade nella tua lingua, dovevi allora non approfittar dell'impostura ma rimanere in vece nella verit.
LINO. - Io ti proibisco, o sconosciuto, di parlar cos con la mia dolce amica. Nelle tue parole  la menzogna e non nelle nostre.
AH. - O che vuol questo bamboccio?
LINO. - Paventa, barbaro, l'ira funesta del padre mio Apollo, che mi procre con la principessa Psamate, paventa gli strali della poesia che pi d'ogni altro danno ti annichilir! Lino ti parla, intendi? Lino il divino fanciullo onde procede la virt del canto.
AH. - O perch a questo ragazzo la sua governante gonfia il capo con codeste paure?
LINO. - Taci, se no, per mio padre Amfimaro...
AH. - Lo vedi che non sai n pur il nome di tuo padre? Anche tu sei un figlio suppositizio.
LINO. - A me tale ingiuria, a un fanciullo! Ailino, ailino!
AH. - E vorresti farmi passar questa per una parola greca? Per fortuna qui parlo da maestro, ed ailenu  della mia lingua, ailenu  ebraico!
TILL. - (Ah, adesso ho capito, adesso lo riconosco! E gi, gi: vecchio vecchio, i cinque soldi, l'orma, giudo... Ora l'accomodo io). Straniero, gi la maschera! Non siete voi quel tale di cui ne dicon tante. Posto nel Vangel quale Isacco ebreo errante? Di grazia dite a noi se siete proprio voi!
AH. - (Mi son tradito. Il monellaccio m'ha scoperto. Che succeder ora? E bene, sia quel che vuol essere). S, lo confesso,  vero: Isacco Laquedem  il mio nome: son nato nell'antica Jerusalem, luogo assai rinomato. S ragazzo arrogante, son proprio l'ebreo errante.
TUTTI. - Ahasvero! L'ebreo errante! Buttadeo! Isacco Laquedem! Assuero, Assuero!... Oh! Che  quest'urlo acutissimo! Che accade?
VERONICA. - Ah!  lui! lui!
CUR., IPP., LAR.. LINO. - Chi  dunque? Chi ? Parla, o pia compagna nostra che lo guardi con odio e terrore! Chi  dunque? Chi  costui da cui vi ritraete con spavento?
VER. - Eccolo il vigliacco, il miserabile, il mostro! Costui  un uom di Neftali, che aveva otto anni pi di Ges, signor nostro. Ah tu fremi ora nell'udir il suo Nome! Ascoltate tutti! Fu egli guida ai Re Magi, ma solo per denunciarli al re Erode che ordin allora la strage degl'innocenti. Fu egli a far prendere il Battista e vide la danza di Salome e assist al martirio di Giovanni! Fu amico di Giuda che a lui fece assegnare dal Sinedrio il lavoro della croce. E quel giorno, intendi, turpissimo uomo? quel giorno egli stava su la porta della sua bottega e Ges voleva riposarsi un instante da lui: - Cammina, cammina - gli disse, e Ges si rialz con la croce e gli rispose: - Io camminer, ma anche tu non ti arresterai fin che io non sia tornato! - Egli  il mostro, Assuero, l'ebreo errante, il male, il demonio! Ah, ora fremi, ora ti contorci sotto il peso della mia verit...
AH. - Donna... la tua accusa...  terribile... Veronica... Vera icone... Berenice... non mentire... tu non c'eri!
VER. - Vile, infame, sacrilego! Anche ora al mio conspetto lo spirito del male che ti agita parla per la tua bocca immonda!
AH. - Donna, non mentire, tu non c'eri!
VER. - Io, in quel punto detersi il viso del Signore, grondante lagrime e sangue! E voi tacete? E nessun sorge a difendermi? Ah, ecco chi parler per me, ecco lo sconosciuto che mi guarda con occhi riconoscenti!
AH. - Costui... Chi  costui?... Ah! Perdno, perdno... Oh Dio!... Ah, Egli era veramente suo figlio!... Oh! rimani, non andartene cos! Chi , chi ?... Aiuto, aiuto, perdno, piet...  scomparso... Eterna sar la mia pena!
VER. - Ecco, vedetelo l per terra, schifoso come un rettile! Egli reca da per tutto un contagio mortale e dov'egli passa ogni fanciullo  orfano, ogni donna amante  vedova, ogni madre  spettro di dolore!
AH. - Non  vero, non  vero! Donna, non mentire! Gli uomini hanno imparato a preservarsi ed a guarire dal contagio! Non crescere di rimorsi il rimorso!
VER. - Confessa, mostro, confessa! Che male attacchi ora pellegrinando per il mondo? Confessa, lo so, lo so!
AH. - E bene, s,  cos! Poi che gli uomini resero inefficace il mio morbo pi antico, un altro ne emana da me. Onde non a pena io giungo in una citt (ed or mai tutte le ho corse) ecco che gli uomini sono assaliti da un tremito mentale che li sconvolge ed intendono allora tutto sapere e nulla credere e li coglie un delirio di verit che li fa escire in parole inumane le quali non vogliono pi dir nulla, come quelle che manifestano i pensieri inferiori da me suscitati in loro traendoli da me stesso.
IL PRETE. - Sei tu dunque l'artefice del nostro male? Sei tu dunque il carnefice della poesia?
TUTTI. - Ahasvero! Il boia! Alla forca, alla tortura, annegatelo, scuoiatelo, al rogo, al rogo!
IL P. - Silenzio! Io solo parler con lui! Tacete tutti. Io lo interrogher, non ostante il ribrezzo che m'inspira. Sei tu dunque l'avvelenatore dei cuori, colui che contamina ogni poesia? Sei tu, dunque, che hai orbato gli uomini d'ogni dolcezza degli spiriti?
AH. - Prete, io son quello. Ma forse in ci risiede un riscatto del mio delitto ed un'espiazione della mia pena.
IL P. - Come? Osi chiamar questo un riscatto? Il genio del male che  in te, ti suggerisce anche tale infame menzogna? Marrano!
AH. - La verit, mio signore, la verit innanzi ad ogni altra cosa!
IL P. - E quale verit? Quella brutale, non quella umana, la verit delle cose, non quella delle idee! Che mai credon di operare coloro che ti obediscono, facendosi un vanto di verificar proprio a puntino come sono andate le cose? La verit dev'essere una forza, e tale non pu divenire un semplice accertamento poich manca di umanit.
AH. - E credi pi umana la menzogna? Dunque per un tuo simile pessimismo preferisci perpetuare l'inganno? Per ci, tu dici, credano gli uomini aver vissuto il fanciullo poeta inventor della lirica ed aver pugnato con il suo esercito di equestri donne guerriere la favolosa regina, l dove l'uno  mito che per la conoscenza vale assai meno che non il sapere essersi svolta la poesia spontaneamente dal perfezionarsi e disciplinarsi del grido articolato dell'animale umano, l'altro  allegoria nebbiosa ove si nasconde la millanteria di qualche mercadante pauroso. Credano dunque, tu dici, gli uomini che una lupa allatt i gemini figli di Marte e di Rea, pi presto che sappiano esser stati i primi fondatori di Roma un manipolo di banditi e di prostitute; e conoscano il cavaliere armato che si getta nella voragine, ignorando il formarsi della societ politica dell'Impero. Abbian per certo, tu dici, che una donna comp atto di misericordia verso un condannato a morte, o che una schiera di altre undicimila, non una di meno, fu uccisa per un dissidio teologico, ma non sappiano che quel condannato andava abbandonato e solo al martirio e che a quelle vergini convien togliere per lo meno tre zeri, per ridurle alla realt di una dozzina d'esaltate pericolose alla sicurezza dello Stato. Accettino tutti, tu dici, il tuo smargiasso figliuolo di Berta e di Milone e la sua spada che taglia catene di monti per non spezzarsi, accettino la donna pontificale che sbacchia un papetto tornando dal Laterano, ma siano all'oscuro del sorgere d'un ordinamento feudale, o d'una torbida vicenda d'et buie in cui s'era perduto il concetto della suprema autorit religiosa. Giurino, tu dici, su codesto tuo vassalletto impertinente che diverte e travia i ragazzi ma non s'accorgano che in esso s'adombra la resistenza delle piccole schiatte alla voracit degl'imperi colossali; e si commovano per l'orologiaio pretendente, respinto e misconosciuto, anzi che conoscano esser morto al Tempio il Delfino ed esser fatale la fortuna della Rivoluzione. Costoro son l'impostura, Prete, costoro son la menzogna, la fola inutile e confusa, ma quel che io ti dico  la verit luminosa,  la forza invincibile della ragione!
IL P. - La ragione! La verit! Dunque v' quella sola per conoscer questa e questa dunque sar tale solo se a quella spietatamente soggetta? Sei ben giacobino, o ebreo! Tu hai un solo mezzo di conoscenza e solamente di quello vuoi che si servano tutti, a quel modo che nelle vicende della vita una sola cosa vedi e quella sola intendi che sia la verit. Ma l'anima tua volgare rifugge dalla commozione per l'esule principe in cui s'impersona la virt d'un passato che i tempi nuovi travolgevano, e non sente la simpatia del giovinetto coraggioso ed astuto che non si smarrisce dinanzi al tiranno; irride alla donna sacerdotale pur se significa il determinar la giusta funzione di un sesso, e toglie di mezzo l'eroe paladino che  supremo punto di ragguaglio all'umana prodezza; scema le martiri e nega la donna pietosa, che sono in vece esempi di fede e di bont per i cuori, demolisce il valoroso sabino che insegna il sacrificio di se stessi per la patria, ed abolisce la lupa da cui s'impara non solo che per fato divino l'Urbe ebbe nascimento ma pure che ogni abiezione pu in una donna esser riscattata dall'esercizio della maternit; sgretola la valorosa regina onde gli uomini s'ammaestrano a stimar che le loro compagne posson anche valerli dove non si penserebbero, ed ancora una volta uccide il fanciullo, stirpe di Dei, in cui si perpetua la divina ingenuit infantile d'ogni sicuro poeta! Dove, come, quando, la tua verit insegna altro e tanto? Che rimane di testimonianza efficace di se stessi a gli uomini se tu divori coteste loro creature?
AH. - Tu vuoi che ogni favola sia un principio morale e neghi poi il principio supremo che  di non mentire. Se costoro non sono esistiti,  turpe credere e far credere alla loro storia.
IL P. - E come vorrai allora che gli uomini sappiano ed accolgano l'esempio che essi danno, senza un'imagine che renda questo facile e persuasivo?
AH. - Ma, per l'Anticristo, costoro furono o non furono? E se si scopra che son creature imaginarie, non  vergognoso conservarne la memore realt? Son documenti, sono, son testimonianze di barbarie, son residui d'imposture e riprove esteriori e concrezioni mal sane di fantasia su verit ben pi nude e profonde che la ragione discopre.
IL P. - La verit! La ragione! Non sai escir da queste due povere parole cui forse corrisponde solo il resto d'animalit inferiore che ancor vive negli uomini! Che  mai la vita, che  mai la storia se tu le riduca solamente alla verit? Monotonia inutile, vana ripetizione, riproduzione uniforme di fatti astronomici e zoologici, immobilit brutale, impassibilit incolore, insensibilit perenne ed uguale! Ma noi diamo la vita e l'esempio, noi siamo la verit e la storia n la tua famosa ragione pu dare per qual si voglia suo sforzo, nulla mai di quanto emana dalla nostra magnificenza.
AH. - Ma quale fu la verit vera, la realt reale?
IL P. - Noi, malvagio, noi fummo la realt e la verit. Se accaddero eventi che l'umanit non seppe vedere, noi cre non a pena s'accorse che essi recavano l'ammaestramento pi esperto, e comportavano la memoria pi attenta e precisa. E si foggi le sue creature di sogno per averne incitamento alle opere grandi, e si constitu i suoi eroi ed i suoi fatti favolosi per farsene modelli e precetti, ed attribu supreme virt a gli uomini che le erano stati pi cari, per rammentarli ed imitarli. La realt! Ma a che scopo esisterebbe essa se non per sublimarla nel sogno? Siamo noi il progresso e la storia, noi che tu bestialmente neghi e smentisci. Torna, torna, pure dai tuoi schiavi che si sguerciano a strologar su questo e quello e domanda loro che verit abbian tratte da tanta fatica. Che sanno ora gli uomini di pi? Che la fame suscita la guerra o vero che gli eroi son gente eguale ai vigliacchi o pure che le cose son sempre andate a un modo? E allora detto questo chiudano il libro e tornino tutti nella foresta a gettarsi pietre l'un l'altro!
AH. - Non solo questo dicono.
IL P. - E il resto lo equivale o alla fine sar cieca formula inaccessibile l dove l'uomo abbisogna di fantasia. Perch, perch l'hai uccisa, o distruggitore implacabile? Perch con il tuo novo contagio hai inquinato le anime del tuo delirio di verit? Il sogno  tolto per sempre dall'impasto dello spirito onde questo balbetta parole barbariche che non hanno pi specie umana. Tu hai abolito la gerarchia del pensiero il quale per essere umano deve assumere umana forma gi che altrimenti  letame dello spirito eunuco. Ma non prevarrai, o nemico mortale, e noi saremo per sempre la storia e la verit, la morale e l'ammaestramento, quando dopo la nostra vittoria ritorneremo nel mondo che ci attende per comprendere ancora se stesso. Vergogna, onta, vituperio su chi tolse all'umanit la sua creazione pi bella!
TUTTI. - Vergogna, onta, vituperio!
IL P. - Ah, tacete, tacete, eccolo, ecco che si avvicina il nostro vecchio glorioso!
TUTTI. - Il Poeta, il Poeta!
LINO. - Che io lo guidi! Poeta, Maestro, Signore, dammi la mano!
IL P. - Vedi come il suo capo tutto d'argento fulge di gloria interiore! Egli  veracemente un dio!
TUTTI. - Il Poeta, il Poeta! Gloria, gloria, gloria!
Il POETA. - Che son questi clamori che turbano il nostro silenzio? Vanno ancora all'assalto gli Argivi dai belli schinieri? Chi giunse? Io sono vecchio, son cieco ma dentro mi luce una mia pura vista che illumina tutte le cose. V' uno straniero fra noi, un uomo che molto sofferse e non ha tetto e non lo attendon la sposa ed i figli; sol per questo sorrido a lui come ad ospite caro. Arrivi tu di Grecia? In Grecia sei tu per tornare? Elena, Elena mia, Achille dal rapido piede, il fanciullo Astianatte, Nestore saggio-consiglio, Ulisse multiforme, Penelope casta e pensosa, Nausicaa soletta, Telemaco al fin consolato, o straniero, dimmi, di loro tu dimmi, che son le creature mie dolci onde la tenebra ha gioia! Tu taci? Ecco, sogghigni! E gi, sono un povero vecchio, sono un'ombra e una voce e tu non mi credi, straniero, ma nel torbido cuore ti ridi di versi e di sogni, come il turpe Tersite che ingiuria gli eroi venerandi! Ma ascoltami e ripeti al mondo ove forse ritorni, che se un giorno i tuoi pari, spiegate le barbare insegne, con i cani voraci, con l'orde sospinte a frustate movano a conquistare il sacro dominio dell'uomo, per renderlo sacrilega preda a lor fame bestiale, scorgeranno da lungi sul lido del mare sonante, fermi per aspettarli, schierati in conspetto del sole, tutti gli eroi risorti dall'alta ruina di Troia, avidi di battaglia, fulgidi d'oro e di bronzo, poggiati su le lunghe aste, reggendo i cavalli, fra le tende e le navi, con innumerevoli carri, per iscagliar con urla di gioia le acute quadrella. E vinceranno ch molto esperti son d'armi e d'audacie. Or va: qui non sei degno. Prosegui il viaggio fatale, carco di tua vergogna come d'immondo fardello!
IL P. - Obedisci al Poeta, Ahasvero! Va via, maledetto.
TUTTI. - Va via, maledetto, va via, lo disse il Poeta!
 ELOGIO DEL MIO GATTO.
Grande e sicuro incremento all'armonia dei miei pensieri io ti debbo, o Farnabazo, onesto e silenzioso compagno nella solitudine delle mie veglie. Piacque a me darti il nome di un satrapo, n ti adontasti se non ti concedevo onor di nome ellenico, conoscendo che meglio ti si addiceva rievocare la memoria di un uomo ricco e potente ma barbaro quasi per dimostrare ancora una volta esser tu il meno domestico degli animali che ingenuamente noi uomini siamo soliti cos chiamare. Ed era nel suono del tuo nome il ritmo bizzarro della tua vita misteriosa e irregolare, l dove ben si conveniva a chi ti precedette a collaborare al fervore del mio lavoro, nominarsi Panteia, creatura mite e delicata cui una precoce maternit dolorosa cagion la morte, inattesa e tristissima.
Di Panteia molte volte avrei voluto dirti. Se avessi potuto giungere al tuo intelletto con le mie inabili parole, ben avrei voluto far apparire avanti alla tua fantasia sempre sveglia e desiderosa, la grazia delle sue movenze, l'espressione dei suoi occhi languidi e sensuali, l'inflessione del suo miagolare insinuante e persuasivo. Aveva Panteia ogni pregio di femina a poeta romantico prediletta, dall'ipocrisia misurata ove sa nascondersi ogni intento, all'insistenza carezzevole che riesce a conseguire qual siasi risultato, dall'indifferenza sprezzante, ma efficace ad infrangere tutti i propositi, all'ardore cos animoso da giungere a superare il pi arduo impedimento, dalla tenerezza affettuosa che mira ad apparire spontanea, alla ribellione violenta per ottenere libert indisturbata. E quando la deformit del suo concepire le tolse l'agile mobilit delle membra e la constrinse all'incedere lento e riguardoso, ogni donna che ebbe a mirarla parve sentirsi accomunata a lei nel mistero della generazione e rinvenne d'un tratto le supreme ed ineluttabili analogie della natura. Durante quei giorni in tutta la mia casa pareva non vi fosse giaciglio a bastanza soffice perch Panteia si degnasse adagiarvisi e ad ogni richiamo diretto a distrarla dalla concentrazione in cui sembrava immergersi, come per intendere con ogni suo sforzo alla perfezione di coloro che nutriva nel seno, rispondeva, e non sempre, con un lamento svogliato e breve quasi chiedesse di esercitare in tutta la sua pace il ministerio sacro della maternit.
Ben avrei voluto dirti di lei molte volte, o Farnabazo infido, ora lungi vagante, in cerca di chi sa quali amori, dalla tranquilla compagnia che ti facevo nella mia stanza dei libri: avrei voluto dirti chi venivi a sostituire, sin dal giorno in cui, essendo tu ancora in et giovinetta ti feci condurre nella mia casa. Eri nato da poche settimane, nell'umile tugurio di un contadino dell'Agro ed in una delle peregrinazioni che mi concedo ogni tanto come per la speranza di una tregua alle lotte dei miei dubbi e come per procacciarmi un rifornimento alle stanchezze dei miei desideri, mi riposavo un giorno sotto il tuo tetto, meco stesso meravigliandomi di aver guidato le inerti complicazioni del mio spirito ammalato o forse sol tanto annebbiato, nella semplicit solenne dei campi. Sdraiato su di una rozza panca tu socchiudevi gli occhi ai riflessi troppo vivi del sole, sembrandoti per lieve sacrificio quello di privarti dello spettacolo della natura, pur di godere il tepore in che ti avvolgeva la stagione mite e luminosa. L'estremit della tua coda che di tanto in tanto si sollevava lentamente e lentamente ricadeva, il tardo moto delle palpebre schiudentisi perch i vigili occhi scrutassero i pericoli che opini aver sempre ragione di temere in torno a te, e qualche raro scatto brusco, atto a conquistarti una mosca troppo audace od a repentinamente rimettere nella naturale levigatezza qualche ciocca del tuo pelo escita di sesto, questi apparivano in te i soli segni di vita. Ma erano nel tuo atteggiamento dignit talmente grave e serena, tranquillit cos pensierosa ed altra, tanto signorile padronanza di te, che alla mia mente, troppo solita ahim a staccarsi dagli accertamenti della verit per ascendere alle contemplazioni dell'assoluto ed alle pi meravigliose lusinghe della fantasia, ti dimostrasti non solo modello genuino della tua stirpe. ma anche consapevole rampollo di una superiore razza vivente.
Poich pur quando mi fosti compagno della solitudine operosa ed io mi sforzai di circondarti delle mie maggiori eleganze apprestando morbidi cuscini e densi tappeti a fin che il soggiorno presso di me avesse ad esserti di gradimento e di conforto, non mutasti per nulla l'espressione della tua persona e mantenesti i caratteri dell'indole tua n quanto ti circondava valse a farti sembrare diverso da quello che eri. E fosti signore e orgoglioso nel mio studio come saresti stato in una reggia, com'eri nell'umile tugurio ove ti avevo raccolto: un cane, l'animale da tutti amato perch si piega e si affeziona, avrebbe rinunciato ai diritti dell'esser suo, e dal nuovo stato avrebbe per sua natura e per gratitudine ripreso aspetti nuovi e nuove costumanze.
Per questo io amo la tua stirpe, o Farnabazo, che ora in libert godi forse a percorrere i tetti circonstanti. Poich tu, come avrebbe ogni tuo simile, sapesti mantenerti qual eri n mai in alcun modo apparve che la mutata fortuna della tua vita fosse riuscita a violare la scettica indifferenza con cui la tua razza attraversa la nostra civilt. Sembrasti anzi in sul principio diffidente della nuova condizione in cui il caso ti aveva posto. Quando l'agricoltore dal quale ti ricevevo in prezzolato dono ti condusse alla mia casa, non a pena fu aperto il rude sacco in cui, lo rammento, ti avevano chiuso per transportarti, tu quasi invasato da furore sublime, d'un balzo ti precipitasti su di un tavolino che nel mio studio sorregge alcuni antichi volumi di storici di Bisanzio e dopo avermi guardato in atto di sfida rizzando il pelo, mostrando i denti, soffiando terribilmente e sfavillando dagli occhi la repressa ira, rapido scomparisti sotto uno scaffale. N valsero lusinghevoli appelli, n offerte di prelibate vivande n minacce con spaventevoli voci profonde od acute, con verghe o proiettili manifestate per snidarti di l: io so anzi di tale che avendo sconsigliatamente tentato di attirarti a s con una mano, su questa port a lungo i segni dell'invito inefficace e della tua vigorosa protesta.
Due giorni durasti nella difesa, due giorni in cui fosti eroico. Poi ti rendesti, non per fame, ma perch intendesti testimoniare che di tua volont solo, ti degnavi di venire fra noi. E prima sporgendo la testa, poi ritraendola, indi avanzandoti fuori di nuovo come a scrutare il limitato orizzonte, dopo tornando a nasconderti, ti risolvesti finalmente a muovere qualche cauto passo nella stanza. Il silenzio di cui mi piace circondarmi parve andarti a genio, poich sentisti subito il bisogno di darti ragione minuta e precisa del nuovo domicilio e con la curiosit che ti rende l'animale meglio acconcio a far uso della pi meditata esperienza volesti su ogni sedia, su tutti i piani dei miei scaffali, su qualunque cantuccio, su questa e quella mensola, osservare, considerare, riflettere.
Cos incominciava, o Farnabazo, quella nostra intellettual consuetudine in cui dovevamo rimanere per tre lunghi anni. Durante i quali io scoprii in te le qualit pi belle onde possa menar vanto un vivente, quelle stesse che all'uomo del futuro con misteriosa parola predice il grande spirito di Zarathustra. Pigro e lascivo, insofferente di freni ed ingrato, squisitamente egoista e raffinatamente crudele, parve ponessi come fine al tuo vivere il conseguimento di un tuo perfetto equilibrio tra i sogni e la felicit. Alla tua superbia sembr tutto dovuto, cure, riguardi, espansioni n mai un volgare moto di disinteressata riconoscenza scosse la serenit del tuo calcolato egoismo. Tu molto amavi il mio studio perch tepido, tranquillo e ben riparato dalle ingiurie delle stagioni, molto ti compiacevi delle mie carezze perch con la mano esperta dei tuoi pi riposti sensi sapevo scorrere leggermente sul tuo corpo facendoti distendere in fremiti di piacere, molto cercavi la mia compagnia durante il mio pasto frugale poich sapevi non in vano manifestarsi allora per me il tuo rispetto affettuoso. In altri momenti nulla avrebbe potuto scuoterti dalla calma sofoclea in cui amavi adagiarti; o seduto su lo scrittoio seguivi con attenti occhi inquieti il tenue nastro di fumo poco a te gradito che dalla mia sigaretta si perdeva nell'aria o fissavi intensamente come se maturassi propositi selvaggi lo scorrer rapido, scricchiolante e nervoso della mia penna o tentavi con timida grazia far oggetto di gioco di una pagina nel suo voltarsi, d'un moscerino volante a traverso il campo della nostra luce, d'una foglia di rosa che si staccava dal suo bocciolo. N osavi turbare l'aurea quiete del vate come se ti sentissi mallevadore del contributo fornito dalla tua presenza al prodursi delle mie inspirazioni.
N altrimenti mostravi di voler entrare nella mia vita. Io non so se tu m'abbia mai amato e sarei pi tosto incline a creder di no, ma so bene che ti lasciavi amare da me, senza in alcun modo darmi l'impaccio del tuo sentimento, senza addossarmi colpa veruna di un non ricambiato affetto. Un cane (perdonami se anche una volta ti parlo del nemico ereditario della tua stirpe) un cane in vece m'avrebbe dimostrato una devozione tale da turbar la libert del mio impulso, ed imporre a me doveri tal volta gravosi, l dove tu non avresti fatto mai nulla per rammentarmi che io, se tu m'avessi amato, avrei dovuto corrispondere al tuo affetto. In ci forse risiede la ragione per la quale poeti e filosofi amano te a preferenza del cane, ch questi implora carezze ed effusioni, supplica perdoni e tenerezze, rimprovera durezze ed oblii, vuol far sapere ad ogni costo esser egli fedele, devoto, affettuoso esigendo implicitamente ricambi e riguardi ed infliggendo la responsabilit dell'amor suo. Tu in vece eri solo un mio pari e non mai riconoscesti in me superiorit, diritto, dominazione: un cane sarebbe stato l'amico sviscerato del suo padrone, troppo per ci in confronto di quanto avrei chiesto alla sua compagnia. Sappi, o Farnabazo, non in diversa guisa potersi tra loro paragonare ed in categorie partire ben altri affetti che traversano la vita di un filosofo o d'un poeta.
E molte lunghe deliziose ore passasti anche su questa poltrona che ancora mi sta dinanzi, ove pur seguitando placidamente a dormire mutavi spesso di atteggiamento quasi ad accrescere i contatti voluttuosi con le morbidezze del giaciglio, mentre forse il ricordo dei profumi onde Panteia aveva prima di te impregnato il luogo del tuo riposo, popolava il tuo sonno di vaghi fantasmi soavi. Da questo di frequente mi piaceva destarti per renderti consapevole del tuo benessere, come per farti vivere la gioia del desiderio, la qual bene sapevi esser maggiore di quella del conseguimento; sembravi allora comprendere lo scopo che mi guidava a farti verificare la perfetta beatitudine della tua inerzia, dando un pigro sguardo di felicit al mondo circonstante prima di racchiudere di nuovo la testa tra le morbide zampe e di riprendere il respiro indolente ed a pena visibile del tuo riposo.
Ma a volte, quasi a ribellione contro la servit civile a te imposta dalla nostra convivenza od a riprova della tua animalit superiore, o ad esercizio di spiriti originari che ti sembrava stessero per perdersi nel tuo organismo interiore, fra gli agi in cui la tua vita scorreva, un improvviso bisogno di movimento ti agitava ed allora per l'ampia mia stanza dei libri ti davi a corse vertiginose valicando in un balzo l'opera d'intiere dinastie di filologi, saltando senza metodi n criteri da uno scaffale di storici a una mensola di poeti, demolendo con un colpo di zampa alte colonne di ponderose riviste, o, come non una sola volta, facendo infrangere per terra boccali di Montelupo o vasi di Samo, di cui andava adorno il mio studio. E ci per rincorrere una piuma che tu stesso spingevi leggermente nell'aria, non dissimile in questo da molti uomini di eletto animo, i quali un'illusione che si sono essi stessi creata ardentemente inseguono sapendola tale, quasi a conferma d'instinti in procinto di vacillare nella loro natura.
Indi da luogo nascosto e sicuro ristavi a contemplare da lungi le conseguenze del tuo transcorso con la speranza di cansare, pur disposto a sopportarlo, il preveduto e meritato castigo. Ma assumevi cos ingenuo e meravigliato aspetto quando m'avvicinavo a te per chiederti ragione del tuo contegno irriverente e con tanta mansuetudine ti lasciavi docilmente prendere dalle mie mani, guardandomi rassegnato e stupito come per avvisarmi di pensar bene a punire un innocente, che da vero riescivi a dar l'illusione di un perfetto candore. Ma sentivo ben io battere forte il tuo piccolo cuore sotto la mia mano e ben ratta era la tua fuga non a pena avvertissi rallentarsi lo sforzo con cui ti tenevo. Rientravi poco dopo, ipocrito Farnabazo, con aspetto indifferente e tranquillo ed in brevi instanti un denso vibrare di fusa mi faceva accorto che tu dalle durate fatiche e dall'evitata punizione, prendevi degno riposo, onesto conforto.
Non provvisto di superiori doti tra i tuoi simili ma eguale in tutto ad essi, avevi le qualit pi invidiabili per conseguire la felicit suprema che pu raggiungersi da creature mortali. Ed amavi per ci, rispetto al tuo intendimento, forme squisite di bellezza e ti compiacevi di esprimerle in te stesso. Tutte le membra proporzionate e di incomparabile elasticit, tutti i muscoli sottili, leggeri e mirabilmente agili e sciolti, tutte le forme snelle e pieghevoli, sembravano in te riunirsi ad una concorde tensione per un'ambita preda quando i tuoi sensi infallibili sorprendessero le orme recenti del topo a te nemico e ai miei libri. Grande e solenne spettacolo di natura mi davi quando nel secondare gl'instinti cos invariatamente mantenuti dalla tua razza a traverso tanti secoli di convivenza con gli uomini (i quali sembra si sforzino in vece di soffocare nell'anima i loro) esercitavi il nobile e signorile ministerio della caccia. Si vedeva ben lungi dalla tua intenzione il compire opera utile non solo ai tuoi ospiti od ai viventi, ma a te stesso e solo per procacciare arduo sodisfacimento alla tua sensibilit bisognosa di eccitazione e di moto, spendevi in lunghe poste, in giocondi inseguimenti, in tripudi di crudele vendetta, molte ore che avresti altrimenti date al tuo ozio geniale. E quando il debole animaletto era caduto in tuo potere, ne prolungavi con squisita raffinatezza la lenta agonia mentre la bocca ti s'atteggiava ad una piega trionfante come in un feroce sorriso implacabile.
Tu sapevi oltre a ci non esservi bellezza senza mistero ed ogni segreto contenere un influsso divino. Per questo ti compiacevi nella caccia del topo il quale si nascondeva e riappariva alternativamente al tuo sguardo, ti sfuggiva e ti ricadeva tra le unghie, si confondeva tra le pieghe delle stoffe o dissennatamente traversava incerto, codardo e veloce la larghezza della stanza ove con mal cauto proposito s'era pensato di trovare sicuro ricetto e facile nutrimento. Per questo volevi che i giochi in cui tal volta amavo distrarre con te lo spirito aggravato dalle cure e dagli affanni della vita o dai pensieri dell'inutile ed incompiuto sapere, non si producessero in volgare evidenza ma contenessero in s qualche palese elemento di incertezza e di aspettazione. E per assai pi di visibile sfera che ti rotolasse dinanzi o di festuca che ti agitassi avanti a gli occhi, ti dava ineffabile godimento il lembo di carta che all'improvviso passava per la fessura della porta o la sottile bacchetta che scompariva sotto al tappeto. E quando tornavo ai miei tragici o all'immobilit dei miei sogni, attendevi da me ancora a lungo il riprender l'amichevole consuetudine, e sembravi scrutare sul mio viso e nei miei movimenti l'intenzione che avresti gradito vedermi attuare.
Solo con questo inganno riescivo spesso a trattenerti presso di me quando chiaramente mi dimostravi il desiderio di lasciarmi solo. Poich nessuna diretta forza umana sarebbe giunta a farti fare cosa contraria al tuo instinto, al tuo desiderio, al tuo capriccio: se volevi uscir dalla stanza dei libri, dopo aver esperimentato i mezzi leciti e comuni, ricorrevi alla preghiera e venivi umilmente a miagolare ai miei piedi, per implorare la tua liberazione arcuando tutto il corpo ed erta sollevando la coda, mentre con la testa strisciandomi vigorosamente su le gambe mi davi non dubbia prova della pi interessata espansione. Ma se n anche tali concessioni ai diritti imprescindibili del tuo orgoglio ti valevano il premio agognato della libert e se di fuori giungeva ai tuoi sensi il richiamo della candida amica che m'ha preferito, anche se fossi io stato assorto nell'interpretazione del pi meraviglioso e meno accessibile epinicio di Pindaro o sul punto d'intendere al suo giusto senso il magnifico segreto del mago di Agrigento o se in una fugace rievocazione stesse per risuonarmi nell'anima il ritmo armonioso di un coro di Euripide, tu imperiosamente ed immediatamente pretendevi la tua libert. E nell'insistenza con cui accarezzavi di tutto il corpo la porta chiusa, nel lamento persino supplice e sempre rauco di desiderio, nello sguardo agitato ed ansioso, nel gesto stesso con cui toccandomi lievemente sembravi mostrarmi raccogliersi in questa stanza su di te l'unica verit meritevole di un compimento e di una perfezione, si sarebbe detto volessi tacitamente esortarmi a stender la mano sul mondo per appagarmi di quanto pu esso concedere, volessi ammonirmi a viver la vita e non a sognarla. Finalmente tentavi con forza di procacciarti la sospirata libert ed allora di tanto rumore infastidivi la mia quiete e con tanti brevi salti e con tanti sforzi delle unghie robuste ti affannavi in torno alla preclusa uscita che al fine interrompevo il mio lavoro per congedarti e tu con un giubilante croscio di fusa sonore e musicali ove sembrava risuonare la totale esultanza trionfante del tuo spirito, scomparivi rapidamente nell'oscurit del corridoio.
Poich non pu, io mi credo, dare la divinit ai mortali segno pi perfetto d'indipendenza, se non per mezzo di un esemplare della tua stirpe. Durante il soggiorno fatto presso di me, o Farnabazo, non riescii ad importi una sola consuetudine, non giunsi a dominarti n meno per un instante, non valsi a piegarti una volta ai miei desideri. Un fermo e sublime spirito di ribellione diresse sempre gli atti della tua vita e sembrasti sospettare in ogni mia iniziativa a tuo riguardo un attentato alla tua libert. Diffidente ed astuto non cedesti ai fascini menzogneri della schiavit, ed il mio considerarti animale domestico fu da te inteso solo come stato transitorio, tregua passeggera allo sviluppo normale dell'individuo a te imposto dalla tua razza. Avevi tal ora nello sguardo certa profondit misteriosa che pareva celare il ricordo di gigantesche lotte dai tuoi antenati sostenute per affermarsi, soprafare, perfezionarsi e si comprendeva che non avresti facilmente ceduto gl'incomparabili vantaggi della tua constituzione libera e forte alle seduzioni di una molle ed obbrobriosa servit. Ribelle ad ogni assorbimento, a qualunque soggezione, a tutti i tentativi di disciplina, parevi un monito vivente della necessit in ogni mortale di vigilare di continuo per mantenersi, anche solo, ma sciolto da ogni impedimento al suo volere. E mostrasti prodigi di volont e di ostinazione nel cercar con ogni cura di non sottostare ad influssi di sorta od al meno di transformarli a tuo profitto. Nessuno riesc mai a sforzarti alla ben che minima transazione, e quando la violenza tent di comandarti patti che ti parvero vergognosi, tutto lo sdegno della tua anima generosa e indipendente trabocc in altissimi gemiti d'ira e di dolore. E con eroica tenacia confermasti sempre la tua superiorit di gatto, come per avvisar che molto manca a noi uomini prima di poter giustificare l'orgoglio con cui ci siamo posti al sommo della scala degli animali.
Ritorna, o Farnabazo fuggiasco, ritorna nella tranquilla e solitaria aula dello studioso. Non per benefici io possa averti fatti ch non son questi titoli onde mi pensi di commuoverti ma per la lunga consuetudine in cui fummo avvinti, ma per le somiglianze scoperte fra noi, io vorrei tu scendessi ancora nella abbandonata mia stanza dei libri. La soffice poltrona ond'emana il ricordo della mite Panteia ti attende con i morbidi cantucci di cui amavi fasciare le membra ed ancora serba memoria di te il grosso volume dei Basilici sul quale ti piacque tante volte assiderti per contemplarmi. Io ti dar frequente gioia di carezze e rinnovata eleganza di ludi e forse tu troverai ad esercitar piacevolmente l'agile grazia delle membra, inseguendo qualcuno dei topi che, imbaldanziti dalla tua scomparsa, annunciano con irrefragabili tracce il loro ritorno. Discendi ancora, o profugo Farnabazo, qui ove il mio desiderio cerca di transfondere in sincere parole gli spiriti delle vergini Muse e di rievocare le inspirazioni supreme da esse dettate. Io ti ripeter le severe profezie di Zarathustra e come gi facevo quando m'eri compagno confider alle tue orecchie intelligenti la vana aspirazione della mia sorte o dal tuo esperto consenso chieder suffragio per la verit e per la lotta.
Ritorna, o Farnabazo, animale perfetto e misterioso: spesso io credo vederti apparire d'un tratto su la soglia della mia vita ed ogni tanto io cerco ancora presso a me il tuo esempio di superba fiducia in te stesso e la compagnia della tua natura sempre libera e ribelle, come per conforto ed esortazione al pi nobile desiderio ed all'austero silenzio.
 SECONDO DIALOGO DEI MORTI O LA CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA.
CRISTOFORO COLOMBO. - Dunque, n anche questa volta  toccata a noi!
PROMETEO. - Ma che! Non c' giustizia, ecco! A me, per esempio, doveva toccare da venti secoli al meno! Il fegato non mi s' ancora rimesso, da che quell'uccellaccio ingordo me l'ha beccato a suo piacimento, certo per tutta la bile che ho dovuto farmi nello star qui a marcire aspettando!
ALESSANDRO VOLTA. - Eh, abbi pazienza, amico! Verr anche per noi il nostro momento e il vecchio Caronte ci sbrigher. Altrimenti pregheremo il nostro collega Colombo di allestirci ancora una delle sue caravelle e su di essa passeremo trionfalmente lo Stige.
COLOMBO. - Volentieri lo farei, prima di tutto per me, se non vi dispiace. Allora per avevo una certa idea del punto ove mi pensavo di giungere, ma ora non saprei proprio dove andare a sbattere.
PROMETEO. - S, s, voi scherzate, in quanto siete qui a pena da pochi anni. Ma per me che ci sono da pi di trenta secoli... Ahi, ahi, il fegato, il fegato!
PASTEUR. - E pure dovresti rammentare ci che or ora Caronte ha urlato a quello l vestito alla greca: trenta secoli non son nulla e l'eternit  abbastanza lunga.
PROMETEO. - Ma io stimavo pure che per il beneficio fatto a gli uomini avessi diritto a qualche precedenza.
COL., VOLTA, PAST. - Eh! Che hai fatto? Che sar mai? Ti par egli questo il luogo da vantarsi dei benefici fatti a gli uomini?
PROMETEO. - Sicuro! Proprio cos, se non vi rincresce. E lo ripeto: io ho fatto a gli uomini il dono pi grande. Per me essi hanno ci che li fa per da vero differenti da gli animali. E provatevi a dir di no!
PASTEUR. - No, via, Prometeo, proprio no! Tanto  vero che gli uomini si ricordano di te, solo perch sei protagonista di tragedie. Non per il fuoco l'uomo  diverso da gli animali, ma per la ragione, e questa non l'ha inventata nessuno.
PROMETEO. - Ma levati di l! Pare impossibile che un uomo serio, membro di varie academie come tu sei, si lasci scappare certe balordaggini. Tutti lo sanno e l'ha confermato anche un poeta, come il dire l'uomo animale ragionevole sia per lo meno prematuro.
VOLTA. - Come ti pare, ma  inutile, nessuno creder che a gli uomini il beneficio pi grande provenga da te. Credilo a noi, va l, che abbiamo un po' pi d'anni e d'esperienza di te, c' qualcuno, per non far nomi, il quale a gli uomini ha dato altro che il fuoco!
PROMETEO. - E dagliela! Quando te n'esci a dir di queste scempiaggini ti piglierei per il collo e ti darei uno sgrullone, se non fossi morto!
PASTEUR. - No, caro, no, hai torto, via, non scaldarti il fegato, credi a chi ha fatto studi, ha letto, ha vissuto pi di te. Or mai, non per vantarsi, ma c' qualcuno che t'ha superato.
COLOMBO. - S, Prometeo, qualcuno ha fatto pi di te.
PROMETEO. - Dunque tutti mi date torto? Dunque non mi val nulla quanto ho operato e sofferto, perch io abbia a ritenermi il maggior benefattore dei mortali? A che punto deve arrivare l'ingratitudine degli uomini, anche dopo morti! Metteva conto da vero di combinare tanti dispetti a danno di quel povero Zeus, che in fondo era una gran buona pasta di dio, e di starsene per tanti anni incatenato sul Caucaso a godersi quell'aquila maledetta e i cori di quelle ragazzacce pettegole per veder poi misconosciuti i propri meriti! Vorrei me lo diceste chi  stato a fare a gli uomini un dono maggiore del mio!
GUTENBERG. - Io!
COL., VOLTA, PAST. - Io!
PROMETEO. - Ah ah! Ecco che mi fate ridere! Eccoli l, questi grandi benefattori dell'umanit, che non a pena si entra a discutere il merito, s'affollano per prenderselo tutto, ciascuno per s! Ah, ah!...
GUTENBERG. - Prometeo, senti! Il vero beneficio l'ho fatto io! Io ho inventato la stampa. Se gli uomini sono instruiti, se il sapere non  pi privilegio di pochi, se ognun che abbia un'idea pu divulgarla a tutto il mondo, se la coltura  or mai aperta a chiunque, a me, a me solo si deve. Non ti pare che io abbia reso uomo l'uomo pi di qualunque altro dei miei simili? Poich a lui ho dato lo strumento per far valere la ragione che lo distingue dai bruti, la quale egli ha ricevuto in dono da Dio: ma se non potesse diffonderne gli aiuti egli non sarebbe quel che . Ti pare o non ti pare? Non risiede nella stampa il maggior progresso dell'umanit?
PROMETEO. - Vecchio mio, Cadmo fenicio, un mio lontano parente poich io son figlio di Asia ed egli fratello d'Europa, ti aveva preceduto. Scoperto l'alfabeto, o che altro c'era da inventare in questo ramo?
COLOMBO. - Pare anche a me. Tu, caro Gutenberg, non hai dato il sapere, ma uno dei mezzi per procacciarlo, onde, per colpa tua, ogni uomo ha dovuto convincersi che era meglio non sapere. Io pi tosto, ho regalato un mondo al mondo...
VOLTA. - Al mondo? Piano, amico mio, piano: al Re di Spagna l'hai dato e il tuo mondo poi a tutti gli uomini ha cresciuto la brama delle ricchezze, ha posto a dosso l'irrequietezza, ha fatto venire i nervi tesi, ha elevato i prezzi delle merci e se non ero io, chi sa quanti altri mali piovevano ancora su quel povero mondo vecchio, giungendogli d'oltre Atlantico! Pensa, in vece, che io ho affratellato tutti gli uomini, facendo s che potessero intendersi a qualunque distanza, e che sono il solo che abbia creato una forza!
PROMETEO. - Era pi forte la mia. E poi tu l'hai trovata senza merito, per "combinazione".
PASTEUR. -  vero, hai ragione, Prometeo! Tutti costoro si vantano troppo. Del beneficio che ho fatto io, vedi, non discuto n meno!
VOLTA. - Oh bello! O che forse hai scoperto il modo di non morire? Non sai quel che disse il Metafisico al Fisico che aveva trovato il modo di vivere a lungo? Va l, flebotomo.....
PASTEUR. - Piano con le parole, prestigiatore, cerretano.....
GUTENBERG. - Hai torto, e hai torto anche tu, mediconzolo da strapazzo. Sono io, in vece...
COLOMBO. - Ma va a nasconderti, venditore di lunari, che tocca a me proprio.....
TUTTI. - Stolti... occhi di cani... cuori di cervo... paltoniere... ciarlatano da quarta pagina... racconta frottole... figura retorica... mercante da fiera... giocatore di bussolotti...
DIOGENE. - Oh, la smettete? Che  questo chiasso? E finitela dunque, ch se Alessandro mi parava il sole, voi mi disturbate la passeggiata all'ombra! Non vi vergognate di far di queste scene come se foste tante ciane al mercato? Di te, Prometeo, lo capisco, che sei fegatoso e ancora un po' barbaro, ma costoro, poi, hanno dunque perduto il senno? E pensare che l su v'hanno eretto statue, murato lapidi, coniato medaglie, pubblicato opere e vi portano ad esempio in tutti i libri di lettura per i ragazzi! Bella figura fareste, se si vedessero! Di' tu, Prometeo che sei delle mie parti e ci si capisce meglio, che  tutto questo putiferio?
PROMETEO. - Ecco:  andata cos. Io dicevo d'esser stato il maggiore benefattore dell'umanit, perch ho inventato il fuoco. Non sei anche tu del mio parere?
COL., VOLTA, PAST., GUT. - Non  vero! Son io! No! Spetta a me! La scintilla elettrica! Bugiardo! Non  vero! L'America! La stampa! Passa via! No! S! Io la salute, la vita...
DIOGENE. - Ho capito, colleghi, ma vi prego di non prendervela con me, perch di tutti i vostri doni, se fossi ancora l su, non saprei proprio che cosa farmi. N a punto per questo sarei buono a definire la vostra controversia poich per conto mio penso che tutti egualmente abbiate fatto opera inutilissima. Ma s come sono equo, arrendevole e temperante sopra tutto per le questioni che non mi riguardano, e d'altra parte non ho nessuna voglia che altri sia di questo mio parere, cos vi propongo un modo di pacificarvi.
TUTTI. - Sentiamo.
DIOGENE. - E bene, venite con me. L gi, passando, ho veduto un bel gruppo serrato di filosofi, con i quali mi trovo in relazioni a bastanza cordiali, ed essi, proprio ora, stanno gravemente e serenamente disputando. Risolvon certo tutti i problemi che posero da vivi e lasciarono ciascuno in eredit ai disgraziatissimi posteri loro. V'assicuro che vi son sapientoni di prima forza e di tutte le risme. Noi andiamo da loro, io dico la controversia ed essi, l l, ve la compongono. Potete fidarvene perch sono fior di pensatori e di moralisti. Vi conviene?
TUTTI. - E bene, facciamo pure cos, proviamo un po'!
DIOGENE. - Venite dunque. Fate piano che non abbiate a disturbarli. Eccoli, eccoli l. Uh, come son gravi e seri! Chi sa quali profonde verit stanno dicendo! Piano, fermi, zitti, lasciateli finire. Venite da questa parte, anzi, e mettiamoci qui dietro a sentir quello che dicono. C' sempre da imparar qualche cosa. Poi, poi andremo. Zitti...
NUMA POMPILIO. - Come cuoceva la schiena di bue quella brava Egeria, era cosa meravigliosa. La faceva arrosto e veniva cotta a puntino e rosolata che avrebbe fatto gola a Giove.
CONFUCIO. - Non mi parlar di queste cose, amico mio! Mi fai ricordare certi pranzetti che cucinava mia moglie, certi nidi di rondine da leccarsi le dita. Il guaio si  che mi toccavano solo quando invitavo Seng-zeu, il mio discepolo prediletto: capirai, venne il giorno in cui dovetti separarmi. Sparsi la voce che ripudiavo la moglie per darmi allo studio, ma quei nidi di rondine d'allora non li vidi pi. Oh! Chi  che ride qui dietro? Ah, sei tu, Diogene? Che vuoi e chi sono quelli che t'accompagnano?
DIOGENE. - (Su, amici, non ridete! Seri, per Zeus, che mi fate sfigurare!) Noi veniamo, uomini sapientissimi, a sottoporre alla vostra incommensurabile conoscenza degli uomini e della vita, un problema oltre modo grave. Vorrebbe ciascun di costoro che son con me, sapere chi sia stato fra essi il maggior benefattore dell'umanit, e s come, in buona armonia, ma senza riescire a porsi d'accordo, essi a punto si davano l'un l'altro questo merito, cos io, per cessare tale contesa magnanima, ho pensato di condurre qui tutti da voi, filosofi sommi e padri d'ogni saggezza, perch alla modestia d'uno dei miei amici attribuiate l'onore che conviene. Riconosceteli adunque, ch tra noi  inutile far presentazioni, e pronunciatevi!
BUDDA. - Bene, bene, sedete pure. Ho compreso, abbiamo compreso benissimo.
DIOGENE. - Vorrebbero adunque costoro che voi, nella vostra illuminata sapienza, diceste qual di loro meglio merit dei mortali. E bene? Che avete ora? Perch ridete e non dite nulla? Che  questo scherzo?
CONFUCIO. - Gli  che l'onore d'aver fatto felici gli uomini non spetta a nessun di costoro poich nessuno fece gli uomini pi felici. Tutt'al pi, qualcuno offr comodit, distrazioni, giochi, per divertire la pena dei mortali. Ma felicit, costoro, non n'han data nessuna. E poi ridevamo di un'altra cosa.
DIOGENE. - Ditecela. dunque e non rincrescer di ridere anche a noi.
CONFUCIO. - Poco fa stavamo a punto dicendo che coloro i quali diedero da vero sicure ragioni di felicit ai propri simili, siamo stati noi, proprio noi moralisti dettando le norme d'ogni comodit per le anime anzi che per i corpi, come sembra abbian fatto i tuoi compagni.
VOLTA. - Via, via, Confucio, non diciamo paradossi.
BUDDA. - Zitto, quel morto l, che vorrebbe porre la fisica sopra alla filosofia! O non sai tu che le vostre invenzioni periranno tutte l dove le nostre dureranno fin che saranno uomini? Tu, per esempio, nel tuo campo sei gi antiquato, ed io, con pochi precetti, son sempre vivo. Ma, caro mio, si tratta d'invenzioni fatte con garbo, munite di tutti i caratteri della verit e tali da ingannare anche i meglio avvisati. Tant' vero, che dai miei tempi in poi, non s' fatto se non ripetere a parola press'a poco quello che avevo detto io e tutti gli uomini lo hanno creduto ed han detto esser ci la sapienza eterna.  vero o non  vero? Ne invoco a testimoni tutti i miei colleghi.
I MORALISTI. - Verissimo, sacrosantamente vero!
DIOGENE. - Meno male, qui siete d'accordo.
BUDDA. - Noi, ponetevelo bene in mente, abbiamo inventato le pi squisite ipocrisie non solo per la vita comune, ch quelle ogni uomo le sapeva da s, ma anche per le relazioni tra ogni uomo e la sua conscienza, tali che ciascuno pu rifugiarsi nei nostri precetti e persuadersi di vivere secondo giustizia e mirando alla felicit. Ma vi so dire che certune di queste invenzioni ci son costate fatiche ben maggiori delle vostre poich dovevamo dar loro tutti i caratteri della lusinga e dell'evidenza a un tempo in modo da procacciar nell'usarle consolazione e illusione. E gli uomini ci son cascati, da quei babbei che sono, e giurano su le nostre parole e ci adorano, senza essersi mai curati di cercar qualche riprova a quanto dicevamo. V'assicuro che, alla fine, per tutti noi era divenuto profondamente noioso il non poter pi dire nulla, n meno: - Oh Dio, che caldo! - senza che gli uomini non sentissero subito il bisogno di scriverlo a lettere d'oro su le porte dei templi. Epimenide qui presente, anzi, per evitar tante noie un po' dormiva per una diecina di lustri, un po' si rifugiava nella caverna Dittea, ma non gli  valso nulla: persino il suo sonno e il suo rifugio divennero simboli divini. Ed ora quali di noi son dei, quali semidei, quali grandi iniziati, quali maestri universali di saggezza.
DIOGENE. - E non  giusto?
BUDDA. - In un certo senso, s. Ma in fondo a ciascun di noi era sempre il convincimento che i precetti morali di sollievo dal dolore  necessario ognuno se li scopra da s in quanto la consolazione della filosofia e il risultato pratico della morale per la perfezione degli uomini altro non siano che la felicit dell'intelletto per essersi espresso finalmente il principio che fa al caso. Poich, per esempio, sta pur certo che mentre soffri se qualcuno venga a dirti di guardarti a dietro, tu non ne ritrai nessun sollievo, ci che forse accade a pena quando con le tue forze giunga a tale persuasione.
DIOGENE. - Come? Hai fatto tu il magnifico trovamento del detto che l'uomo infelice convien si guardi a dietro?
BUDDA. - S, proprio io, e questo pare a tutti un gran precetto ed ognun che voglia consolare un dolore lo dice a chi soffre.
DIOGENE. - E tu stesso lo credi una panzana?
BUDDA. - Insigne! Ma di' su, tu che mi sembri ragionevole, ma ti par logico? Sii sincero, tanto fra morti non c' da vergognarsi e nessun vivente ci ascolta.
DIOGENE. - Figurati, m'inviti a nozze quando parli cos! Perch guardarsi a dietro, quando la natura ci pose gli occhi in fronte per guardare davanti a noi? Ognun che si duole dovrebbe allora star nell'atto di Afrodite Callipige e se ci dovesse accadere ben presto si muterebbe la conformazione di tutta quanta l'umana stirpe. O che deve importarmi il dolore degli altri quando soffro io? Anzi, a ben considerare questo  precetto assai egoistico poich se colui che soffre guardando altri che soffrono pi di lui trova ragione di consolarsi ci accade perch in fondo egli si allieta del dolore altrui ch questo e non altro  il sillogismo che nella pratica si ricava da tale tuo detto. Oltre di che questa  una distrazione al suo dolore e non un'intima consolazione, onde, data da altri, rassomiglia molto, come spediente, al consiglio che si d a un amico il quale si sia fatto una macchia su l'abito: - Non toccarla ora, ma attendi che sia asciugata, - ci che si dice sempre per evitarsi la noia d'aiutar l'amico a togliersi la macchia o al meno quella d'aspettar che se la tolga da s.
NUMA. - Cos confortandosi l'uomo oppresso da una irrevocabile schiavit, se lo si esorti a tollerarla dicendogli che finir a farci il callo.
DIOGENE. - L dove nessuno ha mai affermato che i calli non facessero male.
NUMA. -  perspicace quel Greco: capisce le cose a volo.
DIOGENE. - Noi cinici, siam tutti cos. Egualmente quando si dica ad un che piange: - Ma su, coraggio, sii forte, fatti animo! - in fondo in fondo c' una gran voglia di levarsi di torno il piagnisteo.
NUMA. - Lo dici a me! Figurati che io son l'autore di un detto che ha formato la pi gran gioia per milioni e milioni di disgraziati. Niente di meno che: - Non  il denaro che fa felici! - Lo ha detto anche il principe Sakia Muni e costava poco a lui che menava una vita da rai!
DIOGENE. - Ah! ah! Andate l che siete pure i bei pazzi!
NUMA. - Non  trovata bene?
DIOGENE. - Meravigliosamente. In fatti i tre quarti al meno della felicit consistono per quasi tutti gli uomini nel denaro e il resto nell'imaginazione cos che convien essere terribilmente filosofi per prescindere da quello. Pure nessuno di quegli uomini stessi s' mai dato la briga di chiedere se ci fosse proprio vero, ma tutti si son sempre ripetuti a pappagallo la stessa frase ed hanno continuato ad esser miserabili e infelici.
PASTEUR. - Pure... la salute....
DIOGENE. - E bene? E se sei ammalato e povero, forse che puoi curarti e prenderti svaghi e mutar clima? Al meno con il denaro ci arrivi a farlo!
CONFUCIO. - Ben detto! Bravo Diogene! Io me n'intendo di belle frasi! Imagina che son stato io a dire che la felicit giunge quando uno meno se l'aspetta. Che ne dici, eh?
DIOGENE. - Eh, anche questa, per i gonzi, fu una bella astuzia! In tanto serve a ingannare il tempo, perch con questo lecchetto uno se ne va all'altro mondo bel bello avendo passato la vita ad aspettare questa famosa felicit. Ma poi il tuo aforisma riesce persino a far perdere il preciso concetto della felicit poich se questa giunge all'uomo quando meno se l'aspetta, il suo conseguimento  di piacere assai minore che non sarebbe se venisse quando tutta l'anima  pronta a riceverla.  proprio bellissimo, perfetto!
CONFUCIO. - Mio caro, fra quanti siam qui, n'abbiamo sballate di tutti i colori!
DIOGENE. - Anzi, anzi, un momento! Si diceva che non  il denaro che fa felici?
NUMA. - S, questa  mia.
DIOGENE. - E poi, che la felicit arriva quando uno meno se l'aspetta.
CONFUCIO. - Perfettamente.
DIOGENE. - Attenti tutti che dico una cosa profonda. Il denaro  uno dei pi comuni e riconosciuti segni della felicit. Viene il moralista e dice: - Uomini, badate, non  il denaro che d la felicit ma, se bene pare cos, pure questa  in vece relativa all'animo di ciascuno, poich felice  chi si contenta. - Dunque non v' una felicit assoluta ma ognuno deve farsene una su misura, tutta striminzita, in proporzione al proprio desiderio. Ma giunge un altro moralista e tuona: - La felicit viene quando uno meno se l'aspetta. - O come? O non sarebbe meglio che giungesse quando ho tutto in me preparato per accoglierla, e son desideroso di compensi e di gioie, che non quando, per lo pi, m'importa in fondo in fondo pochissimo di ottenere ci che potevo aver desiderato in altri tempi? Poich, se la felicit mi giunge quando mi importa poco di averla, essa non  pi felicit per me, se bene sia tale in se stessa, dove si prova per ci come essa non sia alcun che di relativo all'uomo, ma sia assoluta, esistente a parte dal valore che possano darle i mortali. Dunque i due precetti, a quanto pare si contradicono.
NUMA. - Bravo, e bravo! Da vero, Diogene, se tu dicevi queste cose a quelli di l su ci levavi la clientela a tutti e ci smascheravi facendoci passar per gabbamondi!
BUDDA. - Per fortuna, per quanti credenti in noi muoiano ne nascono dieci volte altri e tanti che credono in noi e in quelli che ripetono ci che noi abbiam detto.  tutta un'impostura, o Diogene, che si perpetua in mille guise nei secoli e che fa felici tutti quei disgraziati viventi ben pi che non le numerose invenzioni di codesti tuoi compagni. Quegli che disse - Conosci te stesso - se ben ricacci in gola a ciascuno il divino anelito della vita, rese all'umanit servigio ben pi grande di colui che scopr la legge della gravitazione. Poich questa tocca la realt delle cose, ma quel precetto d un'illusione, e di queste gli uomini non hanno mai a bastanza.
DIOGENE. - Questo  vero, per Zeus! E cos dunque voi quanti siete qui riuniti, vi considerate e siete i benefattori pi veri degli uomini, come quelli che diceste le parole eterne e fingeste gli eterni inganni per l'eterno fanciullo chiamato l'uomo.
ALTRI MORALISTI A GARA. - E noi? E noi?: - Nulla di troppo - Non dir le bugie - Alzati presto la mattina - Perdona l'offesa - Ama il prossimo - Vinci il desiderio - Chi si contenta gode -.....
DIOGENE. - Basta, basta, ho capito, ho capito! E dovete esservi ben spassati su tutti quei disgraziati che vi davan retta! Ma gi con il pretesto della virt ne facevate quel che meglio vi talentava e li avete tutti resi contenti come pasque. Lo vedete voi altri, Prometeo e compagni, a che cosa si riducono i vostri doni? Senza tanta fatica, senza tanto studio, senza la prigione del Re di Spagna, senza la povert di Magonza, senza l'aquila di Zeus, per poco che aveste trovato un mezzuccio qualunque per far credere alla virt sareste forse maggiori benefattori di quanto non crediate.
PROMETEO. - O che  dunque la virt?
DIOGENE. - La consolazione assai magra di non poter sodisfare i propri vizi: anzi ogni virt contiene un'ipocrisia per il vizio che le corrisponde. Poich, amici, il vizio  cosa troppo bella e allettatrice, perch non sia intimamente e profondamente desiderata! Ma s come l'appagarlo  arte che solo pochi eletti sanno praticare, cos per gli altri,  stata da questi belli umori inventata la virt. E quando  venuto un filosofo a dire, press'a poco: - Amate, cercate il piacere, evitate la sofferenza, conseguite l'oblio di voi stessi - tutti gli han gettato la croce a dosso e con il suo nome hanno poi foggiato un epiteto di cos gran potere che oggid dare ad uno dell'epicureo val poco meno che volerlo mandare in galera.
ESOPO. - E son tanto incancreniti nella virt da voler interpretare a modo proprio persino chi parlava loro sinceramente!
DIOGENE. - O gobbo, come sarebbe a dire?
ESOPO. - Ma s, questa  capitata a me! Che si dice l su della mia favola su la volpe e l'uva?
DIOGENE. - Come l'aver detto la volpe che l'uva non era ancora matura, significasse uno scherno per quanti, inabili a conseguire un bene, mostrano di disprezzarlo.
ESOPO. - Vedi se oltre che gobbo potevo nascere pi disgraziato! Io volevo dire in vece che la virt  un espediente per consolarsi della mancanza di piaceri.
DIOGENE. - Cos che la virt sarebbe un'eufemia, o per lo meno uno strumento onde gli uomini virtuosi si servono come la volpe dei suoi salti: annusano il piacere e poi fuggono via dicendo di far ci per virt.
ESOPO. - E i salti di quella e la virt di questi sono altro e tanto inutili e per ridicoli. A questo volevo alludere.
PASTEUR. - Ma allora la virt perch l'avete inventata? Perch a gli uomini avete detto ch'era per ciascuno un bene, quando poi, a quanto sento, eravate voi i primi ad esser persuasi non essere tutto ci se non inganno, favola, parola vana?
BUDDA. - Inganno? Favola? Parola vana? Bada come parli, francogallo! La morale  stata inventata perch ogni uomo desse il minor incomodo possibile a gli altri, anche a costo d'incomodarsi moltissimo. Chi ha detto: - Ama il prossimo tuo come te stesso - non ha detto ci per giovare a te, ma al prossimo, e chi ha sentenziato la felicit non risiedere nel denaro era probabilmente signore assai benestante il quale non voleva che alcuno venisse a rimproverargli le sue ricchezze o a chiedergliene parte. Colui che ordin: - Non dir la menzogna - sapeva bene come in fondo la menzogna non solo non sia un male ma anzi incomparabile bene per tutti, ma stimava pure miglior partito che il minor numero possibile di persone osassero servirsi di questo strumento da vero eccellente di convivenza e d'elevazione, a vantaggio proprio e a danno della gran maggioranza degli uomini i quali non sanno usarne a regola d'arte; e il perdonare le offese  predicato a beneficio dell'offensore, per evitargli la ribattuta per solito assai vigorosa dell'offeso. La virt  comodissima invenzione per tutti tranne per chi la professa, e serve per porre costui nelle mani degli altri, manso manso e quasi implorando perdono dell'esser nato. Onde, per aver chiamato mali i piaceri e per averli vietati, li abbiam resi per i pi impossibili a conseguirsi ed abbiamo cos donato a gli eletti la felicit del desiderio, per gli altri o pi sicuri o pi intensi e raffinati. Ti par questo un beneficio da poco?
UN SAVIO. - Zitti un po'; mi sembra stia tornando Caronte.
TUTTI. - Dov'? Dov'? Eccolo l!  lui,  lui! Andiamo!
CARONTE. - Pronti... Avanti... Arriva Caronte...
TUTTI. - Eccoci, eccoci!
CARONTE. - Avanti, anime! Sotto a chi tocca!
TUTTI. - Veniamo, veniamo! Caronte, Caronte bello, Caronte buono... prendi me... prendi me che ho diritto... Io... io... no... fatti in dietro... io aspetto da sei secoli... io da dieci... io da trenta...
CARONTE. - A chi tocca tocca! Salite e fate presto.
 VITA, FORTUNA ED OPERE DI PAOLO TANNERY.
 I.
Paolo Tannery fu al nostro tempo per universale sentenza pensatore sommo, ma fu pure uomo ammirevole per la tenacia del volere e per la serenit dell'animo, poich non pass giorno della sua vita che qualche avversit, provocata o spontanea non venisse a colpirlo, n pass giorno che egli non aprisse un libro per instruirsi. Se quanto al sapere giunse a conseguire la fama invidiabile che ora alle sue opere insigni si collega, fu in vece quanto alla fortuna l'uomo cui maggiormente abbian fallito i fati. Pure nulla lo atterr o lo vinse, ma se bene tristissime vicende gli avevano travagliata l'esistenza, egli sino al giorno della morte guard sorridendo di l dalle cure del mondo, sempre chiedendo la consolazione dalle sorti contrarie solamente a se stesso.
Nacque a Parigi di modesta famiglia l'anno 1844. Suo padre fu onesto insegnante del Secondo Impero, uomo buono, colto, intelligente ma come molti altri del tempo suo, meno adatto a operare che non a meditare. Sua madre fu la donna angelica che giustifica a ognuno come gli uomini abbian fatto della madre una religione. Il figliuolo fece precocemente intravedere attitudini non comuni a gli studi dell'antichit, ed in et giovanissima meravigliava amici e maestri per la dottrina dimostrata in ogni discorso, la qual nessuno riesciva a comprendere come potesse capire in mente ancor tanto infantile, n in qual modo avesse il piccolo Paolo potuto procacciarsela. In fatti, il fanciullo che solitario e lungi dai trastulli dell'et sua preferiva transcorrere i giorni, oltre che dall'amorevole disciplina dei suoi ammaestrato, si diede non a pena seppe leggere, a passar lunghe ore su i libri di casa; concep sin d'allora grande e fervente amore per lo studio tanto che spesso convenne ai suoi distoglierlo dal troppo applicarsi che avrebbe potuto nuocergli nello sviluppo del corpo assai sano, ma bisognoso delle cure e dei rinforzi alla puerizia opportuni.
A pena di otto anni pot andare al Ginnasio e vi comp regolarmente gli studi, senza conseguir mai n gran lode dai suoi maestri n del resto biasimo alcuno. Sembrava insofferente di metodo e di consuetudini, ed impacciato nel dover seguire un programma che non egli aveva disegnato per la sua perfezione. Sino al giorno in cui fu prosciolto per l'esame di baccelliere, il che avvenne quando aveva da poco toccato l'anno sedicesimo, parve che la scuola fosse per lui sacrifizio al quale si assoggettava solo per adempire un dovere che riconosceva legittimo senza per potervi congiungere alcuna passione dell'animo o dell'intelletto. Al punto che, nell'et in cui si transformava di fanciullo in adolescente, sembr fosse spento in lui ogni gusto per lo studio, ma fu per poco, poich in breve si riprese e torn alla fredda e tranquilla assiduit del suo lavoro.
Uscito dalle scuole mediane, manifest risolutamente il desiderio d'inscriversi alla facolt letteraria e filosofica. Gli ultimi due anni del Liceo avean rivelato all'animo suo una vivace tendenza a concezioni poetiche e ad astrazioni od esercizi di pensiero, ed una curiosit acuta per tutte le discipline delle lettere e della storia, per le quali aveva intraveduto un complesso disegno di studi. Ma nelle vacanze di quell'anno, mentre in campagna con i suoi prendeva riposo dalle durate fatiche, dovette mutar di proposito. Poich il padre, come colui che era sfiduciato della propria fortuna n voleva avesse a divenir tale in progresso il giovane Paolo senza pensar che questi avrebbe vissuto e operato in tempi diversi dai suoi, in quel momento assai tristi per il paese, tenne al figliuolo lunghi ed amorevoli discorsi per dissuaderlo dal suo intento. Gli disse che nell'avvenire ben poco sarebbe stato riserbato all'esercizio teorico del pensiero, in quanto il nuovo spirito si sarebbe pi tosto rivolto alla pratica della vita che non alle astrazioni. Soggiungeva che il progredir su quella via era aspro, faticoso, lento, richiedendo sforzo, lotta, pazienza, e ad altro non conducendo salvo in casi rarissimi se non ad un assentimento fra pochi senza verun materiale vantaggio. Gli faceva presente sopra tutto, che volendo eleggere una professione d'inclinazione, occorreva esser ben certi della fermezza di tali disposizioni e sicuri del valore delle proprie attitudini per non prepararsi al disinganno pi doloroso di ogni altro, come quello che tocca non solo la speranza che si poteva concepire sul consenso degli altri, ma anche l'opinione che poteva aversi su l'intima virt propria.
Pi dei precedenti questo argomento scosse Paolo Tannery. Il quale, per indole sospinto pi a ritrarsi in se stesso che a slanciarsi, pi che a fare, a meditare, e per la prima volta in sua vita posto di fronte al problema della realt, si chiese sinceramente se da vero la inclinazione che presumeva di sentir accennarsi in s, non fosse meglio una vanit, una imitazione, una voglia, che non quell'abito fatale ed ardente di cui, a costo della vita, l'uomo segnato non possa spogliarsi, come gi Eracle della camicia di Nesso, ma debba in quello consumarsi per una fiamma di passione. Ed a lungo esit domandandosi se proprio in sguito avrebbe egli avuto il coraggio di consacrar la vita intiera a quell'ideale, la forza di perseguirlo, la tenacia di mantenerne in s quel vigore molteplice che solo poteva dargliene tutti i risultati. Si presentava a lui in fine il problema della vita a contradire a quello dello spirito, pronunciando verit cos inesorabili, che al padre ben vigilante, presto apparve nel figlio cedere a grado a grado il desiderio dell'intelletto alla considerazione delle necessit e della sorte dubbiosa. E per conseguenza, reso ben certo della debolezza in cui Paolo veniva a trovarsi per tali inusitati pensieri, volle profittar del momento opportuno, ed al figliuolo consigli di seguire i corsi della facolt di matematica o di giurisprudenza, i quali gli avrebbero offerto pi facile, sicuro ed immediato lucro, avvertendolo pure che quando l'antica inclinazione fosse stata da vero possente, avrebbe potuto sempre favorirla, pur se ad altri studi rivolto.
Pochi anni di poi, in fatti, Paolo Tannery entr nell'amministrazione dello Stato e vi rimase sino a due mesi prima della morte. Poich, venutogli a mancare il padre prima che avesse compito l'intrapreso corso di studi, dovette, per non restare a carico della famiglia, appigliarsi al partito di trovare impiego al pi presto, e ci avvenne quando egli aveva da poco raggiunto l'anno diciannovesimo, durante il quale entr a far parte dell'azienda dei tabacchi.
Fu quello, per il giovane Tannery un giorno assai triste. Si era creduto nato alle opere virtuose e alla gloria, aveva tutta la pensierosa adolescenza informata al disegno di dedicarsi alla libera serenit dei suoi studi e, pur non essendo avido di ricchezze, non aveva mai ritenuto di doversi trovare una volta ad impiegar la vita per il mezzo di viverla anzi che per lo scopo. Sent per ci il primo giorno della sua servit come il pi doloroso di quanti n'avesse passati, dopo quello della morte del padre da lui profondamente amato. Comprese d'aver perduto ogni libert di se stesso e quando usc dall'ufficio, mentre il sole tramontava, gli parve che non avrebbe potuto goder la luce mai pi, condannato com'era a restar chiuso sino a tardi nella sua umile cella, e solo allora quasi smarrito accert che dall'ideale della sua fantasia, la sorte lo respingeva per sempre.
Ma poco dur quell'abbattimento. Per rassegnazione, per consuetudine, per riflessione venne lentamente ad adattarsi alla nuova vita, adempiendo per forza ma con esattezza al suo dovere. Erano umili le cure cui doveva intendere e le pi contrarie all'indole sua, e pure vi dedicava la miglior volont possibile, riflettendo essergli imposta tal convivenza con uomini diversi ed assegnato tale lavoro, da una necessit pi forte del suo desiderio. Oltre a ci, insofferente d'acquetarsi a simil decreto del suo destino, n d'altra parte volendo gettar via tutte le speranze ond'erano stati illuminati gli anni pi giovanili, a poco a poco ribellandosi alla schiavit morale della sua condizione ed all'assorbimento demolitore della sua professione, riesc ad invertire l'ordine delle sue giornate e riprendendo nelle ore lasciate libere dall'ufficio gli antichi studi, a considerar di nuovo questi come scopo precipuo dell'esser suo, e l'impiego come tributo da pagarsi alla sorte gravoso ma ineluttabile.
Con eroica disperazione Paolo Tannery si riattacc alla vita, tenendovisi stretto con ogni forza. Lunghi anni pass cos in questo doppio esercizio della sua attivit, di giorno nell'ufficio, di notte a casa vegliando su i libri. Senza riposo e senza n meno aver mai l'idea del riposo, transcorse tutta la nobilissima vita tra l'affanno del tempo prezioso ch'era constretto a dare allo Stato, con il quale di fronte a s ed a gli altri voleva onestamente sdebitarsi dell'assegno che guadagnava ottenendo se non lode, al meno riputazione di esattezza e diligenza, e quello del tempo limitato che poteva consacrare al preferito lavoro. Con volont ammirevole riesc poco meno che quarantenne a pubblicare il libro cui  or mai indissolubilmente legato il suo nome, su la scienza dei Greci sino ad Empedocle. Non senza intensa commozione si legge la prefazione da lui dettata per questo volume, in cui  raccolto e coordinato un sguito di scritti gi apparsi su rassegne filosofiche, firmata con il suo nome da lui superbamente fregiato della sua qualit di Directeur des Tabacs du Lot-et-Garonne, non come parrebbe ai malevoli per suscitar compianto o se non altro per mendicare indulgenza, ma per dimostrazione di sincerit di fronte a chiunque, poi che della povert e delle disavventure sue non sapeva vergognarsi. Incomincia con queste parole: "Il y a dix ans que ce livre est commenc; j'en ai poursuivi le rve au milieu des occupations d'un mtier qui ne le favorisait gure et, en mme temps, je me laissais aller  consacrer de plus en plus mes loisirs  des recherches spciales touchant l'histoire des mathmatiques". E finisce cos: "Quant aux difficults que j'ai eu  surmonter elles sont bien connues de tous les juges comptents et je n'ai pas  y insister; mais peut-tre serais-je plus satisfait moi mme des traductions contenues dans ce volume si je n'avais pas d en poursuivre le travail bien loin de Paris, o je l'avais conu et longuement mdit".
Era in fatti giunto a viver due vite, ambedue dominate dalla volont ed assoggettate al dovere, n mai gli riesc di riunirle in una sola ove il dovere e la volont guidassero alla sodisfazione. Troppo orgoglioso per lasciarsi sopportar nella professione imposta come un intruso svogliato, troppo appassionato nel suo lavoro per pensare in alcun modo di rinunciarvi, non volle mai che le sue due persone si servissero reciprocamente di scusa, ma con coraggio le accett entrambe, l'una considerando come corporea, l'altra come spirituale. Ma nella prima vigilava a non impegnar nulla di prezioso della seconda nella quale d'altra parte gli ripugnava di ricercar lucri, vantaggi, rinomanze. Si ribellava ad intendere ad opere che potessero avere un fine per la sua comodit proficuo, poich diceva che s come non poteva esser ricco di sostanze, voleva al meno quanto al sapere posseder pi del superfluo; che come tutta la sua pratica era gravata di servaggi voleva al meno quanto alle opere volontarie goder piena indipendenza; che se il dovere lo portava a far solamente cose utili, voleva al meno l dove il piacere lo guidava non sentirsi oppresso da veruna necessit; che in fine s come tale era il suo destino da constringerlo ad aver continua premura per le faccende indispensabili, voleva al meno per l'attivit dello spirito pi tosto che il vantaggio esteriore, cercar sodisfazione a tutti i capricci della spirituale curiosit.
Am in fine lo studio, il lavoro, l'ingegno per se stessi, quasi fossero una dovizia sua di cui non volesse ad alcuno render conto, n chiese mai loro nulla per s, sembrando godere della sua oscurit, come se questa lo lasciasse pi solo, e per pi suo ed anche pi sicuro dominatore della sua ricchezza. D'altra parte il suo pensiero non era di quelli che conseguono subitaneo consenso od acquistano corrispondente professione, ma quando pur riescano a tradursi per intiero, abbisognano di lunga riprova d'anni e di applicazioni per esser compiutamente intesi. Fu questa la causa dei suoi danni, poich stimando sufficiente aver adempiuto, quanto alle responsabilit di se stesso, quel che riteneva necessario per essere, non si cur di dare opera a quanto  indispensabile per divenire. Gli sembrava che quanto pi si sentiva perfetto, tanto meno era degno di lui l'operare alcun che per ottenere il riconoscimento tangibile delle sue attitudini e qualit. Con tutto ci per un profondo senso di equanimit chiaroveggente, diceva che come l'ingegno non si compone sol tanto di pura energia intellettuale, per quanto altissima, s bene di questa unita a volont, conscienza di s, carattere, attivit e persino buona salute, cos il vero merito non  tale se non s'accompagni alle convenienti energie per farsi valere, ma in difetto di queste  personale felicit mancante di qual si voglia diritto ad ogni vital compimento.
Per le opere e l'altezza del pensiero fecero gran stima di lui i pi eminenti scienziati del tempo suo. Lo Zeller, il Gomperz, il Weil, il Grote, il Piccolomini e molti altri tennero carteggio con Paolo Tannery ed ebbero di frequente a chieder consiglio e sussidio per le opere loro al suo acume ed alla sua dottrina. Conobbe i letterati pi insigni ed anche molti uomini d'azione, e gli uni e gli altri dalla consuetudine amichevole con lui ritraevano per ogni maniera di opere, conferme e direzioni. Ma tale diffuso apprezzamento del suo valore, tale stima ond'era da per tutto circondato, mentre gli davano una pi sicura conscienza di s insieme con una pi chiara visione della sua sorte, non per lo rendevano superbo. Ben comprendeva che colui il quale vuol operare solo per l'indipendente e disinteressata gioia di esprimere liberamente il meglio di s, non pu mirare alle ricompense date dagli uomini a coloro i quali dimostrano di lavorar per i loro contemporanei esaudendone desideri e curiosit, favorendone passioni e sollecitudini, presentandosene interpreti attuali e devoti, ma che ove si abbia l'orgoglio di salir pi in alto del proprio tempo, quanto all'espressione di se stessi, si va ben s in contro all'immortalit, acquistandola per a prezzo d'indifferenza al consenso dell'epoca. Chi cerca eterna fama tutto si slancia nei pensieri universali, e al secolo deve straniarsi, se vuol viver nei secoli. Cos chi voglia qualche cosa ottenere nel proprio stato convien si pieghi a far quanto gli si richiede per quel conseguimento e parimenti nel pi umile commercio morale nulla si d, se non in cambio di quanto si riceve. Il sistemarsi, il nome, la fama, la gloria, son termini di una progressione inversa alla libert dell'operare e per dello spirito n rispettivamente si raggiungono se non di solito per successiva e sempre maggiore e pi grave rinuncia alle immediate sodisfazioni che pu dar l'umana convivenza.
Nulla per ci ebbe mai dalla vita Paolo Tannery. Per un certo orgoglio che mascherava forse una sua timidezza, per desiderio di ritrarsi in s corrispondente ad un suo scetticismo, per timore fors'anche di addossarsi impegni che avrebbero in modo pi intimo, diretto, imperioso vincolata la sua persona interiore, non seppe n chiedere n prendere. Oltre di che, probabilmente a causa della sprezzante irresolutezza in cui si riassumevano e si affermavano quelle esitazioni, qualunque sperimento di migliorar la sua condizione gli fall: per complicatissimi intrecci di circonstanze ogni qual volta si present a tentar se l'opera sua potesse valergli o vantaggi o riconoscimenti od onori, si vide da altri preceduto, pur se da ciascuna di tali profferte di s ricavasse inutili conferme al suo merito indiscutibile. Del rimanente non avrebbe mai accettato che nessun degli uomini per tante ragioni eminenti da lui frequentati parlasse in suo favore. Gli obiett qualcuno gli altri non comportarsi cos: e sempre essergli stati anteposti i procaccianti ed i compiacenti: rispose: - Ogni fatica merita premio. - E chiestagli ragione di tal sua strana parola, soggiunse: -  tutto lavoro. - E all'insistenza spieg: - Io ho lavorato alle mie opere e nessuna gioia paregger quella goduta nel farle. Coloro lavorarono per procurarsi appoggi e nessun compenso li ristorer delle umiliazioni cui dovettero sottoporsi. Essi ed io abbiamo impiegato molte energie spirituali per conseguir qualche cosa, ma le loro, statene certi, costavan di pi. Credete voi che essi non m'invidiassero quando si toglievano servilmente il cappello mentre io procedevo a testa alta? Essi hanno rinunciato prima a tanta lor dignit, io dopo a tanti piaceri: non merita dunque premio il sacrificio maggiore? Non rappresenta un lavoro anche quello? In me non  ombra di amarezza se vi dico che essi afferrano ora ben meno di quanto non abbia io avverato in me per lo innanzi.
E con onesta se ben paradossale chiarezza, si persuadeva ogni volta, che in fondo per le leggi della vita sociale non a torto non era riuscito nei suoi tentativi d'assestarsi, pur se a tal riguardo gli fossero intervenuti casi talmente strani ed inverosimili, che egli, sempre sereno e sorridente dinanzi a qualunque evento, scherzosamente aveva avuto a definirsi un giorno come il gabinetto sperimentale perpetuo degli esiti contrari. Se non ch oltre a queste, molte altre avversit ebbe a sostenere, le quali si susseguivano incessantemente, senza lasciargli un instante di requie. Il poco avere di casa perdette un parente in affari finiti a male, onde ebbe a travagliarsi per sostentar la famiglia, collocar congiunti, fra loro accordarli; malattie di persone care, morti precoci, dissidi domestici, sfortune di denaro, amarezze nell'ufficio e nella professione, malvagit di colleghi, molti altri dolori, tutto in fine sembrava conspirare a fargli perder quella serenit ch'egli intendeva ad ogni costo serbare. Si sarebbe detto che il destino volesse fargli severamente scontare i pochi doni, se ben grandissimi da lui ricevuti, la buona salute, la buona volont, l'affetto dei suoi cari. E pure nulla del suo aspetto esteriore avrebbe mai tradito una segreta angoscia, per quanto dolorosa e febrile, poich riteneva saviezza il pi decoroso silenzio di s, e voleva serbar la dignit dello spirito intangibile dalle congiunture volgari.
Cos transcorse la giovent e l'et matura e giunto sul limitare della vecchiaia fece il proposito di lasciare l'ufficio non a pena la tenue pensione che lo Stato gli avrebbe corrisposta giungesse a cifra tale da permettergli di seguitar le sue consuetudini modeste e operose senza constringerlo a privazioni le quali in et a bastanza avanzata e resa pi grave dal lavoro assiduo e faticoso in che s'era logorato, l'avrebbero disturbato ben pi di quanto non fosse per avvantaggiarlo la recuperata libert. Dal giorno in cui quest'idea si fece strada nell'animo suo egli non attese pi che a stabilire il programma di lavoro da condurre a termine per il resto dei suoi giorni, a riordinar libri e carte, a compir gli studi arretrati, poich voleva ricominciare da capo rifiorendo in una nuova giovinezza, come per rifarsi una verginit di propositi e prepararsi un terreno libero e quasi inesplorato ove esercitare l'ingegno.
Ma dopo due mesi soli da che aveva scosso la quarantenne schiavit, un male improvviso e violento lo tolse di vita. Come colui che tenuto lunghi anni all'oscuro, condotto a veder d'un tratto lo splendore del sole s'acceca, o colui che, estenuato per l'inedia, muore allor che alla bocca appressa il primo cibo, cos Paolo Tannery parve spezzarsi per aver conseguito ci cui tanto ardentemente aveva anelato. Forse la gioia, forse la noia, forse un confuso repentino terrore per sentirsi come abbandonato a se stesso senza lo stimolo della ribellione, forse ancora una sovraeccitazione di tutto il suo corpo, sciolto dai ceppi della necessit, forse tutto ci insieme lo condusse alla tomba.
Ed in vero, com'egli stesso ebbe a dire una volta, l'uomo d'intelletto non ha diritto d'esser felice ed esaudito, ma per operar bellamente conviene si senta oppresso da un suo destino e molto desideri e nulla consegua se vuol giustamente vivere di l dalla morte.
 II.
Fui un giorno a trovarlo, a pena quattro mesi prima che passasse di vita: avevo con lui grandissima intrinsechezza poich era stato uno degli amici pi cari di mio padre e mi conosceva sin dall'infanzia. Mi accolse nella stanza d'ufficio e fin che vi restammo, continu ad accudire ai suoi doveri, pur dirigendomi di tanto in tanto parole cortesi ma comuni. Nella stanza erano ogni specie di carte d'affari, volumi di leggi, trattati e stampati, buste e cartelle di lavori correnti, ma tutto relativo a quel suo mestiere esteriore. Nessuno avrebbe potuto imaginare che ivi passasse le ore migliori un uomo che la vera professione aveva eletto negli studi scientifici pi ardui della filosofia, della filologia, della letteratura, della storia e possedeva un'anima tutta impregnata di poesia.
Giunse finalmente l'ora di escire ed insieme ci avviammo ad una delle porte della citt che gi declinava il giorno. A pena in istrada, egli apparve tutt'altro e prese animatamente a discorrere dei suoi e, gentilmente, dei miei lavori, presto dimostrandosi uomo pronto ed aperto, abile ad afferrar subito ogn'idea ed a transformarla con parole proprie per testimoniare d'averla intesa, s da dar la sicurezza del suo possesso di qualunque pensiero gli fosse enunciato. Quanto gli dicevo compiva benignamente ed infiorava di idee sue e poneva in relazione con fatti e teorie nuove e riprovava con esempi e giustificava con elementi di metodo o di vita, in modo tanto sottile ed elevato che, pur l dove le sue opinioni non corrispondevano alle mie, mi pareva d'averlo in vece ausiliare, stimolatore, cooperatore poich s'esprimeva con tal garbo da farmi pensare egli fosse un altro me stesso, situato per su altissima vetta.
Fuor di porta, in campagna arrivammo che il sole gi poggiava su l'ultima linea dell'orizzonte e fra il fiacco splendore vespertino il gran disco giallastro si lasciava impunemente guardare nel cielo soffuso dalla rosea luce estrema del giorno. S'arrest ad un tratto e, fissando il tramonto con un sorriso triste e orgoglioso su le labbra: - Addio sole! - esclam. - Discendi dunque dietro alla terra ch io attendo la mia aurora! - E rivolgendosi a me, disse: - A quest'ora incomincia ordinariamente la mia giornata. Ora io vivo, ora io sono me stesso, e da quarant'anni a questa parte solo nella notte si svolge la mia pi vera attivit.
- In fatti - gli dissi - nel sapervi addetto ad ufficio d'indole cos diversa da quella dei vostri studi io mi son di frequente meco meravigliato che riusciste a trovare il tempo necessario al vostro lavoro.
-  la notte - mi rispose -  la notte la mia benefica dea. Come v' stato un pittor delle notti e ne fu il poeta Epicarmo, cos vorrei della notte esser io il filosofo. Sono or mai cos assuefatto a questo costume di studio notturno che attendo il tramonto con l'animo stesso con cui avr atteso l'aurora un antico Persiano. Il sole m'impaccia, m'ingombra, mi turba, come se la sua luce violenta avesse ad intorbidare quella del mio pensiero. La notte  taciturna e tranquilla, non ha limiti se non nella volont di chi la passa nel lavoro, non ha momenti n oscillazioni, non tempi n stanchezze, ma tutto libero lascia chi la sa vivere e solitario con le macchine operose del cuore e del cervello. Chi passa a tavolino la notte non s'accorge di vivere poich nessun richiamo dall'esterno lo fa consapevole della natura e del mondo, ma si crede di transcorrer le ore in comunione perfetta con le idee e con i sogni, senza intermediari e senza testimoni, quasi che lo circondasse armonioso e discreto l'amabile coro delle Muse. Solo la notte sa dar quelle esaltazioni divine in cui sembra d'abbracciar con la mente tutto il cielo sconfinato di un'idea toccandone ogni punto per quell'attimo immortale in che un uomo d'intelletto pu sostener fisso lo sguardo cieco e abbagliante dell'eternit e dell'infinito. La notte  la liberazione,  la libert, come se il giorno, con la sfacciata luce del sole pesasse su l'uomo rendendo in lui vano ogni conato d'ascesa, e tutto sembra di notte pi agevole, chiaro, delineato, come se l'ombra nobilitasse ogni linea: le parole obediscono facili ed opportune a rivestir le idee, la memoria pi agile spazia tra l'esperienza e il sapere, i pensieri sgorgano lucidi e sicuri e repentinamente si conseguono e s'incatenano. Io credo che lavorerei di notte anche se non avessi da far altro di giorno e se, piacendo al destino, fra due mesi avendo la pensione muter stato, seguiter a lavorar la notte in torno a quanto m' pi caro, riserbando le ore del giorno al riposo, allo svago, alle occupazioni pi materiali ed anche a conoscere un poco il mondo e la vita. In tal modo serber in me questa dolce attesa del tramonto che da tristissima servit qual mi parve negli anni primi della giovinezza, m' ora divenuta consuetudine cos necessaria e gradita da non poter rinunziarvi se non abolendo le mie pi riposte ragioni di vivere.
Fece qui una breve pausa e poi disse scrollando le spalle e sorridendo: - Ma forse son tutti sofismi. Io non conosco il sole e non mai n'ho avuto il consapevole godimento. - E cambiando repentinamente il discorso prese a parlarmi di certo studio che m'aveva consigliato, offrendomi sussidi di testi e di appunti da lui raccolti. Ma io, insistendo, feci: - Certo, nel guardarvi a dietro dovete avere ben diritto d'essere orgoglioso della vita vostra se avendone transcorsa la maggiore e miglior parte in cos faticosa condizione di lavoro, pur tanto avete operato; e ben pi avrete ad esser sodisfatto in sguito, quando avrete data la compiuta espressione del vostro ingegno.
- Oh, non orgoglioso; - mi rispose - od almeno non del tutto orgoglioso. Un gran re disse non esservi uomo che per quanto abbia lavorato, giunto al fine della vita non s'avveda d'aver fatto a pena la met di quanto avrebbe potuto. N, soggiungo, v' uomo che per quanto abbia potuto, non accerti guardandosi in dietro, d'aver fatto la met e forse meno, di quanto avrebbe ragionevolmente voluto. Vi son avversit ed ostacoli che fanno perdere attivit e tempo preziosi; ma ben pensando, dico pure che il poco da me fatto, assai lo debbo alle avversit sostenute le quali in relazione all'animo mio non furono n cos grandi da farmi perdere ogni speranza ed ogni fede di me stesso, n cos insensibili da permettermi d'adagiarmi in un'inerte e sodisfatta indifferenza. Ed io amo le mie sventure quanto amo questa mia persona che n' derivata, poich senza di esse non sarei quel che sono, ed ognun si compiace di s quale la natura e la sorte lo han fatto, e porta amore anche ai propri difetti ed ai propri ricordi. Credimi, la sventura se non sia tale da distruggere organi o nessi essenziali della vita spirituale,  forse uno dei maggiori benefici che l'uomo possa ricevere poich senza di essa egli non s'avvedrebbe d'aver forze per reagire le quali nello stato di quiete sono in lui latenti. La vita  lotta e la lotta  forza: la sventura ci constringe a resistere, a ribellarci, a ricercar noi stessi in noi, ci disvela alla luce della realt e ci lascia sempre meno incompiuti di quando ci ha colti. Ad un amico diletto, non mai entro di me augurerei verun appagamento di qualche ideale, s bene per la sua gioia, qualche avversit serena, qualche nobile cura in cui esercitar l'anima e forzarsi ad operar di l dalle fantasie vane di una placida mediocrit. Nessuno altrimenti lavorerebbe la met n di quanto pu n di quanto vuole, ma senza stimoli e senza ambizioni non farebbe che vegetare sognando. Ed io spesso benedico alla mia sorte avversa se in grazia sua son riescito a conoscermi, a segnare i limiti dell'opera e dell'ingegno, a misurar energie e desideri. Nessuno visse contento tra quanti dall'umilt del loro destino vollero distaccarsi per ascendere in alto, ma furon per tutti felici delle compiacenze squisite in essi suscitate solamente dal paragonarsi con gli schiavi che s'abbattevano a piangere rinunciando rassegnati. Sin da fanciullo fui incline alla meditazione ed alla solitudine, ma solo le mie sventure mi sostennero, m'afforzarono, mi stimolarono per qualche cosa di trascendente alla tristezza di quanto, di mano in mano che la sorte mi soprafaceva io venivo perdendo. Onde ogni sconfitta della mia vita signific ben pi solenne vittoria del mio spirito. Ed io sorrido sempre entro di me di coloro che negano la volont quando, tale dottrina ponendo in relazione con la storia della mia giovinezza, m'accerto che doveva ben operare in me una forza mia degna di qualche nome se le congiunture fra cui mi racchiuse la sorte, in me superai con cos strano sforzo il quale nessun dolore ha fiaccato, e cos contrario a ci cui gl'instinti e la fortuna m'avrebbero condannato. Vedi dunque che se io avr operato la met di quanto potevo e di quanto volevo, ho per fatto ben pi di quanto avrei dovuto, ci che nella conscienza pu ben compensarmi di quanto non avr fatto. E perdonami l'apologia la quale a nessun altri che a te mi sarei sentito di pronunciare. D'altro canto se taluno udendomi avesse a redarguirmi di tal vanit, volentieri gli risponderei che il mondo  proclive a condannare chi sente di s con dir che costui si crede gran cosa, l dove converrebbe dir meglio che costui si sa qualche cosa. Se bene tra il sapersi e il parlarne non a torto corre grandissimo tratto per coloro i quali non comprendono come si possa esser pi orgogliosi dell'aver fatto che non di quanto si  fatto.
- Come  giusto e nobile quanto mi dite! - risposi. - Tanto pi se lo ponga in confronto con l'uso dall'umanit sempre seguto rispetto a coloro che si consacrano ad operar per l'ingegno. I quali, fin che vivono, non debbon godere il pi legittimo frutto del loro lavoro: di questo il mondo vuole l'utile senza permettere ad essi di comparirvi in alcuna guisa. Si dice sempre e da tempo immemorabile essere sopra tutto necessario conoscer se stessi, e pure gli uomini voglion conoscere i fatti e le cose e non gli uomini. Non pensate voi ci sia per evitar di vagliare e per ci di compensare? Non  forse in ci da ravvisarsi l'ingratitudine aiutata dalla mediocrit per inventar il pretesto della modestia? Tanto  vero che un uomo d'ingegno non  mai riconosciuto secondo il suo valore se non dopo la morte, ma fin che vive sembra si sforzi ognuno di persuaderlo esser egli uno stolido.
- In parte ci accade perch non sempre capiscono - mi disse; - in parte per le ragioni da te dette; in parte per anche dal non potersi giudicar di nessuno secondo equit, sino a che la sua vita non  transcorsa compiutamente. Non si sa mai dove si possa andare a finire, e i casi son tanti!
Con questi ed altri discorsi passeggiammo per quello e per altri giorni, ma le sue parole di morte non mi potevano escir dal pensiero, n avrei mai imaginato che in cos breve tempo dovessero avverarsi. Poich per lui sentivo profondo affetto, anzi amicizia e confidenza, ci che mi stupiva pensando alla differenza delle nostre et. Ma egli manifestava per la giovent una singolare reverenza, sia per gentilezza d'animo, sia perch aveva per prova verificato quanto male faccia alla successiva quella generazione troppo autoritaria e piena di s la quale non dimostra per i giovani se non sfiducia e diffidenza ostili, sia perch a causa dell'attesa e della speranza in cui aveva saputo vivere e per non aver mai potuto realmente godere della pienezza dell'et pi cara, era riuscito a conservarsi nell'anima una sorridente primavera, sia in fine perch era troppo arguto e liberale per non riconoscere quanto maggiori energie e diritti abbiano in ogni senso i giovani nella societ e nella vita. Non mai per ci allegava una sua personale esperienza per avvalorare un'idea, n con senile arbitrio esigeva il preponderar della sua opinione non accettandone la polemica, n faceva pesar la sua dottrina, n s'atteggiava a giudice sol perch pi anziano. Con i giovani in vece trattava alla pari e li lasciava discorrere e li ascoltava e li richiedeva tal volta del loro parere, non attribuendo mai loro a colpa se erano giovani, ma anzi tal volta a simil prerogativa e non senza un vago accento di malinconia benevolmente invidiando. E ci pur mantenendo con signorile accorgimento le opportune distanze, solo per evitar che la sua familiarit potesse interpretarsi come abbassamento o disaggradevole storditezza o peggio come sconveniente sopravivenza di una presunta giovent che sarebbe apparsa quale ridicolo anacronismo. Onde sapeva lietamente star con i minori e non impacciarli, ponendosi al loro livello e non diminuendosi, partecipando alle loro consuetudini con serena grazia ma con dignit cordiale, non prevalendosi della sua autorit, n mai contrastando al loro gusto, n mai lodando il tempo passato. Poich adorava la libert, egli che non mai aveva potuto goderne.
Era scrupoloso nella cura della persona, cortesissimo senza affettazioni ed assai ordinato per evitar d'essere troppo disordinato. Non isdegnava di meravigliarsi quando occorresse. Amava teneramente i bambini a pena per dimostrandolo, per timidezza e per commozione. Era forte e sperimentato in molti esercizi del corpo e fornito di vasta e precisa memoria. Osservava molto gli animali e voleva loro gran bene ma non ne teneva con s per non forzarli alla schiavit della vita domestica. Quanto al denaro era generosissimo e noncurante, nulla mai ad esso subordinando, s da parer persino non avesse nozione del suo valore. Nessuna lusinga avrebbe valso a sviarlo anche di poco o per poco dal suo sentiero, ond'ebbero ad inacerbirsi con lui taluni che si ritenevano per diverse ragioni onnipossenti. Affabilissimo nell'ascoltare, di s rarissime volte parlava n alcuno lo ud mai lamentarsi; lasciava che ciascuno si confidasse e si sfogasse con lui, uomo di paziente attenzione e di buon consiglio, ma da nessuno invoc mai attenzione o consiglio per s. Sembrava dotato di flemma che per solito lo faceva parer quasi indifferente e si diceva fosse andato in collera solo due o tre volte in sua vita, ma terribilmente. Tanto aveva dovuto sempre accettar la sorte come veniva che pareva non avesse carattere, l dove quella sua apparente immobilit glaciale era difesa ad un'indole forse ardentissima.
In verit era nato e vissuto in un tempo non adatto al suo animo, e la sua calma non era rassegnazione ma fermezza. L'ordine ferreo della sua vicenda lo aveva cos forzato ed assuefatto a ragionare ognora su tutto, che alla fine era giunto a rendersi sempre conto d'ogni fatto anche a lui contrario, con logica quasi dolorosa. Volont e congiunture troppo forti avevan gravato su di lui, per non averlo raffinato sino all'eccesso: alle une ed alle altre sapeva di poter materialmente tanto concedere quanto esse stesse non avrebbero richiesto, oltre a cui sarebbe stato l'assurdo, poich era ben conscio che di l da quel punto incominciava il dominio suo proprio sempre a bastanza vasto per sodisfarlo. Presago che la sua vita esteriore non sarebbe mai stata sua, tutta l'aveva abbandonata al destino, solamente colorandola di quella nobile serenit che ne giustificasse l'appartenenza a lui, ma per il resto con indomito rigore conservando intiera la pi magnifica libert.
All'immobilit della sorte sapeva resistere con l'immutabilit dell'animo e per ci avversit e servit sosteneva vigilando a che non influissero su la perfezione dello spirito come se per materiale analogia questo gli desse la sicurezza di non potersi lasciar comprimere oltre un certo segno, e per tale constrinzione non solo avesse a farsi pi denso, vigoroso, e puro, ma si crescesse anche della forza dei desideri inesauditi, della bellezza dei sogni per sempre perduti. Riprendeva in fatti con s le conseguenze morali della triste realt per ridurle strumenti di tempra e di perfezione all'animo che restituiva poi ai commerci quotidiani in espressioni di impassibile dignit e di umanit cordiale. Rarissime volte si svelava come se di s non desse a conoscere se non quanto voleva e s'era fatta come un'altr'anima esterna, sorella minore di quella che grandeggiava entro di lui. Disse un giorno, a s forse alludendo, esservi uomini che hanno la gioia squisita ed insieme il tormento acuto di posseder nello spirito un che d'inespugnabile e d'incomunicabile che solo posson effondere nel pi segreto colloquio con se stessi.
Per un verso con la vita, per un altro con la mente conduceva in vero una morganatica convivenza, senza aver l'energia per stringere in armonico connubio tanti elementi diversi, ci che avrebbe potuto attuare se ad un certo punto si fosse coraggiosamente risolto a gettar via gl'impacci e gl'ingombri, eleggendo il suo fine. Fu per ci uomo incompiuto, se bene esemplare per integro costume morale. Volle tener in piedi con dignit orgogliosa tutte le sue personalit, accettando la sorte qual era, senza pensar che tale sforzo avrebbe potuto pi utilmente impiegare a sostener solo quelle pi sue. Ma ci gli ripugnava, anche perch da altra parte affermava la superiorit e l'originalit non consister nell'eccezione ma nel raggiungimento di un punto pi alto e pi proprio su la linea normale.
Non disprezz n repudi in fatti da s nulla di umano ma tutto volle accogliere nel capace spirito al meno in potenza poich diceva esser dannoso il cercar di distruggere qual siasi attivit dell'anima togliendole agilit ed estensione, ma doversi questa accrescere di quante facolt ragionevoli la sua struttura comporti, dal momento che vien sempre il giorno in cui posson servire, e per rispetto di se stessi convien potersi sempre sentire sinceramente eguale a chiunque. Am cos la religione, la patria, il lavoro, la ragione, il sentimento, il paradosso tali forme diversamente praticando, ma serbandosi libero e scrupolosamente riconoscendo sempre ogni diritto altrui. Gli  che forse quell'imperio inesorabile del ragionamento con il quale gli si era sovraposta tanta fatica materiale, gli aveva per spirituale riflesso indotto nell'animo un perfetto scetticismo quanto alla propria partecipazione alle singole correnti in che si partisce l'umana opinione. Potendo vivere solo e fuor dalla lotta comune gli era riescito di salvar la propria indipendenza di osservazione e di critica, tanto pi che non aveva avuto n sentito il bisogno di ascriversi ad alcuna dottrina. Ma s come era fondamentalmente uomo libero secondo coerenza non esitava a dimostrare il pi risoluto spregio per le concezioni e le opinioni innestate sul ragionamento e peggio su l'interesse o per quelle che si palesassero da un solo aspetto solamente settarie e intolleranti, in qualunque direzione manifestate. Diceva di non poter patire chi aveva sempre ragione e stimava dover essere meritatamente, anzi lodevolmente ingannato dalla moglie quel marito che una sola volta si fosse lasciato andar ad esclamare: - Te l'avevo detto! - Soggiungeva per che il progresso umano era stato solamente operato da coloro che avevano sempre avuto torto.
Ma nel giudizio su gli altri sceglieva invariabilmente l'ipotesi pi benevola poich, diceva, c' sempre tempo a ricredersi: persuaso che per l'astrazione nulla di quanto  umano sia vituperevole, voleva prima d'ogni cosa capire e poi giungeva ogni volta a giustificare. Affermava che di solito ciascun uomo nel parlar dei difetti d'un altro o non fa che con la semplice inflession della voce accentuare la propria differenza dall'altro o denominar come difetto quanto non  se non legittima particolarit di costui: se per dalle inflessioni prescindesse chi ascolta e le particolarit riconoscesse ognun come tali, risulterebbe di molto migliorata la generale opinione. Onde non era buono ad odiare n a serbar rancori ed affermava esser questa la sua maggior debolezza: diceva per che la realt delle cose sa quasi per segreto meccanismo punir l'ingiustizia e che l'espiazione del male  una tra le leggi di natura in quanto chi fa soffrir altrui  intrinsecamente mal construito e gi porta latente in s la pena del male che compie. Non mai gli era accaduto che taluno a causa del quale avesse patito dolori, non fosse stato con severa esattezza punito come per misteriosa equit del destino e giunse tal volta a dolersi, nell'essergli fatto alcun male da persone le quali pur seguitava ad amare, prevedendo che fatalmente avrebbero esse a scontarne uno corrispondente ed anche maggiore. Poich era fornito di profonda ed intelligente bont la quale il suo genialissimo spirito non isment sino al termine della vita operosa e delusa.
Era a cagione di tale bont, indulgente per ogni colpa, ogni vizio, ogni sventura, ma spietato contro la servilit e la partigianeria, e stimava la volont sopra ogni altra cosa. Per indole e per esperienza era diffidente quanto a ci che lo riguardasse ma, pur chiaroveggendo, sapeva correggersi e per ci abbandonarsi come se non fosse tale n alcuno d'altra parte ebbe anima pi della sua generosa con chi a lui s'affidasse poich ad ogni costo voleva esser per gli altri ottimista. Si comprendeva per dover egli sentirsi spaventosamente ma irrimediabilmente solo, e s'intuiva nell'intimo della sua pi riposta persona una dirittura cos sana, forte, armonica, agile, tenace e penetrante, che a volte quasi impauriva. Tutto capiva ed a nessuno chiedeva coerenza o definizione; se mai queste aiutava gli altri a rintracciare in se stessi, dalla sua parola versando consolazione ed incoraggiamento. Non considerava nessuno come superiore o come inferiore, ma con il contegno poneva sottilmente ogni pi precisa gerarchia di s con gli altri e degli altri con s. Assai spesso taceva non per dando a diveder d'essere distaccato ed astratto in un mondo solamente suo, ma come per discreto riposo e per onesto riguardo. Aveva carattere eguale e senza scatti ma spesso s'animava parlando, quasi per per s solo, come se nessun lo vedesse: il suo carattere palesava in vece nel modo di condursi e nelle opere. Diveniva un poco aspro, il che manifestava a pena mutando d'un tratto discorso e tono di voce, se taluno esprimesse a suo riguardo qualche commiserazione o pure al contrario ammirazione inopportuna od inabile od inesperta, poich n l'una n l'altra si curava di suscitare. Il suo maggiore, il pi superbo suo orgoglio era di poter dire che non doveva riconoscenza ad alcuno: il suo merito morale pi grande fu di restar sereno e non mai divenir inasprito, non ostante contrariet cos numerose.
La mia dimestichezza con lui era sufficiente perch senza indiscrezione mi fosse lecito una volta domandargli, quasi sommessamente, se non avesse mai amato. Passeggiavamo a tarda sera, ed io non potevo vederlo in viso. L per l tacque, poi con un pretesto qualunque parve schermirsi; passavamo in tanto sotto la luce d'un fanale. A poco a poco, camminando, l'oscurit ricrebbe ed allora a un tratto come parlando d'altro, mi disse: - La poesia greca esord con le magnificenze dell'epica ove s'espresse tutto lo slancio d'una stirpe vigorosa e giovanile. Ascese di poi alla purezza meditata della lirica ove s'affin in ritmi perfetti e in pensieri sottili, nuovi stimoli aggiungendo a quelli gi esercitati dalla vita anteriore. Pi in alto ancora giunse dopo, toccando i culmini della bellezza pensosa, quando s'effuse nella gioia piena e nella gravit solenne della tragedia, ove la forza antica e la pi recente grazia s'unirono a comporre la creazione molteplice dello spirito maggiormente complesso ed universale onde uomini sian stati partecipi. Ma qui tent il pensiero e a quell'altezza si spost nella prosa del dialogo, si disgreg poi subito nell'imitazione e nell'eloquenza, quindi decadde alla retorica, alla sofistica, al parlare comune; e fin.
Non sapevo se avessi ben compreso e gli chiesi: - Dunque non mi dite altro? -  tardi - fece. - Come  freddo stanotte! Addio ragazzo:  ora di rientrare. - E le mie domande rimasero senz'altra risposta perch non lo rividi che agonizzante nel letto onde non doveva rialzarsi mai pi.
 III.
Al suo funerale un amico ebbe per ultimo cos a discorrere brevemente:
- Di Paolo Tannery, o cittadini, altri v'ha tessuta la lode, per quel ch'egli oper, per la perfetta nobilt del vivere. Lasciate che tali elogi io concluda dicendovi dell'indole del suo destino ed il vostro pensiero elevando di l dalle contingenze. Colui che abbiamo accompagnato all'estrema dimora non pervenne a dar la misura del suo ingegno, ma forse a punto per questo ci ha lasciato l'esempio di una mirabile umanit, poich non consegu nulla fra quanto desiderava anche avendo offerto tutta l'anima ad un disinteressato scopo. Pure giunse a creare per donarla al suo tempo, opera vasta, complessa e preziosa. Egli dunque per noi constitu di s un modello di uomo, fuori forse dai suoi intendimenti, ch certo pens ai fini e non a se stesso, e ben al di sotto di quanto contava d'aver a terminare, pur se il suo lavoro abbia impresso orma non peritura nella storia del sapere.
La sua vita in fatti fu un'ardente corsa stimolata da tutti i pungoli ed eccitata da tutte le mte onde pu animarsi un attivo ed audace spirito. Ognun ch'ebbe a conoscerlo seppe con quanta tenacia resist alla fortuna e mantenne integra la forza dell'animo e dell'intelletto infaticabile. E pure nelle ultime ore dell'agonia, dietro gli occhi gi ciechi nell'appressamento della morte, brill forse muto un pensiero di dolore per quanto non aveva potuto compire. N certo seppe quale ineffabile eredit lasciava alle anime nostre con le opere e pi con l'esempio. Poich fu egli veramente come il soldato di Maratona che tutto se stesso sacra al volo glorioso per giungere primo a dar la buona novella e indi spira. Forse non diversamente deve per retto fato consumarsi l'esistenza di ciascuno di noi, votandosi a un'ardente corsa in cui si sappia perch e dove s'arrivi, in tempo per dir l'evangelio di una vittoria e poi morire.
Or ora, ascoltando ripetere quel che in suo onore fu detto delle speranze inesaudite e dell'opera amplissima, io di lui pensavo come assomigli per questo rispetto alla maggior parte degli uomini che vissero per l'ingegno; e nel meditare la sorte ch'ebbe in comune con costoro, uno me ne ricompariva nella memoria, di cui la vicenda fu cos simile a questa, ed un altro pi vicino se n'aggiungeva, e trovavo fra i due strane e profonde eguaglianze, tali da meravigliarmi e consolarmi. Io pensavo in fatti che il cantor d'Orlando e il dipintore della comedia umana ebbero sorte e vita ed opere cos inaspettatamente identiche, da sembrar nel secondo riprodursi il fato stesso del primo. L'Ariosto e il Balzac sono assisi fra due secoli ed usciti ambedue da una rivoluzione, l'una umanistica, l'altra politica; sfruttati e vessati l'uno dagli Estensi indiscreti ed ingrati, l'altro dal pubblico vorace e brutale del suo tempo; assertori entrambi dello spirito di un'epoca, l'uno nella pi audace illusione, l'altro nella pi spietata realt, secondo il sentimento epico delle et rispettive, l'uno e l'altro condannati al tormento d'angustie, di sacrifizi e di stenti, ma consolti dalle fantasie ricchissime con cui per s riconstruivano interiormente e possentemente esprimevano altissimi ideali; inseguiti dalla necessit senza riposo, ma professando sempre incrollabile probit; sconfitti in ogni desiderio ogni volta sin quasi al termine dei loro giorni e morti ambedue non a pena sul limitare della gloria, l'uno del saluto imperiale, l'altro dell'universale ammirazione; entrambi sicuri di un dolce rifugio per il cuore sereno e dolente in affetti tenerissimi di vedove, la Strozzi e l'Hanska, ma morti dopo aver transformato il rifugio in caro e legittimo riposo; ambedue giunti a conseguir la tranquilla agiatezza, la casa parva sed apta e morti in essa senza averla quasi goduta..... ma, o cittadini, costoro condussero la medesima vita, alla stessa sorte soggiacquero, un'anima sola portarono a sentire nel mondo!
Per, pur senza cos profonde analogie, tale  sempre l'esistenza di chiunque sinceramente si dia alle opere dell'ingegno come se queste una misteriosa fortuna sospinga, domini ed esalti. Quando al travaglio dell'intelletto essi danno la pienezza del grandissimo spirito, in questo solo e nella sua vicenda trovano la lor ragione di essere e muoiono quando per averlo tutto espresso secondo un sublime dovere, vien loro a mancar la inconsapevole volont di vivere ancora, come se oltre non li sostenga quella lor complessa forza tanto pi efficace e dominatrice d'ogni altro spirito vitale. A tali loro grandezza e virt interiori dobbiamo se avendo la ventura di conoscerne alcuno, ci sembrano anime peregrine di divinit in esilio su la terra, come di s diceva il poeta filosofo d'Agrigento che errava in obedienza alla furente discordia aggirandosi nella bassa pianura dei mortali. Forse non diversi da costoro parvero a Omero memore ed esperto della lor pena, Poseidone ed Apollo che tanti dolori soffersero in torno ad Ilio, essi che Dei, in seguito a comando di Zeus furon soggetti al duro imperio dell'orgoglioso Laomedonte per pattuita mercede, a cingergli d'ampia e bella cerchia di mura Troia resa inespugnabile, ed a pascolar per il re i buoi dal grave passo e dalle corna ritorte su per le balze tortuose del frondeggiante Ida.
Certo la storia di Paolo Tannery pi che di uomo sembr di semidio, per la purezza e l'energia onde s'inspir. Sua prima, insigne virt fu il concepir sempre e tutto, sotto ogni aspetto, come dovere. Ebbe l'invidiabile dono, il sentimento constante, esercitato e sicuro di saper sempre quel che doveva fare, quel che si deve fare, s che pot giungere alla morte non lasciando dietro di s n un rimpianto n un pentimento n un rimorso. Visse per tanto come fosse sempre sul punto di conseguir la gioia pi grande ed in una perenne sognante vigilia di contentezza, ma tutta intima e segreta poich quanto alla realt egli al pari di Bellerofonte, smagato l'inganno, dom con l'aiuto dell'alato cavallo Pegaso l'indomita Chimera, com' destino d'ogni vero poeta. Transcorse cos l'esistenza apparente in una solitudine delusa, ove sentendo, riflettendo, operando non perdette mai un attimo del suo tempo, ove per non si compirono quel desio di laude ed mpito d'amore di cui era stato tutto ardente, ma ove pot godere la sostanza delle pi nobili aspettazioni. Per altro, come il generale tebano esal l'ultimo spirito vittorioso quando dal fianco si tolse il giavellotto che essendo per ispegnerlo pur lo manteneva ancor vivo, cos egli sul punto di raccogliere il tenue premio al meno del riposo che per constanza si era acquistato, s'estinse quasi per aver finito il cmpito dalla sorte assegnatogli per l'economia dello spirito universo. S che ora egli sembra aver sofferto per noi; onde meglio non potremmo adempire l'obbligo di gratitudine che c'incombe verso la sua pura memoria se non seguendone l'esempio luminoso di lavoro e di rettitudine. Non cerc la fortuna ma serenamente la attese senza che mai veruna reale sodisfazione profanasse la uniforme indifferenza della sua vita: se l'inutile speranza  tormento assai egli ebbe a patire, ma se il desiderio  divina gioia, egli fu infinitamente felice. -
Taluni, superficialmente conoscendolo ma pregiandone le rare doti, ebbero a giudicare egli mancasse di volont. Ma chi aveva occasione di praticarlo con maggiore frequenza sapeva distinguere i confini di tale facolt in lui amplissima. Aveva egli in fatti volont ferrea per la dominazione di se stesso, quasi nulla per vincere al di fuori, come se non gl'importasse la volutt dell'imperio. Pareva desiderar tutt'al pi che lo seguissero coloro che liberamente e spontaneamente avessero a riconoscere superiorit e giustizia nelle sue idee, ma non avrebbe compiuto mai il minimo atto che potesse significar imposizione di se stesso altrui. Parimenti, se ben di lode desiderosissimo, non si sarebbe mai, per nessun motivo al mondo, indotto a cercarne. Per rispetto eccessivo delle opinioni raramente discuteva, tacendosi quando s'avvedesse d'essere per aver trionfalmente ragione e diceva che il voler in qualche modo comandare, esige un dispendio di forze altrimenti troppo pi utili e dignitose per il proprio incremento. Desiderava in tutte le relazioni cui partecipasse con l'anima, d'essere inteso senza avere a spiegarsi od a chiedere poich sentiva e sapeva di tendere sempre al giusto. Ma se fosse contrariato o non compreso, di subito si ritraeva in s senza parlare n forza alcuna sarebbe stata abile a riprenderlo. Manifestava cos quella nobilissima indole di dominatore che  propria a coloro che conducono la pi pura ed estesa vita spirituale. Forse poi, quanto alla sua vicenda esteriore, non era adatto al suo carattere il regime del secolo nostro, in cui  necessario buttarsi nella lotta per la vita a chieder la conferma di s, solo dal gran numero degl'inferiori, per avere a prezzo esclusivo di tal concessione, come a lui sembrava, indecorosa, il diritto di divenir superiore anche non sentendosi tale.
Con tutto ci forn grande lavoro, maggiore se ne propose, massimo sogn di compirne, sterminato ne vide con il vasto spirito. Relativamente ristretto  l'elenco dei suoi scritti, ma ciascun d'essi  d'eletto argomento e di perspicuo stile, s da avergli sempre procacciato meravigliati elogi dai competenti. * Delle sue opere fu accolto con meritato favore il suo volume su la geometria greca non meno del precedente Pour la science Hellne. Questo libro che fu una vera ed inattesa rivelazione, mostr come l'autore sapesse spandere nuova luce su la storia della filosofia presocratica, anche dopo il monumentale lavoro dello Zeller. E le opinioni naturalistiche dei filosofi presocratici, tenute in poco conto e relegate fra le curiosit dagli storici della filosofia, ei le rimise in onore. E cerc tutte le vie di spiegarle nel miglior modo e da quello studio trasse motivo ad una riconstruzione del pensiero filosofico, in gran parte nuova e, se non sempre sicura, sempre degna di esser largamente discussa.
L'ultimo lavoro a cui attendeva era l'edizione dell'opera di Descartes, alla quale s'era preparato studiando il materiale edito ed inedito da pari suo, come appare dalla Correspondence de Descartes dans les indits du fond Libri, pubblicata a Parigi nel 1893. L'ultima pagina scritta da lui fu una breve risposta al Chazolles sur une erreur mathmatique de Descartes, che si chiudeva con queste solenni parole: "La vrit historique est que, mme en mathmatiques les plus grands gnies ont commis des inadvertences singulires... Mais dans ces erreurs mme des grands novateurs, dont ni Fermat, ni Galilei, ni tant d'autres ne sont pas indemnes, on reconnat la griffe du lion. Ils n'en sont pas donc diminus: cela doit au contraire nous rendre plus humbles vis--vis d'eux et nous faire bien comprendre la difficult de la tche qu'ils ont accomplie, la grandeur des services qu'ils ont rendu  l'humanit, comme crateurs de branches nouvelles de la science. Honorons-les donc jusque dans leurs erreurs car ce sont eux qui ont appris  n'y plus retomber". *
Oltre alle opere ora dette, restano di lui numerose memorie disseminate in molte rassegne e gazzette, e gran quantit di recensioni su opere relative alle discipline da lui coltivate. Insiem raccolti tali opuscoli formerebbero una vera enciclopedia di sapere e mostrerebbero a chi attentamente sapesse leggerli, quali profondit di pensiero e vastit di dottrina s'accogliessero in quest'uomo, constretto dal gioco della sorte ad esprimere le sue idee e ad infrenare il vigore dell'intelletto entro insensibili scritture, passate per la pi gran parte inosservate.
Ma anche maggiore sarebbe la meraviglia degl'intendenti che avessero una volta occasione di scorrere le abondantissime carte che egli lasci. Racconta chi vide la supellettile funebre del sapere, del pensiero e dell'arte di quello scrittore che ordinati in varie buste di cartone si trovano importanti materiali di appunti, schede, piani, note della sterminata lettura, intiere pagine e trattazioni, con straordinaria diligenza raccolti e disposti per molte opere che egli si proponeva d'aver a scrivere se gli fosse stato possibile un giorno di rivolgersi con tutte le forze al suo prediletto lavoro. E questo egli avrebbe compito da filosofo che non vuol dimenticare d'essere un letterato ma sa armoniosamente fondere metodo e gusto. Taluno ebbe anzi a notare che per molti rispetti gli argomenti prescelti rassomigliavano singolarmente al suo concetto del mondo ed all'indole sua, sia per il contenuto sia per l'avviso espresso circa le varie questioni. Un pacco di carte concerne gli studi per confermar con i testi una poderosa ipotesi su l'origine della tragedia greca, che egli faceva risalire al progressivo sviluppo della materia dramatica contenuta nel rudimentale racconto del nunzio al coro ditirambico, cos spiegando molti particolari del formarsi del genere tragico, fra cui quello della catastrofe originariamente nascosta a gli occhi del pubblico. Collegato con questo doveva essere un altro lavoro di cui si rinvennero innumerevoli schede, su la tecnica teatrale e su l'intima didascala contenuta per l'azione scenica nella poesia tragica: sembra che tali accertamenti egli raffrontasse con quelli derivanti da analoga indagine su l'arte descrittiva e narrativa dell'epica e della lirica anteriori, non meno che con il suo saggio in torno la persona del nunzio, per determinare storicamente il decorso tutto plastico della letteratura greca. Ed indubitatamente in relazione a questi due insigni studi, di un terzo si trovano fra le carte del Tannery abondanti elementi ed  sul valore spirituale, ci sono il concetto, l'estetica ed i significati, dell'elps in tutta la letteratura dei Greci: manifestamente all'argomento della speranza egli faceva risalire il contenuto non pi plastico di quell'arte ma ideale ove doveva rintracciarsi la nova virt di pensiero destinata a esplicarsi principalmente nella formula del contrasto fra la legge e la vita che in vari aspetti  della tragedia ellenica e successivamente del teatro mondiale il perenne fondamento. E tutte queste ricerche si aggruppano in torno ad un suo complesso proposito circa la determinazione storica, morale e psicologica del classicismo, da lui inteso come meravigliosa espressione strumentalmente subiettiva e finalmente obiettiva dello spirito umano, a riscontro del prodigioso arricchimento integratore portato dal Cristianesimo, della cui storia ed essenza venerande si dimostrava peritissimo ammiratore.
Molto appare aver egli studiato gli Stoici ed una sua dotta memoria incompiuta ed inedita schiarisce l'origine dello stoicismo romano, fissandola nel ragguaglio operato primamente dal circolo degli Scipioni fra la dottrina recentemente importata dalla civilt ellenistica, ed i caratteri che la leggenda, la storia, l'osservazione attribuivano al ceto pi genuino e fattivo del popolo romano. Altri appunti in gran numero testificano di pazienti e sagaci cure spese in torno la storia dei filosofi greci prima di Socrate, di tutti i quali aveva compiuto elegantissime traduzioni, in prosa ed in versi. Poich era squisito poeta e di lui si conservano sonetti, poemetti, distici di accuratissima fattura e di nobilissima inspirazione. Anzi, verrebbe fatto di pensar ch'egli fosse prima d'ogni altra cosa un artista, se si guardi a gl'intendimenti che dalle sue carte e dai suoi ricordi si rievocano, circa gran numero di novelle, di poesie, di composizioni per il teatro onde aveva tracciato o narrato appunti, trame, sceneggiature, di singolare originalit. Tanto che non  da escludersi suo primo ideale esser stato quello di divenire poeta, il sapere facendo servire solo di salda base spirituale ed esercizio d'affinamento all'intelletto per dire mirabili sogni. Anche dunque nell'intimo dell'anima egli conduceva una doppia esistenza in cui due forze diverse si combattevano e s'aiutavano a vicenda.
Tante attivit di uno spirito instancabile che ogni espressione pi varia dell'arte, del pensiero, della scienza, della vita aveva voluto conoscere, si raccoglievano per l'essenza originaria della sua concezione pi universale, in un complesso e vastissimo sistema tendente all'interpretazione di tutta la vicenda storica e sociale e risalente ad una elementare, intuitiva biologia. Ma di questa sua personale e generale dottrina non ci resta che uno scheletro di teoria non esteso n chiaro a sufficienza. D'altra parte, come gli spiaceva il parlare e l'udir parlare di s, cos sembrava irritarsi quando s'abbandonasse ad esprimer per le stampe qualche riposto pensiero e sentimento personale come se dall'attrito con il pubblico si sentisse inquisito e quasi profanato. Per qui emerge evidente quel suo principale difetto di goder di se stesso che lo rese quasi sterile per l'esplicazione dell'intelletto. Per non aver voluto prefiggersi di proposito veruno scopo utile aveva finito per divertirsi con la mente, disfrenata ad ogni volo, ma sempre saldissima nell'esercitata speculazione e nella perfetta analogia con la persona, s che coltiv in s tutti i germi, solo pochi lasciandone giungere alla maturit.
Poich tracce numerose di altri lavori in ispecie su la storia delle scienze, si rinvengono nelle cartelle e nei quaderni da lui lasciati e fanno pensare che se egli avesse potuto dare a gli amatissimi studi la preziosa esistenza, sarebbe senza dubbio rimasta di lui per lo meno fama ben pi grande e multiforme di quanta non se ne conservi. Non pareva egli per di questo avviso, poich come pi sopra ho accennato, soleva dir che l'uomo superiore solamente pu essere e farsi veramente valere per tale quando la sua persona sia compressa ed oppressa contro le sue inclinazioni. Narrava anzi scherzando che avendo un giorno il Ministero delle Finanze spedito a tutti i suoi officiali una lettera comune in cui li invitava ad esporre i lor desideri per l'ulteriore avanzamento, egli era stato tentato di scrivere: - Paolo Tannery chiede di esser mantenuto a spese pubbliche nel Pritaneo per compirvi cose immortali - ma che dall'imitar con ci il divino Socrate lo aveva trattenuto meno il pensiero della ministeriale cicuta che non il dubbio, attuando quelle condizioni, di non goder se non d'inerzia e di compiacenze puramente cerebrali senz'altro operare.
Poich era uomo arguto, tal volta garbatamente sarcastico, serrato ed efficace nelle parole, e chi lo conobbe rammenta di lui molte risposte che parvero acute e profonde. Interrogato come possa pi degnamente transcorrer la vita del savio: - Nel farsi coraggio - rispose. Ed in che meglio possa l'uomo forte dar testimonianza di s, disse - Ricominciando. - Altra volta a chi gli domandava qual fosse la miglior gloria, fece: - Quella che si consegue in se stessi, anche sol per la persuasione di meritarla presso gli altri. - E richiesto di qual desiderio fosse il migliore da coltivarsi: - Quello del sapere - disse - poich il sodisfarlo da altri non dipende se non da noi. - Domandatogli qual ritenesse il pi gran segno d'amicizia, disse: - Saper tacere insieme. - E ricercato una volta delle qualit di cui ogni uomo maggiormente si compiaccia s da volerne pi delle altre menar vanto, rispose: - Quelle che ogni uomo ha in minor grado e che pi vorrebbe avere e per far credere di avere. - Soleva dire che per accertar la diversit degli uomini occorre non tanto considerar le espressioni, quanto scoprire i pudori. Sollecitato a dire qual ritenesse la contradizione da cui derivino i maggiori disinganni, rispose: - Aver fantasia sproporzionata alla propria realt. - Ed avendo una volta un suo amico, gravato da un'ingiustizia dei governanti, esclamato: - Oh, tornassimo allo stato di natura! - osserv: - Ci s'invoca quante volte del presente stato abbiam per una ragione qual siasi a lamentarci, ch in vece non lo pensiamo mai ed anzi se lo pensassimo se ne aborrirebbe, quando senza avvedercene godiamo i vantaggi dello stato diverso. I quali, come le membra del corpo stanno bene se non ci s'accorge d'averle, ci servon da s quantunque non facciamo nulla per ottenerli, me se manchino, allora veniamo a sapere qual bene sia il non trovarsi pi nello stato di natura che a punto allora rimpiangiamo.
Sembra che senza propriamente tenere un giornale della sua vita, annotasse pensieri e considerazioni su le sue vicende. Ma si crede che sentendosi presso a morire, abbia dato alle fiamme quel manoscritto, poich tra le sue carte non si rinvenne se non un quaderno, il qual doveva esser l'ultimo, tutto bianco eccetto che nella prima pagina probabilmente a sguito di altri consimili scritti. Dice:
- ...poich nato con discreta salute per continuare ad esistere e con quel tanto di materiale attitudine al lavoro necessaria per procacciarmi il sostentamento, pur avendo tutta la vita lavorato e sofferto non ho di nulla cresciuto tale mio avere s come morr senza esser divenuto realmente nulla pi di quanto secondo l'ordine naturale delle cose era destino che fossi. Il viver mio avr per ci transcorso come quel naufrago il quale in cima alla pi elevata rupe dell'isola deserta su cui s'era salvato accese un gran fuoco e fu suo pensiero l'alimentarlo di continuo, a fin che vedendolo da lungi le navi che per avventura passavano al largo, accostassero alla riva per portare aiuto e ristoro all'abbandonato. E scorse egli in fatti molte navi, ma sempre assai lontane, le quali o non riconobbero il segno o, avendolo veduto, non s'occuparono di cercar che significasse o non credettero, per minimo che fosse il tempo da perdere, mutar rotta per rispondergli, ma sempre fuggiron lontane, il naufrago lasciando affidato alla grazia di Dio ed al sussidio delle sue forze. Ed egli a poco a poco si ridusse a scaldarsi a quel fuoco ed alla gioia di vederlo divampare e scoppiettare, senza curarsi se altri avesse a notarlo e da ci fosse per derivargli liberazione e felicit, giungendo anzi a desiderare d'esser lasciato cos, con la sua fiamma e la sua solitudine. -
Volle posta su la sua tomba la seguente epigrafe:
OSSA
DI
PAOLO TANNERY
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VISSE
PENSANDO E OPERANDO
DESIDER E TACQUE
ADEMP IL DOVERE
 LA CROCE. - DIALOGO FRA SIMONE DI CIRENE ED ALESSANDRO E RUFO SUOI FIGLI.
RUFO. - Fratello, che  quest'oscurit repentina? Il sole pi non manda i suoi raggi e ad un tratto nel cielo scintillano le stelle!
ALESSANDRO. - Terrore, o Rufo! Guarda il nostro cane come si nasconde spaurito! Che sar mai?
R. - Ecco, ecco un rombo, la terra si scuote; vedi come oscillano i rami degli alberi! Orrendo presagio!
A. - Dove sar ora il padre nostro, non ancora rientrato dalla campagna?
R. - L'ora terza  gi scorsa ed egli da gran tempo avrebbe dovuto essere di ritorno.
A. - Non gli sar accaduto qualche male?
R. - Egli vive cos astratto e sventato, da quell'eterno sognatore che , ch'io temo forte per lui. Un altro rombo, fratello, un impeto di vento... Qualche grande portento accade in quest'ora
A. - Io ho terrore, fratello! Le tenebre gravano sempre pi fitte su la terra e passa per l'aria densa come un brivido di morte. Ho paura, ho paura...
R. - Zitto! Ascolta! Non ti par d'udire nel frastuono la voce del padre?
A. -  vero,  vero, s,  lui,  lui: odo i nomi nostri gridati da lunge. Egli viene, egli torna, egli viene!
R. - Padre nostro, padre nostro, siam qui!
SIMONE IL CIRENEO. - Alessandro! Rufo!
R. - Eccoci, eccoci, vieni, padre!
A. - Eccoci, padre; l'aria si rischiara un poco e il vento posa.
S. - Figliuoli miei, eccomi. Finalmente!
R. - Padre mio, ristrati, sei affranto di stanchezza e forse di spavento, sei tutto lacero e sporco di fango.
A. - Ma d'onde vieni, che t' accaduto?
R. - Ahim, veggo pure macchie di sangue! Che , che !?
S. - Nulla, miei figliuoli; quel sangue non  mio. Nulla m' accaduto da impensierirvi. Ora siam finalmente riuniti e dopo la tempesta il cielo si rasserena come le nostre anime.
A. - Ma di' che cosa t'avvenne e perch giungi cos tardi ed in codesto stato!
S. - Ora, ora vi dir, ma non mi rimproverate. D'altra parte son fatto cos ed or mai nulla varrebbe a mutarmi.
R. - Ma che hai fatto? Vieni qui, siedi con noi, racconta.
A. - Perch vuoi che abbiamo a rimproverarti, noi tuoi figli?
S. - Ma sapete pur che io sono noncurante e sereno, s da abbandonarmi a certi raffinati piaceri che tal volta non vi furon graditi.
A. - Che fu, dunque? Ecco, il cielo e la terra son di nuovo tranquilli. Racconta.
S. - Tornavo dalla campagna all'ora consueta per venirmene a desinare, quando, poco lungi dalla casa del Procuratore imperiale, mi scontro con una piccola brigata di gente che sembrava avviarsi al luogo del teschio, sapete bene, quella collinetta che sta di fronte al palazzo di Erode. Erano soldati romani, alcuni scribi e qualche uomo del popolo. Nel traversare la strada vedo in mezzo ad essi, trascinandosi con la croce del supplizio e tutto pesto e grondante sangue da molte ferite, quel nazoreo che gi una volta il Sinedrio aveva fatto arrestare.
R. - Dunque Bar Rabba l'ha fatta franca?
A. - E costui era allora quel figlio di un falegname che or non  molto predic nel Tempio?
R. - Si chiamava Ges e dicevano volesse proclamarsi re dei Giudei, ma altro era il suo fine.
S. - Colui era, quello proprio, condannato a morte per volere del Sinedrio quantunque il re Erode ed anche il Procuratore volessero salvarlo e rimandarlo in Galilea.
A. - Hanno fatto bene a condannarlo. Muoiano cos tutti i nemici dello Stato.
R. - Ma non era nemico dello Stato. Non sai tu che consigliava di dare a Cesare quel ch' di Cesare?
A. - Ipocrisie! Imposture! Dunque, padre nostro, che c'entri tu con costui?
S. - Sembra che un dei suoi compagni l'abbia tradito e che gli altri lo abbiano abbandonato tutti per salvare la pelle, ed ora livido, intontito di percosse, lacero e insanguinato e gi agonizzante lo lasciavano andare a morir solo, avendo a fianco due sodali di Bar Rabba che recavano anch'essi le loro croci per essere giustiziati. Come lo vidi io feci per ritrarmi, evitar quello spettacolo angoscioso, non contaminarmi l'anima che mira alla serenit stessa quale il mio maestro Aristippo ha predicata, con il pensiero ed il ricordo di quell'orrore. Volevo lasciarli passare, dimenticarmene e ritornare fra voi, e gi avevo raggiunto il ciglio della strada voltando il capo, quando non so perch son constretto a guardarmi di nuovo in dietro: i soldati gridano forte perch il condannato, come inciampasse, s'abbatte sotto il peso della croce e resta sconciamente per terra, quasi svenuto. Allora il Centurione che comandava la brigata, si guarda da torno e nessun altri vedendo nella strada che me, mi mette una mano sul collo e m'impone - Aiuta costui a portar la sua croce.
R. - E tu l'aiutasti?
A. - E tu l'hai aiutato! E non ti venne in mente di dir che sei cittadino romano? Tu sei greco, padre mio, sei di Cirene n alcun barbaro pu obbligarti ad opera infamante.
S. - I soldati con i calci e con le lance lo stimolavano a rialzarsi ed a procedere, n altro che sangue, lagrime, gemiti, misteriose parole escivano da quel corpo martoriato ond'io sempre cos sollecito di fuggire il dolore n'avevo ribrezzo e m'angustiavo della mia stessa piet.
A. - Ma di' che facesti, alla buon ora!
S. - E bene, mi piacque di consentire ed aiutai il condannato a rialzarsi e dietro a lui mi posi su le spalle il legno, s che egli scemato del peso pot avanzare per il resto della via sino al termine. Ma su di me lungo il trave colava il sangue versantesi dalle ferite che nella fronte gli faceva una corona di spine e di quel sangue son tutto tinto ancora.
A. - Tu, padre nostro, tu ti sei sottomesso a tale vilt!
R. - Ed  morto, di',  morto? Che ti disse prima?
S. - Nulla mi disse, ma negli occhi spenti vidi passare come un tenue raggio di gratitudine. Mentre procedevamo egli parlava come tra s e s dicendo le sue parole strane ed io pensavo. Cos giungemmo al luogo del teschio ove ho assistito al supplizio fin che egli stesso non disse: -  finito - e incominci a entrare nel passo della morte e a dare i tratti; poi, chinato il capo, rese lo spirito. In quel momento si fece buio e trem la terra ed allora mi sovvenne di voi e son tornato di corsa a casa.
R. - Certo, quest'uomo era giusto.
A. - Che dici, fratello, e perch bestemmi!? Non ti fa onta il pensare che nostro padre soggiacque all'ignominia di sorregger la stessa croce di quel tristo? O padre, ma come non ti ribellasti, e n'avevi diritto, a tale obbrobrioso travaglio?
S. - E pure quando io scorsi quel condannato mi chiesi - Non saprei dunque portare anch'io quella croce? - e mi parve curioso il provare, non ostante l'indole mia.
A. - E non pensasti al vituperio che ne ricadrebbe su di noi tuoi figli.
S. - Ecco, ecco che mi rimproveri. Ma lo sai pure ch'io son noncurante ed insieme avido di conoscer me stesso in ogni evento, quasi per un'indolenza dell'anima a sostenersi troppo rigida di fronte al giudizio su le congiunture della vita. E poi, mi lasciai prendere e non potevo or mai pi dir di no. Non c'era altri e quelli non andavano innanzi.
A. - No, troppo contrario a quanto sempre hai pensato e detto fu tale tuo atto perch io non debba in questo punto sospettarti intinto di quella pece. Non hai tu professato in ogni occasione, secondo gl'insegnamenti d'Aristippo tuo concittadino e lontano maestro, doversi fuggire il dolore e far consistere la vita nel piacere?
R. - Anche tu del resto, Alessandro, per altra via giungevi a simile conclusione, l dove io affermai sempre esser la vita dovere e per rinuncia e privazione.
S. - S,  vero, io ho sempre sostenuto essere il piacere il fine della vita, ma di questo mio principio sapete pur che ho dato segni diversi, ond'anche nella recente congiuntura mi sembra d'aver obedito al medesimo stimolo che me l'inspira.
A. - O come concilieresti quel che hai fatto con l'egoismo su cui dici d'aver sempre imperniato ogni tuo sentimento?
S. - Vi spiegher, figliuoli, sopra tutto perch intendiate al giusto quale sia stato l'animo mio nel compir quell'azione. Al primo ribrezzo successe il pensiero di ribellarmi, presto dominato dalla curiosit, che era poi un vago desiderio. Ma, come ho a dire? sotto di quello io sentivo il bisogno, poi che or mai non potevo sottrarmi, di alleggerire per quanto potevo il mio spirito del ricordo di quella pena e per ci di cercar di diminuirla. Volevo questo per me, per esser sodisfatto in sapere che colui nei suoi ultimi momenti avrebbe sofferto meno non foss'altro che a portar la sua croce. Di pi, che che abbiate a pensarne, era in me anche un senso di dignit mia onde mi pareva di far qualche cosa di giovevole a me, nel recare aiuto a colui. Non so spiegarmi, ma io mi persuadevo che mi s'addiceva sottostare a quella fatica per che in verit era uno strano piacere per me sostenerla, esaudendo un desiderio che, volere o no, s'era svolto e m'era cresciuto nel cuore. Di che? Per che? Se ho a dirvela, di colui m'importava ben poco, n mi sembrava di far quanto facevo, proprio per lui che non m'era noto se non per averne inteso parlare solo una volta da te, Rufo mio, come d'un agitatore di turbe che pareva dir qualche cosa sensata. Per me, dunque, io m'assoggettavo a quella croce, ed a causa di qualche cosa di pi intimo che non i sentimenti accennati or ora. Ecco, ho trovato:  vero, il fine della vita  il piacere, ma il mio piacere, non l'altrui. Ora mi penso che solo a me stesso come fondamento della universale realt io debbo ridurre ogni mio desiderio, anzi ogni considerazione del mondo, il quale  quel che la sua vicenda l'ha reso ed in esso io vivo cittadino accettandolo con le sue leggi ed i suoi costumi. Io non commetto il male, non perch io giudichi se i miei atti possano essere buoni o cattivi, ma pi tosto a me utili o nocivi, e l'utilit od il nocumento loro derivano dal minore o maggior fastidio che essi posson recarmi nelle loro conseguenze. Queste consistono per lo pi nella sanzione che la vita qual' e quale gli uomini l'han fatta, stabilisce nella sua convenzionale partizione fra il male e il bene per i fatti cattivi e buoni, onde se pur cerco la gioia dell'attimo, vaglio per le noie che dall'uno o dall'altro piacere in qualunque senso posson provenirmi e mi regolo sul calcolo di esse.
R. - Padre mio, ma in tal guisa ti assoggetti alla convenzione e smarrisci il senso della tua libert.
A. - Qualunque piacere convien cercare, perch deve viversi per godere.
S. - Non vorr discutere il tuo Crisippo, o Rufo, n il tuo Metrodoro, o Alessandro, ma forse in tal mio egoismo si racchiude legge ben pi giusta, severa e giovevole delle vostre. Io faccio il bene quando esso mi dia piacere, quando ci  pesando fra le due mani l'incomodo che pu costarmi e la sodisfazione che pu procacciarmi, sento questa prevalere a quello. Amando esclusivamente se stessi, si trova la norma migliore per il male da evitare, per il bene da fare, per i danni da scongiurare e per i piaceri da conseguire. E, vedete, ora ho chiaro il sentimento che mi animava nel sorregger quella croce. Oltre che liberarmi dell'angustia di saper colui cos sofferente, io compivo opera di perfezione di me stesso, facendo ci che un altro al mio luogo non avrebbe fatto, arricchendomi di un'esperienza, creando per me un bene nella lode altrui, nella gratitudine del condannato, nella conscienza d'aver rettamente adempiuto ad un dovere verso l'anima mia. Ed anche or che ripenso a quel mio atto e lo sviscero quanto a gl'impulsi che me lo dettarono, io non me ne pento, poich non per volgare piet, non per rispetto umano, non per il bene degli altri ma per mio sublime egoismo io l'ho compiuto, n il divino Aristippo in persona saprebbe rimproverarmelo, come che io sia stato cos per me solo, per far qualche cosa di utile, di piacevole, di sodisfacente a me. Anche in quel momento, adunque, sar stato coerente con il principio su che la mia vita si fonda, per il quale io mi faccio centro dell'universo, questo assoggettando a me, al mio criterio interiore, alla mia libert di scegliere, ed in tale appagamento risiede la mia felicit. Son lieto d'aver compiuto opera degna non per l'opera ma per me e credo, ci avendo fatto, d'esser stato virtuoso. Tanto  vero che non mi preme in alcun modo di sapere fino a qual punto colui a cui ho portato il mio aiuto ne fosse meritevole e fosse pi o meno colpevole del delitto di che  accusato e fosse a questo conveniente quella pena.
A. - Quanto a ci non temere: colui era un mestatore che voleva pescar nel torbido e procacciarsi qualche vantaggio. Non sai come lusingava le menti di questa plebe ignorante che l'ascoltava, servendosi sempre di parabole e di similitudini che s'aggiravano in torno al denaro od al governo dei campi? Non ci voleva altro con costoro ed egli mirava senza dubbio alcuno a divenire un giorno o l'altro un pubblicano. Ben fu avvisato il Sinedrio a condannarlo e non ostante i sofismi che hai detti mi duole per questo, padre mio che tu abbia consentito a portar la sua croce. Egli professava dottrine diametralmente opposte alle tue e pure ambedue avete sostenuto la stessa fatica.
R. - O fratello, e v' forse una dottrina che ci liberi dal portar la nostra croce? Predicando l'uno l'amor di se stessi, l'altro l'amore degli altri, pur tutta via salivano insieme il doloroso calvario e tanto l'una quanto l'altra dottrina s'aiutavano a vicenda per la stessa miseria!
A. - Non sar di tal tuo mite avviso l'amico nostro Saulo che sempre avvampava di furore contro Ges ed i suoi seguaci nel parlarne.
R. - Ma forse la madre nostra che pur Saulo ama, pensa ch'egli fosse un giusto.
A. - In ogni modo non spetta a noi, uomini dell'Occidente difender cotesto Giudeo e non doveva il padre aiutarlo.
S. - E bene, figliuolo, or mai  fatto e dalla Greca Cirene lontana si sar unito un uomo con una sua buona volont a sostener la croce di tale universo dolore, con un altro illuso di questo Oriente pensoso. Su, figli miei, la sera  caduta andiamo a ristorarci.
 PANEGIRICO DELL'AVIATORE O LA NUOVA COSMOGONIA.
Colui che qui siamo riuniti a commemorare, o signori, dall'alto del cielo ove consapevolmente e volontariamente si sosteneva volando, precipit con la sua macchina e con essa s'infranse su la terra. Fu giovane di coraggio intrepido e di tale ardimento da far violenza a gli estremi e pi naturali timori dell'anima, a quelli preposti, nell'esplicare gl'instinti presso che indomabili della conservazione, a difendere le elementari ragioni del vivere.
Manifestamente, era nel suo spirito una energia di maggior potere che non fosse il valore da lui attribuito alla propria vita, ed al contrario questa egli faceva consistere in qualche cosa di migliore che non l'obedire ad un comune destino. Tanto gran sogno  racchiuso in codesta piccola cassa ove s'accolgono inerti i frantumi del corpo di lui sottratti di tra quelli dello strumento fracassato, ed ove in cos breve spazio si contenne e si contiene l'espressione per noi sensibile della pi gigantesca e spaventevole vicenda che travagli questo cosmo in cui noi tutti viviamo.
S'invochi la gloria sul ricordo del precursore, il quale ancora una volta cerc sia di ribellarsi alla forza che tutti ne tiene aderenti a questo soggiorno degli uomini, sia di esaudire il complesso impulso che ci trae con ogni nostro desiderio verso l'infinit: la tremenda punizione ricevuta della sua audacia fa imaginare una vendetta del cielo contro chi ha voluto sfidarlo, ed una della terra contro chi si pens di sprezzarla, come se le divinit dell'altissimo e del profondo avessero conspirato a distruggere chi volle temerariamente violare il loro inespugnabile mistero. Ma non in vano tale giovinezza fiorente sar per cos misera fine troncata, poich non mai una morte sar stata come questa tanto feconda d'ammaestramenti e di esempi, quanto di pensieri terribili.
In vero, nell'attuare la divina ebrezza del volo, egli ancora una volta secondava l'aspirazione pi antica non solo del genere umano, ma pi veramente della terra che noi tutti sostiene ed onde tutti noi siamo composti. Occorre umilt di intelletti, o signori, dinanzi alla morte, dinanzi a questi rottami di una vita, ma convien pure rialzarsi dopo superbamente a comprendere e con sicuro e limpido pensiero guardare alla verit delle cose.
Poich io credo certamente a ci solo aver inteso la segreta ed immensa vita del cosmo, a vincere lo spazio per dominarlo, fin da quando fu il nostro mondo e con la sua atmosfera si libr per la prima volta nell'etere infinito. Il volo sembra essere nei ricordi immemorati della materia il fine di quanto esiste nell'universo, come un folle desiderio delle creature e delle cose, e quasi un'irresistibile spinta fuor della chiostra tenace di questo misero globo, anch'esso turbinosamente volante.
Ogni atomo del nostro corpo vive sin dall'irrevocabile; e certo egli in s ricorda gli eventi paurosi in cui transcorse la pi remota vita del cosmo, ricorda conflagrazioni titaniche di astri, incendi sterminati di cieli, tenebrosi agghiacciamenti di orbite ed angelici canti di luce ed infernali fragori d'oscurit e smisurati abissi d'eternit e d'infinito. Egli nella sua incommensurabile fragilit e piccolezza enorme e immortale, partecip a tutte le tragedie dell'universo, e vide il ratto della Luna, e seppe l'inanellarsi di Saturno, ed ammir la prima danza dei satelliti di Giove, e valic la Via Lattea, e sost in ogni constellazione, fin che sfasciatasi la sua nebulosa, a traverso le vicende del nostro mondo, s'arrest un attimo per concorrere alla vita di una forma umana. Rammentatelo, signori, ogni atomo del nostro corpo  un atomo della materia immortale, la quale non conosce n spazio n tempo, n evento n causa, n moto n aspetto, ed  tutto questo insieme.
Ma tali particelle per noi insensibili, vibrano di ricordi giganteschi, che il povero spirito nostro non sa raccontare, a pena si raccolgano a constare in un corpo il quale, anzi tutto per la coesione che ne tiene uniti gli elementi, anch'essa parte dall'anima, acquista forma e per conscienza. Io sento veramente o signori essere in me due vite, l'una quasi inconsapevole fatta di un'eterna esperienza degli atomi miei armonizzati in remotissime memorie, in misteriosa storia, in reconditi scopi; l'altra appartenente al mio intelletto quale Dio me l'ha dato ed ossequente al dovere della sua stirpe. Sono in me due eloquenti linguaggi del pari interiori, l'uno del mio esistere cosmico, l'altro del mio esistere umano, l'uno della materia, l'altro della conscienza, ed essi raramente si sovrapongono o s'accordano, ma paion dialogizzare cercando di interpretarsi, tormentandomi ambedue con instinti invincibili, fra i quali l'uno o l'altro mio io di frequente oscilla in mezzo ad oscuri terrori, come se la forza di gravit e quella che ci lancia lontano dal centro, combattessero insieme nell'anima mia una lor guerra implacabile. Non sentite anche voi tal volta nel fondo inesplorato dello spirito lottare astri spenti o scintillare innominati pianeti, passar fulgenti comete squassando chiome gloriose di luce o disegnarsi misteriosi sistemi di immobili stelle che ora non sono pi? Ma ricordano, ricordano gli atomi tutto ci, e ne fanno tormento segreto che l'anima non sa dominare perch le sembra inevitabile ed inesprimibile!
Pure levandosi a volo con tutto il suo cuore, taluno trov la concordia tra le due parole, e tali memorie di una reale vita oltre mondana espresse e rivest di una favola misteriosa. In tal modo la rivolta degli angeli, il precipitare degli uni, l'assurgere in cielo degli altri, sembra a me adombrare secondo il Profeta e l'Evangelista uno di questi ricordi molecolari di un cataclisma dell'universo, una pioggia di astri e di bolidi, dopo una sublime battaglia celeste; non altrimenti da quanto accadde per i pi recenti movimenti del globo, onde i Titani simboleggiarono orrende tempeste, terremoti fragorosi, meteore spaventevoli, convulsioni terribili, immense eruzioni, cui si deve la conformazione della superficie terrestre, dell'Atlantide leggendaria, allo squarcio dei continenti, dal formarsi delle montagne e delle isole, al frastaglio del mare nostro. La materia inconsapevole ricorda, in se stessa ed in noi, e la nostra conscienza interpreta qualche volta, cogliendo per un miracolo repentino di luce il ritmo di un pensiero suscettibile di umanit nel mistero dell'essere.
N forse troverete a ripetere che raccontassero fole gli antichi maghi, i quali la nostra vita dicevano soggetta a gli astri e in ogni stella ponevano l'origine e l'influsso della sorte e il futuro destino, per ciascun mortale, se a questi pensieri voi aggiungiate tante certezze quante fatti comuni posson darvi in proposito. Meditate solo su l'evento pi necessario ed augusto dell'umanit, sul fatto dico del generare, che abbisogna di una gestazione di nove fasi lunari; meditate, per dirne un altro fra molti sul fenomeno delle maree e non mi chiamate astrologo, se, pur senza voler ritornare a quei fantastici concepimenti, io insinuo nell'animo vostro il pensiero che forse tra quella della terra e nostra e la vita d'ogni astro corrono arcane relazioni quali per nessuna scienza e nessuna conscienza, anche analizzando ogni percettibile effetto dell'universale gravitazione, potrebbe determinare e ridurre ad intelligibile disciplina. Ma tenete per fermo che ogni particella cos del nostro corpo, come dell'universo cosmo, ha appartenuto per sempre e per sempre apparterr alla vita illimitata di tutta la materia, di questa conservando cos la compiuta esperienza come l'impulso verso il compiuto destino.
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*   *
Una parte di esse ci guida alla morte e ad adempire il gelo futuro della terra, una parte chiede la vita e ci sospinge a conservarci ed a riprodurci, un'altra alcuni di noi vuol dominatori su i nostri simili e su le forze umane della natura, una in fine ci scaglia oltre il mondo, di l dall'esistenza ponderabile. La varia composizione di queste varie parti, vi constituisce la variet delle cose e quella della specie umana, secondo i pi differenti fini del mondo, ma certo quella che ci stimola a distaccarci dalla servit planetaria dell'appartenenza alla vita confinata del globo, in s contiene l'avvenire pi lontano ed universale ed  quella onde gli uomini hanno forse espresso il sentimento eterno ed infinito, veramente di l da loro stessi, di una nuova ed immortale creazione. Poich spauriti dalla forza di gravit che sempre li faceva ricadere al suolo essi, di frequente con la fantasia e rare volte con l'ardimento delle membra, cercarono di porre in opera un'altra forza vivente in talune forme della materia e tale da ribellarsi a quella della gravit. Al secolo presente forse spetter la gloria della prima assuefazione dei nostri sensi a non veder come miracolosa questa rivolta alla terra, ma non forse ancora a sentirla come sudato ma sicuro premio al lungo martirio dell'umanit.
Perch non solo nei meccanici tentativi dementi dalla storia narrati di Fetonte e di Dedalo, d'Icaro e di Simon Mago, od in quelli pi ragionevoli del divino Leonardo o della Mongolfiera, del Brasiliano che insegn a dirigere o del Germanico che ancora una volta affid la vita alle ali, noi scorgiamo la vicenda angosciosa di questo sogno di volare inflitto dalla materia per portare l'insolito assalto alle nubi, ma lungo tutta la storia dell'anima o della vita, della fantasia o del sentimento, sembra a me siamo stati sospinti ad escir di noi stessi e dal mondo, allargando smisuratamente tutti i nostri orizzonti a fin che ci accostassimo al tormento di mte inaccessibili. Cos viva, profonda e vigilante sent l'animo umano tale sollecitudine da informarne ogni sua espressione onde se ben riflettete, quante volte ebbe a concepire un miracolo, primamente pens al prodigio di chi vola, ed in simile modo si foggi ogni superiore creatura. Segno  che a questo desiderio attribuiva la possibilit reale di attuarsi, per un confuso ricordo e per una ineluttabile aspirazione verso ci cui l'ordine tutto del cosmo lo traeva con ogni potere.
Pensate in fatti come non vi sia religione o poesia o filosofia che in ci non s'accordi, nel distaccarci dalla bassura del suolo, sollevandoci in alto per qual siasi guisa e con qualunque attivit dello spirito. Volano gli Dei e gli angeli, come i grandi iniziati ed i santi, n Omero e Dante altra pi mirabile prova di poteri sopra naturali sanno dimostrare, che non sia la facolt del volo. Il cavallo pegaseo o l'ippogrifo, il magico tappeto persiano od il tralcio per salire alla luna, il grande uccello favoloso o la levitazione dei profeti, sembrano avvertimenti ed esercizi insieme perch la mente nostra a poco a poco s'acconci a trovare il suo equilibrio nello spazio e si avvezzi lentamente a sostenere la vertigine del distacco, e desiderar di annullare la distanza, a tendere a gli astri, ad imitarli e quasi a ricongiungersi con loro. E rammentate pure in questo punto quella religione dell'aria onde chiamiamo spirito quanto  in noi di pi eletto.
Non diversamente il pensiero tutto degli uomini appare ora a me in questa luce, come una continuata rapsodia della altezza. Fin da quando un animale, primo si lev su le zampe di dietro, il genere umano incominciava la sua ascesa verso il cielo. E piace a me imaginare che tutto in una volta penetr un giorno il pensiero nel cervello dell'uomo e lo pervase del suo incendio e ne torse violentemente i lobi s che le orbite s'ingrandirono sin quasi a spezzarsi, perch gli occhi vedessero meglio e di pi e pi numerose le cose illuminate dal fulgore dell'idea allora allora accesa nell'intelletto, come se gocce di sole filtrassero ardenti per entro i tessuti. Da quel punto, quanto si concep maggiore di noi fu in alto, fu immateriale, fu lontananza da superare, altitudine da raggiungere, rapidit da conseguire, astrazione di cui impadronirsi, da allora nacquero nelle nostre membra la tortura dell'eternit e dell'infinito, il martirio del tempo e dello spazio, ond'anche quell'impulso che sospingeva l'uomo a volare, gli fece pensar l'anima come la parte migliore di s e come purissimo spirito disciolto dai lacci della terra. E fu constretto ad alzar gli occhi ed a guardare il cielo, ivi scoprendo e conoscendo Dio, ivi sperando una vita futura in beatitudine e dimenticanza. Qual si voglia superiore essenza l'uomo fantasticamente situ oltre mondo per una sua fede nella comunione con lo spazio, come se lontano lo scagliassero la forza centrifuga, la memoria della materia, la volont di Iddio.
L'infinito e l'eternit! Li pensate voi o signori, veramente come categorie dello spirito e meglio come esasperazioni delle categorie pi naturali dello spazio e del tempo? O non son pi tosto forzate estensioni involontarie dell'mbito in cui allo spirito sarebbe imposto d'aggirarsi? Non vi appaiono l'uno e l'altra come esagerazioni di confini spirituali e materiali, a fin di valicare il nostro cerchio limitato, per il pungolo che stimola a sodisfar la curiosit di un assurdo? Io lo proclamo a voi, o signori, l'infinito e l'eternit non sono, ma come tortura li invent la materia che ci compone perch non sapeva trovar la misura di quanto era troppo maggiore dei sensi, e li pose nel nostro pensiero come assilli per una mta ove la ragione finalmente perviene. La terra aveva necessit del volo degli uomini e come ad essi, perch in ogni senso facciano qualche cosa, conviene sian posti un termine ed uno scopo pi lontani di quanto non sian quelli a cui le loro forze normali e naturali potrebber guidarli, cos al fine supremo del cosmo la natura per la perpetuit della specie e per accrescere i confini del globo queste malattie c'inflisse, fra cui l'inferma umanit ciecamente s'avvolge.
Per simile conseguenza l'uomo con la sua fantasia imagin in alto quanto era pi nobile, o forse un suo impulso lo addestr a trovar nobile quanto era in alto, s che il suo stesso linguaggio per effetto di tale stimolo ferm le gerarchie d'ogni sostanza del suo intelletto. E pi elevati situ i dominatori della sua vita e dell'anima sua, ad essi pensandosi d'inviare il segno della sua soggezione con il gesto della preghiera, con l'inchino della servit, con il fumo dei sacrifici, con il canto dei riti, cos come pretese inalzando colonne e cupole e torri e campanili, avvicinarsi ed accostumarsi all'infinit in cui sentiva di dovere e di poter vivere. Fece identica ogni gioia ad un vago abbandono in libero volo di l dalla vita ed anche l'amore gli parve perfetta fusione immortale di anime nell'azzurro del cielo; non diversamente colui il quale a notte racconta il suo segreto a una stella, crede che, ivi al suo sguardo raggiungendosi lo sguardo della sua donna, ambedue siano rapiti da una inconsapevole forza, ardente sino a consumarli d'amore.
Tutto ci doveva far intendere all'uomo non essere su questo mondo lo scopo della sua vita, e chiamarlo la Divinit a cmpito pi eletto nel remoto avvenire. Di l dalla sua povera conscienza che s'avvede solo di quanto ha la sua forma sembrano ordinate tutta la natura e la vita in guisa da mantenerlo in questo commercio con l'infinito, con il movimento, con gli stimoli nascosti del cosmo a fin che divenga egli strumento sempre migliore per far attingere alla terra la mta cui la guida la frenetica corsa. Poich io vi ho detto, o signori, il mio pensiero su la composizione dell'umana specie, su la sua storia e la sua vita nell'atmosfera, sul suo stimolo ad escirne e su la sua relazione con lo spazio, ma debbo soggiungervi come per adempiere al dovere che or ora vi dir incombere su di lei quale ministra del destino universo le cose tutte siansi composte a segnarle la via additandole la verit cosmica, ben meglio che facendole sognar di viaggiare negli astri per ingenuo gioco, od imaginare fumosi misteri per segreta consolazione.
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L'uomo ha progredito nel mondo per l'incremento della sua velocit in torno la sfera terrestre. Poich egli, procedendo per la gloria dell'umana fatica a cercar la sua sorte, non solo le membra esercita nell'ascendere su le altissime montagne, pure in questo cercando la conversazione pi intima con il silenzio del cielo, ma anche e pi particolarmente studiandosi di percorrere la superficie del globo con ogni mezzo sia naturale sia acquisito. E cammina e corre, fende a nuoto le acque, rema e guida alla vela, cavalca e regge al carro i cavalli, da cani o da buoi si fa trascinare, o s'aiuta con ordegni ai piedi, o le gambe rende leva alle ruote, o si serve di slitte e di vetture che su le strade o su le rotaie o di navi che su le umide ed incorrotte vie od anche sott'acqua divoran gli spazi mosse dal vapore o dall'elettrico, od in fine con il pi pesante od il pi leggero dell'aria si alza a volo nel cielo. Tutta la vita, nel gioco dei fanciulli come nell'ultimo scopo non altro  che esercizio di movimento nella vastit dello spazio e tanto l'uomo  da tal bisogno inseguito che ogni nuovo mezzo di muoversi e di farsi pi rapido non annulla mai quelli di cui gi si sia servito, ma tutti li mantiene sempre in vigore, allo stesso modo delle sanzioni morali, come che ogni sua energia debba sacrarsi alla corsa spietata.
Assiduo esempio ed incitamento se non vogliam dir dalle piante le quali pur germogliano in alto, riceve egli da ogni altro animale non solo su la terra o nell'acqua ma, proseguiti con l'invidia sua, da quelli che sanno percorrer lo spazio dell'aria vibrando le ali, sian essi gli uccelli, delle cui penne piace adornarsi a donne, a selvaggi, a soldati, o gl'insetti, sino alla nottola od al pesce da un'onda all'altra volante, a tali animali dedicando il desiderio d'imitarli e ad essi attribuendo la sorte d'insegnargli la loro virt, come quelli che gli sembran forniti di superiore felicit, degna d'elogio, perch hanno dimestichezza con l'aria che egli d'altronde fa sua con il respiro.
Cos, per avviarci a questa liberazione, inventammo la ruota, come simbolo del redimersi veneranda quanto l'accetta o il libro o la croce. Pensate o signori, al turbino di ruote che circonda tutto quanto il nostro mondo, da quando lo popola la societ, pensate al formicolo affannoso di movimento onde le specie animali ravvolgon la terra, di l dall'impeto dei venti e dal tremolar delle onde. Non  agghiacciata la nostra stella, ma ancor vive del suo calore, se tutto ancor si muove cos fervidamente sopra di essa, se cos veloci gli uomini ne annullano le distanze con ruote e con eliche. E la ruota  veramente l'ordegno pi caratteristico tra quelli di cui ci serviamo, in quanto nella sua forma riproduce la forma perfetta della geometria universale, e nel suo rivolgersi sembra segnare il decorrere della vita. Ed  forza e rapidit insieme che si nutre di se stessa e velocemente raccoglie la forza e la rapidit come per distaccarsi dal suolo seguitando ad aggirarsi in torno la sfera nostra quasi un suo minuscolo satellite, onde meglio non seppe l'uomo farla divina, se non situandovi sopra l'effigie della fortuna, quale sovrana e moderatrice di ogni sua sorte.
Per mezzo della rotonda ruota l'uomo percorre il suo pianeta, e non a caso forse l'instinto gli fece scegliere questa forma che pareva disegnare il contorno del suo astro, per guidarlo nei sentieri dell'universo. Essa  anzi certamente un prodotto spontaneo della natura la quale si compiace a creare rotondo ogni frutto, come per imitare la forma suprema del cosmo e per avvertirci del suo misterioso fine. La sfera  configurazione necessaria di mille fatti della scienza, della terra e della vita, dall'impossibile quadratura alla Mongolfiera, dalla liquida bolla iridescente, dal cerchio e la palla che divertono il fanciullo, alla forza dell'arco e la maest della cupola, dai dolci pomi alle stelle, e quasi fosse il simbolo circolare della perfezione s'accenna nel grembo della madre, nei seni della donna che ci nutre bambini, nel capo dell'uomo che pensa. Solo per essa apprendemmo l'equilibrio del corpo, anche senza i nostri mal certi sostegni, ed avvezzammo i sensi a seguire ed a sopportare il movimento pi libero nello spazio, esercitandoci a concepire la velocit come prima spinta verso una liberazione, rubando e transformando materia e forza dall'astro su cui viviamo e da noi, per sollevarci ad un volo pi alto.
Cresceva perfetto ed agile in pari tempo l'umano spirito per liberarsi anch'esso pi sicuro fuor della terrestre realt, e l'armonia suprema ed impenetrabile in che si svolge la vita del cosmo, sembra abbia trovato la sua eco senza parole nella musica onde allettiamo i nostri sensi. L'uomo ha inventato la musica come arte a s, dopo tutte le arti, in quanto essa segnava un ritmo valido a distaccarlo da ogni relazione terrena. La musica  arte senza parole e par suscitarci nel cuore un mistero d'armonie che non trovano riscontro nelle sensazioni materiali, ma tutte si partoriscono in noi, per rapirci oltre lo esistente con un linguaggio da noi inteso senza intermediario di analogie. Nessun progresso pi grande io credo, avr fatto l'anima nostra, di quello che esprime la nova parola della musica. Apprese questa all'uomo il goder di se stesso, di l dalle cose, dalla verit circonstante, dal mondo, ma lui transportando in una irreale armonia composta fuor da ogni imitazione o sintesi della natura, s bene accordata in ogni essenza pi arcana di astratti, senza la base e l'appoggio materiale delle arti plastiche o letterarie. Ha luogo per essa come un rapimento mirabilmente sciolto dello spirito il quale sembra elevarsi, librarsi e cullarsi nella determinazione a lui data dal suono, insieme dello spazio e del tempo, nella misura estetica dell'atmosfera e nel valore della pausa e della nota. Anche la musica, dunque, avr contribuito a distaccarci dalla terra assuefacendo lo spirito a godere di eterei numeri ed a sentir la vita ben s per mezzo della materia, ma di l da questa, in una vibrazione superiore di tutto l'essere nostro.
Ma vi chiederete voi, o signori, ove sian per condurre questo globo e i mortali tante misteriose forze, tanti impulsi irresistibili, allor che io v'ho discorso del desiderio del volo e della storia degli astri, della gravit e dell'altezza, della fantasia e dell'anima, di Dio e del moto, della ruota e della musica. Ci convien andare ancora pi in l, perch non per anco  finito il grande poema sul nostro destino nel cosmo e gi alla mia mente si fa innanzi la visione dell'avvenire lontano, che gli elementi di cui v'ho detto sembrano preparare attuando la conquista dello spazio con ogni volo, ed esso di fronte al cadavere che guardiamo inchinandoci al segreto della morte, mi s'accenna nell'anima quasi una sicura promessa. Come a quanto v'ho detto, cos a quanto son per dirvi pu la vostra fantasia applicare ogni invenzione della mitologia e sopra alle mie parole inesorabili adattare la traduzione aggraziata delle leggende e de le poesie con cui si tent di nascondere e di spiegare i pi imperscrutabili misteri della natura; perch se acutamente riflettete, o signori, forse vi sar dato intendere come quanto ora ho per voi a fatica espresso dal mio cervello, gi l'avesser detto con altre ma meravigliose imagini e parole, non solo Eraclito e Platone, s bene ogni poeta o profeta o filosofo, e meglio con la divina umanit del suo insegnamento, aprendoci le porte del trascendente alla miseria del nostro spirito, il Maestro della nostra fede, Cristo a cui ritorniamo sempre come al padre e all'interprete di qualunque nostro dolore.
Una vita futura nel cielo, un instinto che ci stimola ad aspirarvi non solo per il sogno dell'anima, ma anche per l'impulso del corpo, sembra a me non possano avere che un contenuto reale qual io credo in certi momenti d'intravedere, di prevedere, di vedere: s che forse non  audace ma naturale stimar che la cupola del maggior tempio della Cristianit e quella propinqua e minore dell'Osservatorio rappresentino fatali segni comuni e siano identici strumenti di una stessa religione.
E lasciate che qui io vi dica come, pur se a ci ripugni la relativit del linguaggio, io non ritenga l'uomo, sino all'attuale momento della sua evoluzione cosmica, per qualche cosa di diverso dalla terra in cui vive, ma di questa lo sento o lo considero, di l da quella scissione da lui posta orgogliosamente, come brano ed elemento, per ora solo in guisa potenziale dalla natura formato simile a gli astri. Ma in tal guisa io veramente scorgo in lui un microcosmo, per tutte le forze e movenze ed azioni, reazioni, creazioni da lui dipendenti: ha esistenza per la coesione della materia, per l'armonia della forma, conscienza. e per memoria e volont di atomi, moto e complessi instinti; ha cos l'anima che lo sospinge, ed una scintilla di fuoco nel cuore, onde esiste come un piccolo astro, ed anch'esso si muove, s'aggira, transforma, genera, tende a elevarsi. Per ci, tenendo presenti nell'anima tutti i pensieri detti sin qui, se rifletto all'universale ed eterno desiderio nostro della libert, se guardo alla struttura di ogni astro che sfavilli nel cielo, e ricordo la sua vicenda, e medito su la composizione attuale del nostro pianeta, io mi ribello a ritenere dover esso finire cos, o ridotto ad immane ghiaccia, o percosso dall'urto d'una vagabonda mole. La nostra terra, o signori,  viva e genitrice, e forse l'amplesso dell'uomo le riserba felicit smisurata di prole, dopo di che il suo gelido scheletro si cristallizzer nell'immobilit della morte, ma avendo creato nuovi astri messaggeri per la infinit dello spazio di giocondissima luce.
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Da quando nell'ardente nebulosa si produsse il circolar moto centrale, la nostra terra ebbe esistenza. Per la rapidit del turbine si constituiva in fatti il nucleo pi intimo che a poco assumeva la forma di sfera. Questa nel vertiginoso movimento attrasse su di s ed in s le disordinate particelle onde scintillava la nebulosa, e cos nacque il globo incandescente, aggirantesi in torno al sole. Ed esso lentamente si ricopriva di una crosta pi dura, ma ancor molto ne rimase in fusione come che altro non siano gli stati delle cose, l'atmosfera, l'acqua e le specie organiche. Le quali la natura creava come diretti strumenti per le metamorfosi della materia, ma anche come esecutori delle sue volont per taluni moti ora relativamente impercettibili ma cui forse  confidato l'avvenire del mondo.
La terra come ancor non ha raggiunto il suo natural termine di transformazione, tende a schiacciarsi ai poli ove imperano i geli tenebrosi, mentre le specie umane e delle altre forme della vita cercano i pi tiepidi soggiorni sempre pi vicini all'equatore. Ed attraversa essa ancora in gran parte un divenire, se ponendo mente al sussistere dell'aria e dei liquidi, ed a tutti i movimenti febrili che in lei e su di lei hanno luogo, la si paragoni con le altre stelle pi antiche;  essa ancor giovane e vergine quando si sappia rappresentar la luna solo una sua figlia adottiva. Onde io mi penso in torno all'ampia cintura equatoriale del suo seno essere per formarsi ed indi esprimersi quell'ardentissimo anello astrale di che vediam circondato Saturno, ove si raccoglier tutto il calore della vita, a fin che poi si spezzi per generar nuovi astri, futuri satelliti roteanti come quelli di Giove nell'orbita dell'antichissima madre, veneranda per gelida luce.  questo,  questo, o signori,  questo l'avvenire della nostra terra, nella vicenda di miliardi di secoli, questo io sento ordinarsi come fatale profezia nel mio cervello che a stento contiene cos smisurati pensieri, questo m'insegnano la scienza, la meditazione, il pi segreto instinto dell'anima, quale evangelio del cosmo.
Ed all'uomo che vola  riserbata la sorte di condurre in alto la nuova terra. Non mormorate, signori, ma seguite il mio dire. Poich crede egli ora di compir prodigioso e spontaneo esercizio di una sua individual volont, nello scagliarsi cos nello spazio, ma non sa, non s'avvede di non essere se non un briciolo di materia che la terra sprizza lungi da s, come prima favilla di quel suo ultimo fuoco, come prima lagrima del suo mortale pianto fecondo. E cresceranno di numero i padroni dell'aria, conoscendo sempre meglio i sentieri del cielo, e pi sicuro rendendo il loro volo; gli altri animali volanti ebbero vita solo perch fossero a quelli di esempio, i quali per lentissima transformazione acquisteranno le ali ed ogni ordegno per viver nell'aria come nel loro pi naturale elemento, non altrimenti dall'umile tartaruga che striscia in vece sul suolo, dal mollusco che vive nella sua conchiglia, i quali sono giunti ad acquistar naturalmente per sempre la casa ad ogni rampollo della lor specie. E crescendo ed estendendosi il gelo dai poli gli uomini si rifugeranno su la zona ognor pi sottile dell'equatore, e vi cercheranno lo spazio per vivere non pi in estensione, s bene in altezza, in quanto il globo schiacciandosi e maggiormente intensa rendendo la spinta centrifuga (onde forse son mirabile segno e presagio non solo il nutrire una citt con la forza di una remota cascata di acque, ma anche quell'energia che ora misteriosamente solo di parole lo fascia, come per influsso comunicandole fra le lontane regioni) vorr espellerli da s, nel cerchio del suo anello, sino ai confini dell'aria. Ove essi al fine, avendo vinta progressivamente la forza di gravit ed appreso non solo a volare, ma a restare nel cielo, ma a recarvi le loro case e le loro passioni, ma ad aggirarsi tanto veloci quanto il mondo, constituiranno il nuovo soggiorno saturnio, il paradiso terrestre.
Non con diverso scopo furono inventati lo spazio ed il tempo, se non perch l'uomo ne riunisse gli stimoli per conseguire a torno la sua sfera una velocit pari a quella con cui s'aggira il terrestre pianeta e da questo indipendente. Pensate pure che il giro della civilt sul mondo, nei commerci, nella politica, nella storia, onde percorrendo il cammino del sole, gli uomini sentono ed affermano dall'Oriente provenir loro la luce, eterna rendendo la favola di Enea, altro non  che il primo solco per disegnare ed avviare un movimento tale da condurli al loro futuro aereo destino, alla lor pi vera patria celeste. Quando sar giunto il momento di perfezione, gli uomini, o quei novi strumenti di transformazione o quelle nove parti di materia ancor viva ed obediente a gl'instinti terreni che essi saran divenuti, abbandoneranno in fine l'inferno del nostro globo opaco, sterile e freddo lasciandovi sotterra, come trogloditi, le eguagliate plebi pusille e bestiali, per il paradiso riconquistato dell'astro bizzarro, in cui avendo gelosamente conservato la partizion delle razze e l'instinto provvidenziale della guerra, si separeranno un giorno in novi frantumi giganteschi i quali roteando su se stessi si faranno altre stelle e danzeranno armoniosamente in torno alla madre comune con graziose fasi di luce, come per consolarne le desolata vecchiezza.
Ecco, o signori, ecco ch'io mi sento scagliato nell'infinito, ecco che io sono nello spazio degli astri e rapidamente rivedo tutta la vertiginosa vicenda. Ecco la nebulosa sfavillante nelle tenebre dell'etere, ed in essa ecco risplendere in pi aureo punto, il germe astrale, il feto del mondo. Cresce esso, assorbendo l'incomposto fluttuar degli atomi scintillanti in inni di luce e si forma in isfera, tutta luminosa con un legger velo d'argento. E si screzia di continenti e d'oceani, e s'infronzola di montagne e di fiumi, e si colorisce di pietre e di piante, e formicola di animali e di uomini, sempre rivolgendosi turbinosa e lucente di fuoco nell'orbita che Dio le ha disegnata. Che son quelle fulgide favolesche cos piccine, che se ne distaccano a un tratto pur rimanendo entro il suo velo? Sono i suoi primi frammenti gittati per la nova creazione, ed ecco i piccolissimi astri moltiplicarsi, ed ecco i volanti sparpagliarsi come pulviscolo luminoso (perch ogni uomo contiene un atomo del fuoco terrestre) ed ecco una fascia di scintille segnarsi pi chiara, come una infantile via lattea, come un'aureola e poi divenir sempre meglio salda e rotonda e lucente, mentre la stella nostra si schiaccia quasi nello sforzo dell'esprimer da s tale sua prole, e s'aggira ora con il suo anello nuziale, che  pur gloriosa corona alla sua agonia. Ma questo cerchio una nuova convulsione squassa e contorce, segnandovi interferenze profonde, le quali s'aumentano sino all'estrema tensione delle congiunture che al fine si spezzano, e l'anular nova terra degli uomini si infrange in enormi frammenti che esitano aggirandosi ancora informi, ma a poco a poco s'arrotondano, si compongono, s'armonizzano come in una alleanza di nazioni celesti fatte da coloro che volarono! Ed io vedo, vedo orgogliosamente che non per nulla l'uomo si pose al sommo della scala della natura, se per tal guisa recando nello spazio parti della materia al meno sino ai confini dell'aria e forse di l egli  per divenire angelo e ministro di Dio a creare i nuovi astri del cielo!
Io vi ho guidati, o signori, sino a gli estremi confini della mia follia, ed anche or che vi parlo, il cuore sembra mi si sbatta violentemente contro il petto, quasi ignaro del primo argomento che mi sospinse a dirvi tali cose. Non mi guardate esterrefatti e dubbiosi, se per la gloria di costui che qui  davanti a noi morto, il mio cervello vi ha tratti a cos orrende ed ineffabili altezze. Ma mi sembr di non poter meglio pronunciare il panegirico di quegli che sfid insieme l'aria e la terra, vincendo l'oblio, se non traendovi ad un folle volo.
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FINE.
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NOTA.
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Di questi esercizi di pensiero e di stile, incominciati fin dal 1902, alcuni furono sparsamente pubblicati e ci : il XIII nella Rivista di Roma (a. 9, n. 22: 25 nov. 1905); il IX nel Rinascimento (a. 1, n. 4: 20 genn. 1906); il II nel Rinascimento (a. 1, n. 7: 20 febb. 1906); l'XI nella Nuova Antologia (a. 41, n. 834: 16 sett. 1906); l'VIII in Avanti della Domenica (a. 4, n. 45: 25 nov. 1906); il IV in Avanti della Domenica (a. 4, n. 47: 9 dic. 1906); il I in Prose (a. 1, n. 1: 15 dic. 1906); il XVII nella Rassegna contemporanea (a. 1, n. 1: 1 genn. 1908); il XVI in Luceria (a. 1, n. 1: 1 febb. 1910); il XX nella Nuova Antologia (a. 47, n. 975: 1 agosto 1912).
Il volume del Tannery di cui son riportati due passi a pag. 268 e 269 fu edito dall'Alcan nel 1887. Il brano compreso fra due asterischi alle pag. 293 e 294  transcritto dalla necrologia del T., di Felice Tocco, in Atene e Roma (a. 8, p. 31). Delle altre notizie sul Tannery sarebbe superfluo ricercare le fonti.
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Indice generale.
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DIALOGO METAFISICO DI LUCIANO DI SAMOSATA ED ALESSANDRO DI ABONUTEICO.	
DIALOGO DI ELENA TROIANA E DEL GIOVINETTO TEOCLE O DELLE DONNE.	
LA PASSEGGIATA. DIALOGO DI POLIFILO POETA, ZENODOTO ARCHEOLOGO ED ELIODORO FILOSOFO.	
PERORAZIONE DI FIDIA A GLI ARCONTI O DELLA RICCHEZZA.	
DIALOGO DEL CAVALIERE BERARDINO ROTA POETA E DELLA SIGNORA PORZIA CAPECE SUA MOGLIE O LA CONCEZIONE.	
EPISTOLA RELIGIOSA.	
DIALOGO DI IRO DA ITACA E DI SUO PADRE O DELL'EDUCAZIONE.	
DIALOGO DI POLIFILO, POETA, E DI MOUSARION, CORTIGIANA O DELLA POESIA.	
DIALOGO DI GIOVANNI FILOPONO, GRAMMATICO, E DI AMRU, GENERALE DEL CALIFFO OMAR, O DELL'INVIDIA DEL TEMPO.	DIALOGO MEGARICO DI TRISTANO ED ELEUTERIO. - CONSIGLI AD UN'ANIMA DEBOLE, PER IL DOLORE E PER LA SPERANZA.	CLEOMBROTO D'AMBRACIA O DELLA BELLEZZA. RACCONTO.	
PRIMO DIALOGO DEI MORTI O IL CONGRESSO DEI FILOSOFI.	
L'OTTIMATE O DELLA FELICIT.	
EPISTOLA ALL'AMICA LONTANA O DELL'AMORE.	
AHASVERO O LA VERIT.	
ELOGIO DEL MIO GATTO.	
SECONDO DIALOGO DEI MORTI O LA CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA.	
VITA, FORTUNA ED OPERE DI PAOLO TANNERY.	
I.	
II.	
III.	
LA CROCE. - DIALOGO FRA SIMONE DI CIRENE ED ALESSANDRO E RUFO SUOI FIGLI.	
PANEGIRICO DELL'AVIATORE O LA NUOVA COSMOGONIA.	
NOTA.
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FINE.